IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens
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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

venerdì 26 settembre 2008

ATLANTIDE & LE ISOLE MISTERIOSE






di Marco La Rosa

(estratto dalla conferenza tenuta a Parma il 6 maggio 2000, in occasione della Mostra –Manifestazione : Spedizione Jules Verne. Un viaggio straordinario. – Parma Palazzo Pigorini 26/03/2000 – 28/05/2000).



Uno dei più avvincenti romanzi di Jules Verne, " L’Isola Misteriosa ", ci ha trasmesso il cosiddetto “input” per raccogliere le numerose considerazioni ed ipotesi che da anni affollano, più o meno disordinatamente, i nostri pensieri.
Per non togliere a chi legge l’inebriante sensazione dell’avventura, che Verne trasmette mirabilmente con le sue pagine, non sveleremo alcunché della trama: ci limiteremo a sporadici richiami, che potranno comunque essere facilmente individuati da ognuno.

Tre sono le domande che scaturiscono dalle nostre “riflessioni storiche” circa l’Umanità presente, passata e futura:

1) Gli avvenimenti di cui sono protagonisti i cinque coloni del Romanzo di Verne, sperduti in un’isola deserta, possono essere trasposti al genere umano d’un remoto passato (non “ufficialmente” riconosciuto), ivi comprese le ignote influenze benefiche che “forzano” il corso degli eventi e fanno macroscopicamente progredire i coloni (nel romanzo) e l’umana evoluzione (nella realtà) ?
2) L’Umanità ha mai dovuto “riprendere tutto da capo, dopo un naufragio” (cataclismi, diluvio, ecc…) ? Quanti Cyrus Smith (Deus ex machina) della situazione hanno permesso il ripristino graduale della civiltà, ripartendo da zero ?
3) E’ quindi esistita una super-civiltà planetaria (Atlantide - Mu - Lemuria),
origine di tutto ciò che oggi siamo e, forse, saremo in un prossimo futuro ?

Ci sono tracce evidenti di tutto questo nel passato dell’Uomo ?

Dopo oltre cento anni di studi dedicati alla ricerca di Atlantide, attraverso l’archeologia, la geologia, l’antropologia, la botanica, la geografia, la cartografia, la biologia, ecc., cos’è emerso?
Quella che noi oggi definiamo “scienza primitiva” (ad es. quella dei Sumeri, Egizi e Maya) poteva costituire, già migliaia di anni or sono, la reminiscenza d’un’antichissima ed avanzatissima civiltà ?

Attraverso quali parametri l’Uomo odierno valuta il progresso e la civiltà d’un popolo ? Con un solo termine: la tecnologia. Ma poteva, un tempo, esistere una civiltà “globale”, evolutissima, basata non sulla tecnologia (che non implica, per forza di cose, la massima espressione della conoscenza e del progresso !!!), ma piuttosto sullo sviluppo delle capacità mentali e dei valori etici ? Ad esempio l’armonia e il benessere collettivo, “in primis”, come riferisce Platone a proposito della mitica città di Atlantide !
Più una società fa uso di strumenti atti ad aiutare (= ad usare meno) la mente umana, se non addirittura a sostituire le sue possibilità intrinseche, più oggi è considerata “avanzata”; questo naturalmente a scapito delle facoltà che necessitano d’un allenamento costante (la tecnologia oggi c’è, ma domani potrebbe anche improvvisamente regredire, come siamo convinti che sia già successo...). Quelle facoltà, insomma, di cui quasi certamente erano dotati gli antichi abitanti della terra (migliaia o forse milioni di anni fa) e che oggi purtroppo sono andate “dimenticate”, ma per fortuna non estinte !

Se queste “super capacità cerebrali” erano alla base di quest’antica “Umanità” (come per noi lo è la tecnologia), forse questa è la primaria risposta al fatto che non siano state, a tutt’oggi, ancora trovate evidenze inequivocabili che riconducano con certezza a questa civiltà…..o forse le abbiamo davanti agli occhi, ma, proprio per il fatto che la nostre facoltà cerebrali sono regredite, non riusciamo a distinguerle !

Davanti a noi restano solamente “ciclopici e sbalorditivi” reperti archeologici, per ironia della sorte non databili con esattezza neppure dalla nostra tanto ostentata “tecnologia”; per cui, ancora adesso, su tutto questo aleggia il mistero, checché sostengano gli accademici della cosiddetta “scienza ufficiale” !

Chi ha eretto quelle meraviglie, che hanno sfidato le ingiurie del tempo e della meteorolgia per centinaia di secoli ? Come è stato possibile tutto ciò ?

Forse nella domanda è insita la risposta: LA MENTE DELL’UOMO, quello di undicimila anni or sono, però !

mercoledì 17 settembre 2008

COME ? E DA CHI ?





di Marco La Rosa
Parte Prima

Le due domande in effetti, potrebbero interscambiarsi, ma non cambierebbero affatto l’ “incongruita’ ” della situazione.
Anche il più semplice manufatto in granito o in diorite, rinvenuto negli scavi archeologici in terra d’Egitto, non ha a tutt’oggi trovato una sua precisa collocazione, poiché la raffinatezza e la precisione espresse dal “creatore” di tali opere, non solo “presuppone” ma “implica” necessariamente, l’utilizzo della tecnologia del “tornio” di tipo parallelo, oppure ancor più “audacemente” di una sorta di “trapano” multifunzioni ad “ULTRASUONI”.
Utensili questi, ben diversi e più sofisticati del tornio a pedana del vasaio, per altro ben conosciuto e documentato anche all’epoca pre-dinastica (3500 avanti l’era comune – a.e.c.). Gli inequivocabili segni di “contropunte” e “centratori”, visibili sul fondo di vasi e contenitori in diorite, dimostrano una conoscenza di lavorazione per tornitura e fresatura, possibile solamente (alla luce del nostro progresso tecnologico per pari lavorazioni), con macchinari dei quali non è rimasta traccia.
Quando parlo di tracce, non intendo solamente quelle “fisiche” (rottami o pezzi di macchinario), ma anche quelle “descrittive” o “pittografiche”, cosa estremamente inusuale per una cultura “meticolosa” come quella egizia nell’annotare ogni evento, situazione, conteggio, censimento ecc……
Tutto ciò, porta inevitabilmente a formulare ipotesi per cercare di “capire”, sempre naturalmente, alla luce della “nostra logica” materialista e inevitabilmente “galileiana”:

A) I manufatti in questione (l’implicazione si allargherebbe poi comunque anche alle costruzione come le Piramidi, la Sfinge ecc…), non provengono dalla cultura Egizia, come sostenuto dall’archeologia classica, ma sono stati “ritrovati” e “riutilizzati” dalla stessa !
Cio potrebbe anche spiegare i patetici tentativi di imitazione, attuati per i monumenti simili alle Piramidi di Giza e Dashur;

B) E’ esistita una “civiltà” molto progredita, in un periodo imprecisato (almeno 20.000 – 15.000 a.e.c.) che ha influenzato (protolingua), o addirittura dato origine, a tutte o quasi le civiltà “mondiali” successive; presumibilmente dopo un non ben chiaro cataclisma (diluvio ?), che né ha causato la “diaspora”.
Naturalmente il termine “progredita”, è per noi sempre “misurato” sulla nostra civiltà “tecnologica” e “materialista”, per niente etica e spiritualista.
Questa “misteriosa” civiltà, così ostinatamente negata dall’archeologia classica, potrebbe avere avuto un’evoluzione durata migliaia di anni, ma che invece di imboccare la strada del “materialismo tecnologico”, si è sviluppata sulla strada “etico-spiritualista” arrivando “ naturalmente ad un livello “evolutivo superiore” !
Resta comunque emblematica, la scomparsa “senza” traccia di tutta la tecnologia da loro utilizzata per le meraviglie lasciateci. Potrebbe essere stata una provocazione proprio per l’uomo del terzo millennio ? Perché l’uomo del terzo millennio deve per forza spiegare tutto “materialisticamente” o “empiricamente”?

C) La Terra è stata per migliaia o milioni di anni, la colonia di una civiltà “esogena” che circa 15.000 anni fa, ha lasciato “”forse” completamente il nostro pianeta, portandosi via tutta ciò che avrebbe potuto “aiutarci a capire”…. Ennesima provocazione ?

Ora proviamo ad analizzare in dettaglio i “manufatti”, che hanno dato origine a tutte le nostre domande, e a come noi oggi, senza la nostra tecnologia, saremmo in grado di riprodurre.

Innanzitutto, dovremmo partire con la costruzione del “tornio parallelo”, uno dei macchinari utilizzabili, a mio parere, per la realizzazione dei famosi vasetti in diorite.

Dovrà necessariamente essere composto da:
Due binari sui quali far scorrere la slitta del “mandrino” per foratura e contropunta, e la slitta della morsa con griffe per il bloccaggio del pezzo da lavorare; la torretta per la collocazione dell’utensile di lavorazione; due volani per la rotazione del gruppo morsa e del gruppo mandrino. (fig. 1).

Il difficile comunque deve ancora venire, in quanto non avendo a disposizione “metalli duri”, si può solo tentare di ricreare con legno ed eventualmente pietra, il “bloccaggio” del pezzo da lavorare (fig. 2). Ammesso che ciò possa fare al caso nostro, procediamo pure.
Dobbiamo ora creare un “porta utensile” efficace, utilizzando del robusto legno, in cui incastonare saldamente un diamante grezzo, unico “inserto”possibile per lavorare il granito (fig. 3). La lavorazione, deve comunque procedere sempre, con la costante lubrificazione tramite emulsione oleosa, per ridurre i forti attriti tra utensile e pezzo.

Come si pone l’archeologia ufficiale rispetto a tale problematica ? Naturalmente svicola, semplifica e banalizza….chiamando in causa i soliti artigiani e vasai che con improbabili utensili in rame e pietra riuscivano a creare splendidi e perfetti manufatti….magari impiegando più generazioni per portarli a termine ! ma questo è un aspetto trascurabile…tanto per loro il tempo non aveva significato !

Fine prima parte…

SERPENTI E COLTELLI


























Di Marco La Rosa


Le Cripte del Tempio della Dea Hathor, a Dendera, furono ritrovate alla metà del 1800 e.c. (era comune) da Auguste Mariette; una volta liberate dai detriti e dalla sabbia, rivelarono al mondo sorprendenti incisioni, raffiguranti alcuni degli innumerevoli rituali contemplati nell’egittologia classica.

Le succitate cripte vennero però chiuse al pubblico nel 1973, a seguito di un “misterioso” furto avente per oggetto proprio le incisioni adornanti le pareti. Alcune di queste, infatti, vennero letteralmente asportate.

Per nostra fortuna Mariette, con lo scrupolo del grande archeologo, riportò a mano, su carta, tutte le incisioni presenti nelle cripte, pubblicandole in Europa nel 1869 in cinque corposi volumi. Oltre a questa monumentale opera, di tali incisioni ci restano oggi anche numerose fotografie, scattate nel 1934 da Emile Chassinat per l’Istituto Francese di Archeologia Orientale.

Secondo l’interpretazione in chiave paleoastronautica, le cripte di Dendera rappresenterebbero una “tecnologia fuori tempo” per la cultura egizia e cioè l’utilizzo dell’elettricità o, meglio ancora, dell’illuminazione mediante la “lampadina”.
Von Daniken, Habeck e Krassa (come molti altri) concordano nell’attribuire proprio a tale tecnologia l’assenza di fuliggine sulle pareti, incise o dipinte dagli egizi nelle profondità della terra, ove, per ottenere tali meraviglie, l’uso comunemente accettato di lampade ad olio avrebbe sicuramente comportato il deposito di una notevole quantità di fuliggine, peraltro non riscontrata.
Nemmeno l’audace ipotesi degli “specchi” convoglianti la luce del sole risulta praticabile: infatti gli Egizi utilizzavano specchi d’argento, riflettenti solo il 40% della luce diretta su di essi; ciò significa che dopo soli quaranta metri di profondità tutta la luce sarebbe venuta meno !!!!
La scienza “ufficiale” ribatte a queste teorie, spiegando che gli incisori erano soliti aggiungere del semplice “sale” alle loro lampade, per evitare che queste sprigionassero fuliggine; teoria, però, ancora tutta da dimostrare!!!!!

Un’altra interessante ipotesi è stata formulata da Mario Pìncherle, secondo cui le figure che appaiono nelle incisioni rappresenterebbero l’Umanità che porta l’”uovo cosmico”, simbolo della vita, il cui gamete a forma di serpente procede o con il capo avanti (evoluzione) o con il capo reclinato (involuzione).
L’involuzione sarebbe provocata dalla “guerra” (coltelli in mano alla scimmia, che identifica l’ominide); la figura con le braccia alzate rappresenterebbe lo scorrere del tempo; la “Torre Zed” a quattro livelli identificherebbe la quarta era dell’Umanità e le braccia che ne fuoriescono indicano l’influenza di Osiride sulle vicende umane.

Secondo l’ultima e incredibile ipotesi, formulata dal fisico italiano Clarbruno Vedruccio, il tutto sarebbe incredibilmente identico al sistema a raggi “X” messo a punto da Roentgen nel 1895 (cfr. figura 1); i bulbi sono troppo simili (vedi schema) per trattarsi di semplice coincidenza !...
Dice infatti Vedruccio: “ Personalmente ritengo che questi disegni rappresentino un rituale e non un uso prettamente tecnico: gli Egizi avevano trovato questa tecnologia, ma non sapevano a cosa servisse. Il primo impiego forse non era destinato a far luce , ma a generare raggi “X” a bassa energia, forse per applicazioni legate alla mineralogia ovvero alla ricerca di materiali fluorescenti.
Evidentemente il creatore di questo dispositivo doveva avere bisogno di qualcosa che emettesse tali radiazioni. Il disegno che mostra il Dio Thot con i coltelli alzati davanti alla lampada fa comprendere al “tecnico” che quella zona è pericolosa !
Infatti i raggi “X” scaturiscono proprio dal bombardamento degli elettroni (la serpe) sul bersaglio, costituito dai braccetti all’interno dell’ampolla. Un’altra emissione si ottiene anche bombardando con elettroni accelerati il silicio posto nella parte del tubo perpendicolare al serpente. Nelle foto di Dendera la serpe ha la testa rivolta verso l’alto: anche questo effetto è comprensibile, si tratta della deformazione della scarica di ionizzazione (serpe) a causa dell’impulso magnetico generato durante le fasi di conduzione (innesco) del trasformatore Zed. Un effetto noto come “deflessione magnetica” ed impiegato per formare l’immagine sugli schermi televisivi “.
Ma chi lo aveva ideato, usato e poi abbandonato?
Le ipotesi al riguardo sarebbero molte, non ultime anche le teorie di Sitchin sui Nephilim (cfr. La Genesi, Il Dodicesimo Pianeta) riguardanti, in specifico, la creazione di un “essere di fatica” per l’utilizzo in miniera !!!!

Tutto ciò non ci è giunto direttamente, ma attraverso la decifrazione di scritture sconosciute e ideogrammi arcaici: perché tra l’egittologia accademico-conservatrice e i ricercatori “di confine” non vi può essere nessun punto d’incontro ?
Le interpretazioni sono agli antipodi !
Gli antichi egizi erano effettivamente depositari “ignoranti” di qualcosa più grande di loro ? Il segreto era allora alla base della casta sacerdotale, come in effetti si evince dal “maniacale” utilizzo dei riti iniziatici e del compito, appunto, “segreto” dei sacerdoti: “ Non rivelate in alcun modo i riti che vedete nei templi del “Mistero” più assoluto “.
“ Sono un sacerdote istruito nel mistero, il cui petto non (lascia) uscire ciò che ha visto “. “Sono quattro le formule (che resteranno) segrete, che tu hai penetrate. Non (le) pronunciare, per paura che i profani le ascoltino ! “
Immagini e formule: ecco ciò che deve per sempre rimanere nascosto; il silenzio è la regola. D’altronde, nell’antico Egitto questa virtù resta il punto di appoggio più sicuro !

Permettetemi ora di aggiungere qualcosa di personale alle interpretazioni “estreme”, presentate poc’anzi.
Ritengo di aver riscontrato un’interessante analogia alle incisioni di Dendera nel papiro “GREENFIELD”, custodito al British Museum di Londra (fig. 2), nel quale si riconosce perfettamente, nella parte bassa, la raffigurazione del serpente (libero da “costrizioni”= lampada ?) e, davanti a lui, il Dio Thot con i coltelli in mano. Nella parte alta il Dio Osiride è raffigurato trionfante, seduto sul trono.

Scomponiamo ora solamente la parte che ci interessa, anche se il tutto andrebbe letto nell’insieme, stando ai canoni ufficiali di decifrazione. Ritengo che in questo caso si possa fare un’eccezione, poiché dobbiamo comparare ed in parte completare la teoria del Dott. Vedruccio.

Cosa rappresentava il serpente per la cultura egizia?
APOPHIS, serpente malefico e simbolo delle forze demoniache del male, contrasta le forze della “luce”, simboleggiate da RA.
Rappresenta anche il “dualismo” o, meglio, il potere che emana dalla dualità.
Potere creativo e distruttivo insieme.




Chi era il Dio Thot ?
Dio lunare con culto a Hermopolis. Patrono delle scienze e inventore della scrittura geroglifica. Creatore dell’Universo per mezzo della parola , secondo la teologia del suo collegio sacerdotale. Raffigurato “antropomorfo” con testa di ibis, animale a lui sacro. Dai Greci successivamente assimilato a Hermes; con l’avvento delle teorie “iniziatiche”, in epoca ellenistica divenne “Ermete Trismegisto” (= tre volte massimo).

Perché associare un Dio “essenzialmente positivo ma misterioso” come Thot con uno “potenzialmente negativo” come Apophis ?
Da sempre l’uomo teme ciò che non sa spiegare, associando in molti casi lo “sconosciuto” al male: e quindi Apophis !
Ma chi, tramite la scienza (proto-retro-ingegneria), poteva “illuminare” e quindi comprendere l’ignoto, se non il misterioso Dio Thot ?
Thot aveva compreso (e quindi “domato”) l’”ignoto macchinario che creava morte” (folgoratore, raggi “X” ?) e fu obbligato, da quel momento in poi, a segnalarne il pericolo (monito), alzando davanti a sé i coltelli !!!

Il papiro Greenfield, successivo alle incisioni di Dendera, ha conservato questa “associazione”!!

Forse, oltre a formule ed immagini, l’ultimo e più importante compito sacerdotale fu quello di celare (forse per sempre) agli occhi dell’Umanità ciò che era stato creato dagli Dei ? O forse proprio gli Dei avevano impartito istruzioni affinché il ritrovamento dovesse avvenire in uno specifico e ben preciso momento ?

Noi continueremo a cercare incessantemente, nella speranza che il “preciso momento” sia ormai prossimo.





Bibliografia:



Hera, n. 5 – 6 Maggio , Giugno 2000

Il Serpente Celeste, J.H.West – Corbaccio 1999

Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, M. Guimot- Mediterranee 1999

Vita quotidiana degli Egizi, F. Cimmino – Rusconi 1985

I Testi delle piramidi, manuale di vita, C. Jacq – Bompiani 1998

FARAONI E FALSARI "Come è stata insabbiata la verità"
















di Marco La Rosa


L’accantonare i problemi, o non spianare le incongruenze, è stata per molto tempo, prassi assai comune in Storia ed Archeologia.
Tale “sistema” ha portato al raggiungimento di conclusioni affrettate ed addirittura a “madornali” inesattezze, presenti ancor oggi sui libri di scuola, ad ogni livello.
Purtroppo in molti casi, la contraffazione e la malafede, andate a buon fine, hanno fatto ottenere ai perpetratori fama e ricchezza; all’umanità una “Storia” completamente diversa da quella reale.
Tutto ciò è sicuramente accaduto alla Grande Piramide, ed al suo “presunto” costruttore, il faraone Khufu (Cheope).

Nuovi scavi archeologici, sistematici e rigorosi, nei luoghi ove sorgono le piramidi,
ci stanno portando a piccoli passi, verso una “Storia” completamente diversa, da quella che è stata, e viene tutt’ora insegnata.

E’ opinione comune che l’epoca delle piramidi iniziasse con la piramide a gradoni di Zoser, e che in seguito vi fosse stata una progressiva evoluzione verso forme più tipiche di una vera piramide, la cui forma alla fine avrebbe preso il posto di quelle precedenti. Ma se è vero che l’arte di costruire piramidi andò progressivamente migliorando, come mai le numerose piramidi costruite dopo quelle di Giza hanno caratteristiche decisamente inferiori e non superiori ?
La piramide a gradini di Zoser costituì un modello per altre costruzioni, oppure era essa stessa l’imitazione di un modello precedente ?
Ci sono oramai prove inequivocabili, portate alla luce dagli archeologi dell’Università di Harvard, guidati da George Reisner, che l’architetto del Faraone Zoser, il “magnifico” Imhotep, avesse fatto ricoprire con mattoni di fango, tutti e quattro i lati della piramide a gradini, così da far scomparire gli stessi, e dare l’impressione che la piramide fosse a pareti lisce. Fu scoperto anche che i suddetti mattoni, furono verniciati di bianco affinchè sembrassero una copertura di bianca pietra calcarea. Ma purtroppo il tutto ben presto si sgretolò, dando ai posteri l’impressione che Zoser avesse fatto costruire una piramide a gradoni. Chi stava cercando di imitare ?
Come mai, i tentavi fatti a Maidum e a Sakkara, di costruire una piramide liscia e inclinata di 52° erano falliti ? e il Faraone Sneferu, fu costretto a costruire la “presunta prima” vera piramide, con una pendenza di soli 43°, mentre il figlio Khufu si sarebbe messo a costruire subito una piramide molto più larga con la rischiosa pendenza di 52° - e presumibilmente ci sarebbe riuscito senza nessun problema ?
Se è valida la “legge” : <<>>, perché il figlio di Khufu, Radedef, non innalzò la propria accanto a quella del padre ? Bisogna evidenziare che le altre due piramidi di Giza presumibilmente non c’erano ancora, quindi Radedef aveva a disposizione tutto lo spazio che voleva per costruire la sua, invece ciò che porta il suo “cartiglio” è una modesta mastaba mal costruita e completamente crollata.
Anche l’assenza di iscrizioni geroglifiche in tutte e tre le piramidi di Giza desta meraviglia , come notò James Bonwick più di un secolo fa : <<>>.
Questi “elementi”, rafforzano l’opinione che Zoser ed i suoi successori cominciarono a costruire piramidi imitando modelli già esistenti: Le piramidi della piana di Giza.

Chi erano dunque Menkara, Chefre e Khufu, i quali secondo la testimonianza di Erodoto, furono i costruttori di queste piramidi ?
I templi e la lunga via che fiancheggiano la terza piramide furono veramente fatti costruire da Menkara , come effettivamente dimostrano le iscrizioni con il suo nome e le numerose statue che lo raffigurano ?
Non è provato affatto però, che lo stesso abbia costruito la Piramide, dentro la quale non fu mai trovata né un’iscrizione, né una statua, né una parete decorata; solamente “un’imponente” ed austera precisione.
L’unico presunto reperto si dimostrò un falso: i frammenti di un sarcofago di legno con l’iscrizione del nome di Menkara si rivelarono di un’epoca di circa 2000 anni posteriore a quella del suo regno; e la mummia “intatta” a differenza del sarcofago, risaliva alla prima era cristiana.
La seconda piramide è completamente vuota, allo stesso modo. Solo nei templi vicini furono ritrovate delle statue con inciso il cartiglio di Chefre, ma non c’è nulla che indichi che l’abbia costruita lui.
Ma ora veniamo a Khufu, l’unica “voce” ad indicare che sia stato lui ad innalzare la Grande Piramide è quella di Erodoto, e poi sulla base dei suoi scritti da uno storico romano.
Erodoto descrisse Khufu come un sovrano che per oltre trent’anni tenne il suo popolo in condizione di schiavitù per costruire la strada e La Piramide. Diversamente secondo “tutte” le altre testimonianze, Khufu regnò per soli ventitrè anni.
Egli non fu affatto un costruttore così prolifico ed ambizioso come Erodoto vuole farci credere, poiché al di fuori di una minuscola statuetta non abbiamo nient’altro di lui.
La sua unica “grande idea” fu quella di costruire il suo tempio funerario vicino alla grande Piramide; ciò lo avrebbe automaticamente associato ad essa, senza per altro profanarla od offendere gli dei arrogandosi ufficialmente il merito della costruzione, tutto ciò lo avrebbero fatto i posteri…….per lui.
Allo stesso modo Chefre, quando venne il momento di costruire la “sua “ piramide, la circondò , con templi e costruzioni votive. Allo stesso modo si sarebbe poi “naturalmente” associata la seconda piramide al suo nome.
Idem per Menkara dopo di lui.
Naturalmente, non possiamo escludere che gli stessi Khufu, Chefre e Menkara siano stati anche i primi restauratori delle tre piramidi della Piana di Giza, già vecchie di molti millenni.
Tutti i faraoni che vennero dopo di loro, se non poterono dedicarsi al restauro di qualche altra grande piramide, tentarono di costruirne una, con i disastrosi risultati che abbiamo già esaminato.
Anche le piramidi di Dashur, seguirono lo stesso iter di restauro, da parte dei predecessori dei tre Faraoni poc’anzi menzionati.
Ad ogni modo una delle prove schiaccianti, che dimostrano l’enorme antichità delle piramidi già al tempo del Faraone Khufu, ci è stata fornita proprio dallo stesso Khufu, in una stele calcarea autocelebrativa, scoperta da A. Mariette a metà del 1800 fra le rovine del tempio di Iside, proprio vicino alla Grande Piramide.
Khufu volle commemorare la ricostruzione del tempio di Iside da lui ordinata e il restauro delle immagini e dei simboli delle divinità che egli stesso trovò all’interno del tempio in rovina. I versi iniziali identificano Khufu grazie al suo cartiglio, senza possibilità d’errore.

Secondo l’iscrizione di questa stele, che oggi è conservata al museo del Cairo, si evince chiaramente che la Grande Piramide era già presente sulla piana di Giza quando Khufu entrò in scena ed apparteneva alla dività Iside e non al Faraone. Non solo, ma anche la Sfinge, notoriamente attribuita a Chefre, era già lì; l’iscrizione precisa che la stessa era stata anche parzialmente danneggiata da un fulmine.

Bibliografia e citazioni:

Il Serpente Celeste, J.H.West – Corbaccio 1999

Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, M. Guimot- Mediterranee 1999

Vita quotidiana degli Egizi, F. Cimmino – Rusconi 1985

I Testi delle piramidi, manuale di vita, C. Jacq – Bompiani 1998

Il Mistero di Orione – R. Bauval , A. Gilbert – Corbaccio 2000

Custode della Genesi – R. Bauval , G. Hancock – Corbaccio 1997

mercoledì 3 settembre 2008

Graal : Il Pane di Dio


GRAAL: IL PANE DI DIO
EVIDENZE TECNOLOGICHE “ALIENE” NEL NOSTRO PASSATO REMOTO.
(Sunto del trattato storico-scientifico dei F.lli FIEBAG: “Custode della Reliquia – Armenia 2007)

di: Marco La Rosa

“E’ facile, o per lo meno convenzionale, etichettare le tradizioni antiche come miti o leggende; questa opinione è un luogo comune dell’ambiente accademico e non consente di andare lontano e di afferrare il loro significato. Uno spirito avido di sapere si dedica alla decifrazione della struttura di un mito, cercando di risalire alle sue origini. Se il mito esiste, com’è potuto nascere? Così come esiste una logica nei giudizi umani, esiste anche una logica nell’immaginazione umana. La capacità di immaginare dello spirito umano non può concepire cose che non siano già presenti nella realtà. Ogni prodotto della nostra immaginazione deriva sempre da qualcosa di esistente o che abbiamo motivo di credere che esista “.

Berthold Laufer – 1928 –

E’ ancora fresco in tutte le nostre menti il clamore suscitato dal bestseller di Dan Brown: “Il Codice Da Vinci”. Il settimanale tedesco der Speigel ha definito il tema della ricerca del Santo Graal una “ droga da mistero “ per un pubblico avido di leggende. Il Vaticano si è schierato contro il libro di Brown, ed in particolare il Card. Tarcisio Bertone ha intimato ai fedeli: “ Non leggetelo e soprattutto non compratelo ! “. Per fortuna (dico io ) l’appello è rimasto inascoltato, oltre 25 milioni le copie vendute nel mondo in un solo anno. Le teorie del “complotto” sono più persuasive della censura ecclesiastica. I vertici della Chiesa non hanno comunque perso il vizio: “L’uomo che sa quale è il suo posto nell’Universo e che quindi conosce, è un pericolo”.
IL Graal di Dan Brown è il “Sang Real”, la discendenza reale di Gesù attraverso la Maddalena.
Tenendo ben presente che il Graal sembra poter racchiudere in sé innumerevoli concetti metafisici o, all’estremo opposto, necessità materiali, partiamo alla ricerca dei veri significati occulti di questo “oggetto” che si presenta circondato da un’aura magica.


IL GRAAL NEL MEDIOEVO

Quando si sfoglia un libro di leggende, conservato dai tempi dell’adolescenza nell’angolo più remoto e polveroso della libreria, le tradizioni al suo interno sono trasmesse per la maggior parte in prosa. In origine però le canzoni medioevali furono scritte quasi sempre in versi. Qui leggeremo le interpretazioni del testo in prosa, ripassando alcuni punti chiave. Il PARZIVAL di Wolfram von Eschenbach è costituito da sedici libri pubblicati tra il 1195 e il 1210. L’azione si svolge su due piani: da un lato si racconta la storia di Galvano un cavaliere di Artù, dall’altro la ricerca del Santo Graal da parte di Parzival. Ma von Eschembach non fu l’unico poeta medioevale a scrivere su Perceval e il Graal. Il più significativo tra i numerosi artisti fu indubbiamente Chrétien de Troyes, l’autore di Perceval o il racconto del Graal, un poema epico rimasto purtroppo incompiuto.
Sia Wolfram che Chrétien iniziarono la stesura delle loro opere quasi in contemporanea, i racconti sono molto simili anche se presentano tratti distintivi che non staremo qui a sviscerare per ovvi motivi di tempo. È comunque palese che ogni singolo autore, ha creato la propria versione attingendo da leggende che evidentemente erano già note.





ETIMOLOGIA DELLA PAROLA GRAAL

Che cosa è il Graal? Qual è il significato di questa parola? Etimologicamente la si può ricondurre solo a gradalis, ciotola larga e poco profonda, viene anche chiamata graalz nel linguaggio popolare perché è gradita, grata ai commensali. Per quanto riguarda il Sang Real, sangue reale, l’interpretazione rimanda al tardo medioevo, quando il Graal erà già visto come il calice dell’ultima cena. Altre fonti derivano Graal da grès, “pietra”. Ciò può sembrare strano ma in realtà non lo è affatto se pensiamo a come Wolfram von Eschembach nomina il Graal: lapsit exillis.
Che cosa sa il poeta a proposito del Graal e di una pietra ? Leggiamo i versi 469,2-8 del Perceval:

Voglio parlarvi di che cosa essi vivono:
vivono di una pietra,
di purissima natura.
Se non la conoscete,
allora deve essere qui nominata.
Si chiama lapsit exillis.
La pietra viene anche chiamata il Graal.


Lapsit è sicuramente una storpiatura della parola lapis, “pietra”. Frequenti sono infatti tali storpiature nel poema. Altra possibile interpretazione è lapis elisir, la “pietra filosofale”, che trova una corrispondenza nel potere taumaturgico del Graal. Lapis exili, potrebbe voler dire “pietra dell’esilio”; lapis ex coelis o lapis de coelis, rispettivamente la “pietra dal cielo” e la “pietra del cielo” oppure, un’abbreviazione dell’espressione lapis lapsus ex illis stellis, che si può tradurre “pietra caduta da quelle stelle”. Leggiamo infatti dal Parzival di Wolfram (454,1-30):

Il pagano Flegetanis
Ne parlava con timore
Vide negli astri con i suoi occhi
Il più arcano dei misteri.
Parlò di un oggetto che si chiamava Graal,
il cui nome aveva letto tale quale nelle stelle:
“ Lo lasciò sulla terra una schiera,
che poi volò di nuovo in alto tra le stelle,
poiché la sua purezza la riportò indietro, a casa.
Da allora né hanno cura i cristiani casti e puri.
Chi è chiamato dal Graal è uomo di valore “.




L’ IPOTESI PALEO SETI


“ Sono giunto alla conclusione che la teoria degli antichi astronauti è sufficientemente conforme a una premessa scientifica. Anzi, questa teoria getta più luce rispetto ad altre sul materiale protostorico raccolto finora. Abbiamo tra le mani uno strumento insolito, che però ci consente di distinguere un filo rosso nell’intricato labirinto dell’evoluzione umana sul nostro pianeta.

Luis E. Navia, Professore di filosofia, Università di New York.


Non è necessario che mi dilunghi più di tanto sul concetto dei “culti del cargo”. Sapete tutti che una prova tangibile di tali culti è il desiderio di ricevere in regalo le mercanzie (per essere precisi il “carico”, in inglese “cargo”) trasportate dai rappresentanti di una civiltà tecnologicamente superiore. L’indigeno descrive gli strumenti moderni con concetti ripresi dal proprio linguaggio “primitivo” (cioè un gergo con lessico limitato, soprattutto per quanto riguarda i termini tecnici), identificandoli con oggetti che gli sono familiari. Un aereo diventa così un “ grande uccello” o un “ uccello tonante”. Questo per fare solo un esempio. I libri di Von Daniken e Kolosimo né sono pieni e li avrete sicuramente letti. Nulla è conclusivo ma sicuramente affatto trascurabile.
Anche la Bibbia contiene innumerevoli passi che lasciano per lo meno perplessi: L’astronave del Signore nel libro di Ezechiele per esempio (vedi fig), ma anche e soprattutto il miracolo della manna per il popolo di Israele. In Esodo cap. 16 leggiamo:

Tutta la comunità dei figli d’Israele insorse contro Mosè e contro Aronne nel deserto. I figli d’Israele dissero loro: “ Oh ! fossimo morti per mano del Signore in Egitto, quando sedevamo dinanzi alle pentole di carne e avevamo pane in abbondanza! Ma voi ci avete condotti in questo deserto per lasciar morire di fame tutto il nostro popolo”.
Allora il Signore parlo a Mosè: “ Ecco io vi farò piovere il pane dal cielo; il popolo andrà a raccoglierne secondo le sue necessità giorno dopo giorno, e così lo metterò alla prova, per vedere se osserva o meno la mia legge. Ma il sesto giorno si prepari, perchè sarà il doppio di quel che raccoglie ogni giorno “.

La manna è veramente esistita? Di cosa si trattava ?
Fin dalla metà del 1400 abbiamo cronache che parlano di questa strana sostanza, ma è solo negli anno venti del secolo scorso che alcuni scienziati hanno scoperto che una particolare cocciniglia, pungendo gli arbusti di tamerice, fa secernere alla pianta stessa un liquido “mieloso” che condensandosi in perline può essere raccolto e conservato per molto tempo. E’ risultato essere infatti glucosio e zucchero d’uva con tracce di pectina, in pratica zucchero puro. Non può però essere considerato un alimento completo comunque, o sostitutivo di un pasto, semmai un arricchimento al menù. Non potè sicuramente da solo tenere in vita il popolo d’Israele per quarant’anni nel deserto, tanto più che la reperibilità di tale “secrezione” varia di anno in anno ed è legata alla piovosità !
Come risolvere dunque l’enigma della manna ? Di recente sono stati mossi alcuni passi verso una soluzione più concreta.
Si tratta di una tesi logica in sé, sia per quanto concerne i dettagli sia nel suo complesso, e pertanto la si può ritenere verosimile rispetto all’ipotesi del “secreto”, che in fin dei conti è priva di ogni fondamento. Secondo questa nuova impostazione, la manna veniva fabbricata meccanicamente, quindi non era un prodotto spontaneo della natura.
A primo acchito un’affermazione del genere può sembrare assurda, ma gli ingegneri inglesi Geroge Sassoon e Rodney Dale sono riusciti veramente a costruire una macchina della manna. Dall’analisi minuziosa dei testi antichi è risultato, anche in questo caso, un dispositivo che funziona ed è in grado di produrre cibo proprio come affermano le antiche scritture.
I due ingegneri hanno trovato la descrizione della macchina nello Zohar un antico libro della Cabala ebraica scritta nel 1290, dopo che per secoli era stata trasmessa oralmente per non divulgare il segreto della sua sapienza: un mix di testi mistici, magici e alchemici in codice. Come la Bibbia, lo Zohar è suddiviso in più libri. A noi né interessano solo tre: Il Libro del Mistero Nascosto, La Minore Santa Assemblea e la Maggiore Santa Assemblea. In questi libri si descrive una macchina chiamata “L’Antico dei Giorni” oppure “l’Antico degli Antichi”. Il nome deriva dall’aramaico OThiQ IVMIN (pronuncia: attik jomin), ma può anche significare, udite udite: “ ciò che può essere trasportato nella cassa” .Tale significato sembra avere un senso logico, anche se alle parti che costituiscono l’apparecchio sono attribuiti nomi di membra e organi umani.
La macchina è composta da tre unità: una parte superiore considerata “maschile”, una media come “femminile” e una inferiore ancora maschile. I popoli vissuti nei secoli prima di Cristo non conoscevano la tecnologia in senso odierno. Non avevano idea dei macchinari complicati che invece fanno parte della nostra vita quotidiana. Concetti come “fili del telefono”, “cavi”, “circuiti elettrici”, “spie di accensione”, “gruppi propulsori” erano al di fuori della loro portata. E allora come descriverli ? L’unico modo era adattarli alle nozioni tipiche del loro mondo. Eccoci tornare al concetto del “culto del cargo”.
Torniamo alla manna. Si ritiene che la materia prima fosse uno speciale tipo di alga Clorella, i cui componenti in proteine, carboidrati e lipidi potevano essere variati nel corso della maturazione della coltura. Per coltivare l’alga era necessaria soprattutto una fonte di luce intensa, presumibilmente un laser. Secondo quando deducono Sassoon e Dale dai testi dello Zohar, la macchian aveva il seguente aspetto: in cima al congegno era installato un apparato per la distillazione della rugiada, o, meglio, dell’umidità dell’aria, la cui superficie convessa era raffreddata. L’umidità presente nell’aria notturna, a contatto con la superficie fredda, si condensava in acqua. L’acqua era la materia prima per il serbatoio centrale, che conteneva sia la fonte di luce sia la coltura di alghe. La coltura circolava in una rete di dotti che consentivano lo scambio di ossigeno e anidride carbonica con l’atmosfera e irradiavano calore. La melma di Clorella formatasi nel serbatoio centrale veniva poi incanalata in un secondo serbatoio dove era sottoposta a idrolisi. Né risultava una sostanza simile all’orzo, che assumeva il caratteristico sapore di focaccia al miele dopo una leggera tostatura. (“E il popolo d’Israele la chiamò “manna”. Era simile a bianchi semi di coriandolo e aveva il sapore di focaccia al miele “). Al termine del processo, il materiale essiccato finiva in due distinti serbatoi di raccolta. L’uno copriva il fabbisogno giornaliero, l’altro si riempiva via via durante la settimana in modo di fungere da scorta per due giorni il sabato sera (“ Ma il sesto giorno si prepari, poiché sarà il doppio di quel che raccoglie ogni giorno “). I due serbatoi erano necessari affinché la macchina potesse essere arrestata, smontata, pulita e riavviata.
Non stiamo parlando di fantascienza: macchine di questo tipo esistono e funzionano. Un metodo analogo, basato sulla coltura delle alghe viene utilizzato per depurare l’aria nei sottomarini nucleari è tuttora impiegato nei sistemi ecologici chiusi in ambito astronautico, nella stazione spaziale internazionale. Molti paesi utilizzato lo stesso sistema per le colture idroponiche. In Egitto ad esempio le alghe si possono coltivare per trecento giorni l’anno con un raccolto annuale stimato intorno alle 50-60 tonnellate per ettaro. Le alghe sono un vero portento : producono acidi grassi, vitamine e principi attivi, depurano le acque di scarico e forniscono energia.
Per concludere la descrizione, secondo le valutazioni degli ingegneri, la fonte di energia propulsiva al funzionamento, doveva produrre circa cinquecentomila watt nonostante le dimensioni ridotte. Nei sommergibili, nei satelliti e nelle sonde spaziali come la Cassini in orbita attorno a Saturno, si utilizzano ad esempio i mini reattori con combustibile al plutonio. Per la sicurezza del sistema (ed è interessante anche per la macchina della manna) si prevede l’istallazione di un serbatoio contenete litio liquido: l’isotopo litio-6 assorbe l’energia dei neutroni, che sono responsabili della reazione a catena nel reattore. Il litio si riscalda, si espande e il flusso di metallo si spinge nel nucleo del reattore attraverso il tubo. La scissione nucleare rallenta o addirittura si interrompe. A tal proposito però dobbiamo prestare anche attenzione al rapido sviluppo tecnico nelle celle a combustibile. La cella alcalina ad esempio, è una mini centrale elettrica portatile ad alto rendimento per la produzione di corrente e calore. Anche queste sono impiegate in astronautica e non solo, possono funzionare per quarantamila ore senza intoppi.
Sommando il tutto, dovremmo avere esattamente quel che è descritto nello Zohar: una macchina complessa che produceva la manna biblica ed era formata da più parti. (MinSA 59):

Tre teste sono inserite: questa si trova i quella e questa sopra l’altra.
Una testa è la saggezza ed è la più nascosta.
Questa saggezza nascosta è la Saggezza suprema che rimane nascosta.
La membrana forma una parete divisoria a cui non si può accedere, né può essere aperta.
La membrana avvolge il cervello della Saggezza Nascosta. La membrana ha un’apertura verso il Piccolo Volto attraverso la quale il cervello si espande e prosegue per trentadue vie.

Dal primo cranio fuoriesce un’emanazione bianca che scende in direzione del Piccolo Volto.
Da qui prosegue verso altri crani sottostanti che sono innumerevoli.
Tutte le santità provengono dalla Testa superiore del cranio.
Questa benedizione fluisce in tutte le membra del corpo finchè non raggiunge quelle chiamate eserciti. Il fiume si raduna e poi viene emesso da quel santo Fondamento. Poiché il fiume è completamente bianco, è chiamato Grazia. Questa Grazia entra nel santissimo, come stà scritto:
“ Come la rugiada che scende dal cielo sulla montagna di Sion, dove il Signore promette benedizione e vita eterna “.
La rugiada della Testa bianca gocciola nel cranio del Piccolo Volto e lì viene conservata.
La rugiada appare di due colori e di essa si nutre il campo dei meli santi. Dalla rugiada si macina la manna per i giusti nel mondo a venire. La manna richiamerà in vita anche i morti. Sembra che la manna sia stata ottenuta dalla rugiada solo per un certo periodo di tempo: il periodo in cui il popolo d’Israele andava vagando per il deserto ed in questo luogo era sfamato dall’Antico degli Antichi.

Questo è solo un piccolo condensato di pagine e pagine di minuziose descrizioni dell’Antico degli Antichi, o dell’Antico dei Giorni o ancora di ciò che può essere trasportato nella Cassa.



L’ARCA DELL’ALLEANZA E LA MACCHINA DELLA MANNA

Come sappiamo bene, leggendo le pagine dell’Esodo, il popolo d’Israele vagò per quarant’anni nel deserto, si sfamò grazie alla macchina della manna e ogni volta che si accampavano montavano il campo della tenda nella quale installavano il Santa Sanctorum con l’Arca dell’Alleanza, il tutto rigorosamente occultato agli occhi del popolo. Un ulteriore ipotesi che proviamo a fare è questa:
poteva l’Arca dell’Alleanza essere anche la famosa Cassa atta a trasportare la parte principale, quella propulsiva e forse anche radioattiva della nostra macchina della manna ?
Leggiamo infatti dall’Esodo:

“ Dietro il secondo velo c’era la parte della tenda detta il Santissimo; e conteneva l’incensiere d’oro e l’ Arca dell’Alleanza tutta ricoperta d’oro; in essa vi era l’urna dorata con il pane del cielo e la verga di Aronne, che un tempo era fiorita, e le tavole dell’Alleanza “.

Sappiamo anche dal altri passi della Bibbia che l’Arca dell’Alleanza doveva essere maneggiata con cura, pena una morte atroce:

“I figli di Aronne, Nadab e Abiù presero ognuno il proprio turibolo, vi accesero il fuoco e sopra vi misero l’incenso, offrendo così al signore del fuoco profano che non era stato loro prescritto. Allora dal cospetto del Signore scaturì un fuoco che li divorò e morirono davanti al Signore”.

Scariche elettriche, radioattività, ma che poteva essere tutto questo?
Leggiamo ancora:

Il Signore aggravò la sua mano sugli abitanti di Azoto e portò la rovina tra di loro: lì colpì con bubboni sia nella città sia nel territorio circostante.
Gli abitanti di Azoto, vedendo ciò che accadeva, dissero: “ L’Arca del Dio D’Israele non rimanga più tra noi ! La sua mano pesa troppo su noi e su Dagon, il nostro dio”. Allora mandarono a chiamare tutti i capi filistei e domandarono: “ Che cosa dobbiamo fare con l’Arca del Dio D’Israele?”. E quelli risposero: “ Portate l’Arca del Dio D’Israele a Gat “. E così l’Arca fu portata in quel luogo.
Ma dopo che ve l’ebbero portata, la mano del Signore si abbattè anche su quella città incutendo grande terrore, poiché colpì tutti i suoi abitanti, dal piccolo al grande, e anche a loro spuntarono i bubboni. Allora l’Arca di Dio fu mandata ad Accaron. Quando l’Arca giunse ad Accaron, la gente della città gridò: “ Ci avete mandato l’Arca dei Dio d’Israele per farci morire insieme a tutto il nostro popolo”.
Alla fine, i filistei si decisero a rimandare l’odiato apparecchio in Israele. Lo inviarono al di là del confine, presso Bet-Semes, su un carro tirato da buoi. Gli abitanti del villaggio, che lavoravano nei campi, danzarono per la gioia, si avvicinarono all’Arca e la toccarono. Ma i figli di Geconia, unici fra tutti i betsemiti, non fecero festa quando videro l’Arca del Signore. Allora il Signore colpì a morte settanta di loro. E il popolo di Bet- Semes si addolorò per essere stato colpito così duramente. Quando il carro trainato dai buoi giunse all’aia di Nacon, Oza tese la mano e sostenne l’Arca di Dio, poiché i buoi la stavano facendo scivolare. Allora l’ira del Signore “esplose” contro di lui: Dio lo colpì sul posto, ed egli morì presso l’Arca di Dio.

(PRIMO LIBRO DI SAMUELE, CAPITOLO 6).

Per quanto se né sa, questo fu l’ultimo incidente mortale occorso a causa della macchina della manna o dell’Arca dell’Alleanza. Sembra che Davide ed i suoi sacerdoti fossero rimasti molto turbati di fronte alla reazione dell’Arca del loro Dio. Per precauzione il pericolosissimo oggetto fu lasciato in custodia alla famiglia di Obed-Edom di Gat. La quarantena santa durò tre mesi, dopodiché la reliquia raggiunse sana e salva Gerusalemme, la capitale del regno di Davide.
Sempre durante il regno di Davide, ebbero inizio i lavori per la costruzione del Tempio di Gerusalemme, nel quale l’Arca avrebbe trovato fissa dimora. Oggi si ritiene che il luogo scelto per costruire il Tempio fosse l’area di un ex santuario gebusita, dove il re ordinò di iniziare le operazioni preliminari (facendo spianare la superficie per la base del tempio). In seguito fu Salomone a proseguire e portare a termine la costruzione dell’edificio. Per concludere degnamente il lavoro Salomone, si rivolse grazie ai buoni rapporti istaurati nel tempo, al re Chiram di Tiro.
Il re Chiram, inviò a Gerusalemme materiali da costruzione e personale specializzato. Inviò perfino il suo ingegnere edile personale, nonché suo consigliere, Hiram-Abi.
Dopo sette anni di lavori sotto la direzione di Hiram-Abi l’edificio fu terminato e l’Arca (contenete la macchina della manna) fu trasferita dalla Tenda del Convegno, in cui aveva trovato posto provvisorio ai tempi di Davide, al santuario di Gerusalemme. (Primo Libro dei Re, Cap. 8).
La reliquia che in origine era stata un’arma formidabile contro i nemici d’Israele, viene accompagnata nell’ultimo viaggio ed è quasi “seppellita”. L’Arca dell’Alleanza aveva perso i suoi effetti distruttivi e spaventosi ed anche la macchina della manna aveva perso le sue funzioni. Entrambe le reliquie sopravvivevano solo come simbolo di Jahvè, come oggetto di venerazione religiosa. L’Arca era per il popolo e il congegno, tenuto nascosto, per il clero. Infatti anche L’Antico dei Giorni trovò la sua ultima dimora nel Santo dei Santi insieme all’Arca dell’Alleanza, ma ben pochi né erano al corrente. Né il popolo, né gli operai fenici potevano immaginare neanche lontanamente cosa si nascondeva entro le mura della casa di Dio. Soltanto Salomone, i sommi sacerdoti e il costruttore del tempio stesso Hiram-Abi “il pieno di Saggezza”. Pare che Hiram scrisse molti rotoli di tutto questo ed inviò un messo dal suo re, perché i suoi scritti fossero nascosti. La leggenda ebraica narra che, una volta terminati i lavori, il fenicio fu assassinato per mano di uno sconosciuto. Ciò conferma l’ipotesi che Hiram-Abi sapeva troppo, più di quanto potessero tollerare Salomone ed i sommi sacerdoti.

Ora per ovvie ragioni di brevità, sorvoleremo brevemente sugli accadimenti che videro protagonisti l’Arca dell’Alleanza, il suo contenuto e quindi la macchina della manna, successivamente alla sepoltura nel Tempio di Salomone. Molto probabilmente per ragioni di sicurezza, l’Arca fu svuotata dal suo contenuto: le tavole della legge, e “Cervello della Saggezza nascosta”, tali segreti furono sicuramente murati in un qualche cunicolo segreto sotto il tempio di Gerusalemme. L’enormità dei labirinti scavati sotto tale struttura è ancora oggi in gran parte inesplorato. Le guerre, le invasioni e le distruzioni succedutesi nei secoli, non scalfirono minimamente i segreti celati nelle viscere del tempio.
“ Questo luogo non deve essere trovato da nessuno finché il Signore non avrà radunato di nuovo tutto il suo popolo e non gli vorrà concedere la grazia. Allora il Signore rivelerà dove sono tutti questi oggetti e si vedrà la sua magnificenza in una nube, così come accadde ai tempi di Mosè “.
(Secondo libro dei Maccabei, cap. 2).

Resta tuttavia ancora misteriosa e da verificare la leggenda, narrata nel Kebra Nagast etiope, secondo la quale Menelik I figlio di Salomone e della Regina di Saba, fuggì da Gerusalemme rubando l’Arca dell’Allenanza e portandola in terra Etiope. Essa si troverebbe ancora là oggi, custodita nella cattedrale di S. Maria di Sion ad Axum. Ma se anche così fosse stato, molto probabilmente l’ Arca a quel tempo era semplicemente un contenitore vuoto.

ALLORA LA MACCHINA DELLA MANNA E’ ANCORA SEPOLTA IN QUALCHE NASCONDIGLIO SEGRETO?


I CAVALIERI TEMPLARI ULTIMI CUSTODI DEL GRAAL

“ Da allora né hanno cura i cristiani casti e puri.
Chi è chiamato dal Graal è uomo di valore “.
(dal Parzival di Wolfram von Eschembach)

Nel 1080 nacque Ugo di Payns, il futuro fondatore dell’Ordine dei Templari. Sappiamo poco della sua infanzia: a diciannove anni probabilmente prese parte alla prima crociata sotto la guida di Goffredo di Buglione e il 14 Luglio 1099 fu presente alla caduta di Gerusalemme. Dopodiché tornò in Francia e si mise al servizio del Conte Ugo di Champagne, di cui divenne ufficiale.
Passarono cinque anni. Non si sa esattamente che cosa successe in quel periodo, non sono stati trovati documenti al riguardo. Con molta probabilità, l’ufficiale viaggiò per incarico del suo amico e signore. In seguito i due Ugo di Payns e Ugo di Champagne si recarono di nuovo in Terrasanta. Ma non ci rimasero a lungo e furono presto di ritorno. Appena giunto in Francia, Ugo di Champagne si mise in contatto con Etienne Harding, l’abate che sette anni prima aveva fondato l’ordine dei cistercensi. Dopo questo incontro, il nuovo ordine diede vita ad un processo straordinario per quel tempo: fu intrapreso uno studio scrupoloso di svariati testi ebraici (in seguito anche del Corano) e fu chiesto ai rabbini dell’Alta Borgogna di assistere ai lavori di traduzione. La famosa scuola rabbinica del rabbino Rashi (Solomon Ben Isaac) si trovava a Troyes. Il rabbino morì nel 1105 e il lavoro fu portato avanti dai suoi generi. Secondo diverse fonti, il rabbino Rashi ricevette spesso la visita di Ugo di Champagne e pare che dai loro incontri fosse scaturito qualcosa di cruciale. Molto probabilmente, furono trovate antiche trascrizioni dei rotoli di Hiram-Abi il fenicio, “il pieno di saggezza” il costruttore del Tempio di Salomone. Nel 1114 Ugo di Champagne tornò in Terrasanta per poi rimettersi in contatto, subito dopo il suo rientro, con Etienne Harding dei Cistercensi. Ma non solo: tra lo stupore generale l’ufficiale donò all’ordine il bosco di Bar-sur-Aube e predispose la costruzione dell’abbazia di Chiaravalle. Il giovane Bernardo di Chiaravalle (futuro San Bernardo) si incaricò di seguire questo progetto. Inoltre Ugo espresse il singolare desiderio di entrare a far parte dell’Ordine degli Ospitalieri di Gerusalemme. L’intera faccenda è piuttosto strana. Cosa aveva in mente Ugo di Champagne ? Nel 1119 la questione misteriosa giunse ad una svolta. Ugo di Pays, insieme a Goffredo di Sait- Omer e a una manciata di altri fedeli, si recò a Gerusalemme. Fecero voto di castità, obbedienza e povertà davanti al patriarca del luogo e da quel giorno vissero nella condizione di frati laici. Di nuovo accadde una cosa strana: Baldovino II re di Gerusalemme, mise a disposizione di questa piccola comunità una parte del palazzo. Non c’è da meravigliarsi se da allora in poi il manipolo di monaci cavalieri prese il nome di “Templari”, questo palazzo, infatti, si trovava proprio sul Tempio di Salomone di un tempo.
I Templari rimasero a Gerusalemme per otto anni. Durante questo lasso di tempo, i Cavalieri del Tempio non presero parte ad alcuna battaglia. Li si vedeva invece nei dintorni del Tempio, mentre dissotterravano, cosa abbastanza curiosa, vecchie stalle di cavalli, facevano scavi o esploravano antiche rovine; oppure non li si vedeva affatto. Poi un giorno partirono a cavallo senza dire a nessuno dove andavano.
Sappiamo tutti quello che divenne l’ Ordine dei Cavalieri del Tempio nei duecento anni successivi.
Divenne l’ordine militar-religioso più ricco di tutti i tempi, talmente ricco da concedere prestiti al Papa e al Re di Francia. Le immense ricchezze facevano gola a molti, tanto che nel 1307 il Re di Francia Filippo il Bello, fece in modo che il Papa Clemente sciogliesse l’Ordine per dargli quindi la possibilità di confiscare i loro beni. Nell’atto di accusa contro l’ Ordine dei Templari, all’articolo 46, troviamo il seguente passaggio: “ Che essi (i Templari) possedevano idoli, cioè teste, in tutte le province. Le teste avevano in parte tre, in parte un unico volto “. All’articolo 47: “ Che essi in assemblea, soprattutto nelle grandi adunanze, veneravano un’immagine come un dio, come il redentore, e affermavano che questa testa poteva salvarli, concedere all’ordine ogni ricchezza, far fiorire gli alberi e germogliare le piante sulla terra “ (Ricordate anche che la verga di Aronne era germogliata in sua presenza). Durante le perquisizioni nelle commende non fu trovato uno solo di questi idoli.
Questa cosiddetta “testa” veniva chiamata dai templari “Baphomet”.
Ecco come veniva descritto:
“… e lo stesso aveva occhi di carbonchio nelle orbite che risplendevano come il chiarore del cielo e, come si è visto, essi riponevano in lui la loro fede. Egli era il loro dio supremo e ciascuno confidava in lui di buon cuore. Questa testa aveva una mezza barba sul viso e l’altra metà sul retro, e questa era una cosa assurda; è cosa risaputa che il nuovo Templare doveva rendergli omaggio come a Dio “.
Non è necessario occuparsi degli occhi luminosi come il chiarore del cielo, cioè delle lampade della macchina della manna; vale invece la pena soffermarsi ancora una volta sui cosiddetti “peli della barba”, che si trovavano tanto sul viso quanto sul retro, cosa comprensibilmente assurda per allora. Per contro i nostri ingegneri Sasson e Dale nella traduzione dello Zohar , riconducono alle tubature il capitolo delle “Venerabili barbe” che entrano dal davanti e fuoriescono da dietro.
Infine occupiamoci del termine “Baphomet”: alcuni autori islamici (come Idries Shah) richiamano l’attenzione sul concetto arabo di “Bufimat”, usato nella spagna moresca, il cui significato è “testa della conoscenza”. Hugh Schonfield dimostra che Bhaphomet è probabilmente una codifica dell’Atbash ebraico, cioè deriva da una delle scritture in codice giudaico-cabbalistiche più comuni.

Ecco l’esempio:

B P V M Th (Baphomet)

Diventa:

Sh V P I A (Sophia)

Sophia in Greco non è altro che la “saggezza”.
Abbiamo visto che nello Zohar la “Saggezza Nascosta” stava nel cranio ed era protetta dalla membrana che non si poteva togliere !

I TEMPLARI ALLORA NEI LORO SCAVI SEGRETI SOTTO IL TEMPIO DI GERUSALEMME, TROVARONO VERAMENTE LA MACCHINA DELLA MANNA, DATA A MOSE’ PER SFAMARE IL POPOLO D’ ISRAELE NEL DESERTO ?

OThIQ IVMIN = ANTICO DEGLI ANTICHI = GRAAL= BAPHOMET = MACCHINA DELLA MANNA, in qualsiasi modo vogliamo chiamarla, non fu mai trovata nel rastrellamento del tesoro dei Templari da parte di Filippo il Bello, ancora una volta i custodi erano riusciti a nasconderla ma dove ?




Bibliografia:

“CUSTODE DELLA RELIQUIA” – Fiebag – Armenia 2007
“PARZIVAL” – Wolfram von Eschembach – Wien 1965
„LA BIBBIA DI GERUSALEMME“ – EDB 1974


Sigari Faraonici



di Marco La Rosa


Era una bella mattina luminosa, ma del resto lo erano quasi tutte al Cairo. Se non fosse stato per lo smog dei gas di scarico, dei milioni di autoveicoli che transitavano per le arterie della città, il cielo sarebbe stato di un bell'azzurro turchese, come quello dei minuscoli scarabei, che i bambini tentano di appioppare ai turisti in cambio di qualche moneta...Mustafà sapeva bene che quella era una mattina importante, molto importante per il direttore.Si avviò con passo spedito nel lungo corridoio dell'ala est, ancora immerso nella penombra, le luci del museo si sarebbero accese solamente alle otto; mancavano ancora più di due ore, doveva affrettarsi... le sfingi e le statue ai lati del corridoio, lo guardavano minacciose, o almeno a lui sembrava così; chissà se aveva fatto lo stesso effetto anche ai sacerdoti nel tempio di Deir el-Bahri, nei pressi di Luxor, l'antica Tebe.Già, perché era quella la località dove era stato rinvenuto il sarcofago di Ramesse II "Il Grande" (Nuovo Regno XIX Dinastia).
La cassa di legno, perfettamente imballata e sigillata era pronta, di li a poco su un grande "uccello" volante, stivata insieme a migliaia di altri oggetti, la mummia del grande faraone avrebbe attraversato il mediterraneo alla volta di Parigi.E' qui cari amici, amanti del "fumo lento" come il sottoscritto, che comincia una storia "bizzarra" ma sicuramente "intrigante".Vi domanderete: " ma noi che "amiamo" il il sigaro e la pipa, abbiamo qualcosa da spartire con i faraoni ? " Se fino ad ora pensavate il contrario, sbagliavate! Ma se siete curiosi continuate la lettura!!Dunque, eravamo rimasti a Parigi, dove una ventina dei più importanti scienziati francesi, si offrì di studiare il motivo del deterioramento della pelle, nella mummia del sovrano testè citato.Si scoprì, che la causa principale erano gli scarafaggi, ma la dottoressa Michelle Lescot del Musée National d'Histoire de Paris, utilizzando il microscopio elettronico per stabilire se nelle bende fossero presenti batteri o virus, con grande stupore, si trovò ad osservare attraverso le lenti minuscoli frammenti di tabacco.Sicura della sua scoperta, la dottoressa Lescot rese pubblico il suo studio, venendo sommersa di critiche dagli altri accademici; secondo loro era impossibile che ci fosse del tabacco nelle bende della mummia, a meno che non vi fosse penetrato per contaminazione.Fu avanzata l'ipotesi che gli egittologi che nel 1881 trovarono la mummia nel cosiddetto "nascondiglio reale" a Deir el-Bahri, stessero fumando il sigaro o la pipa e avessero inavvertitamente fatto cadere un po' di tabacco, che in qualche modo era scivolato tra le bende.Per nulla abbattuta dalle contestazioni, la dottoressa Lescot, ottenne il permesso di condurre altri esami su campioni prelevati dagli organi interni della mummia in questione. I risultati furono gli stessi, e a questo punto l'ipotesi che il tabacco fosse caduto da un sigaro od una pipa, fu accantonata.Sembrava decisamente più probabile che fosse stato introdotto nelle bende durante le pratiche funebri che seguirono la morte del sovrano, che aveva regnato per 66 anni, dal 1290 al 1224 a.C..
Ulteriori analisi rivelarono che gli organi interni erano stati rimossi per essere posti nei vasi canopi, a al loro posto era stata collocata un'imbottitura di materiale vegetale che, oltre a piantaggine, ortiche, lino, grani di pepe nero, camomilla e frumento, includeva foglie triturate di tabacco.Poiché questa mistura era stata introdotta nella mummia per contribuire a preservare il tessuto corporeo, è stato ipotizzato che il tabacco fosse impiegato nel processo di imbalsamazione sia come insetticida, sia per prevenire la putrefazione.La presenza di tabacco nelle bende e all'interno del corpo di Ramesse II è stata una sorpresa assoluta tanto per gli egittologi quanto per i botanici, per una ragione evidentissima: nel mondo antico (come lo conosciamo attualmente) quella pianta non era conosciuta.Nessun egittologo accademico di fama, si è mostrato disposto ad accettare o spiegare questa anomalia dell'altrimenti ben documentata storia egizia. Il problema fondamentale, vale a dire che la pianta del tabacco è sempre stata ritenuta originaria esclusivamente delle Americhe, è stato tranquillamente ignorato.Tutta la questione venne messa in soffitta fino al 1992, quando una tossicologa tedesca, Svetlana Balabanova, dell'Istituto di Medicina Legale di Ulm, avviò una serie di test specifici su alcuni resti mummificati conservati nel museo di Monaco. Vennero prelevati frammenti di tessuto osseo e di epidermide, nonché di muscoli del capo ed addominali. I risultati furono talmente sorprendenti che la dottoressa decise di inviare campioni simili ad altri tre laboratori, che presto confermarono le sue scoperte.
I test dimostravano che i resti mummificati contenevano notevoli quantità di nicotina, la componente narcotica del tabacco, e cocaina un alcaloide psicotropo presente nelle foglie della pianta di coca di origine esclusivamente sudamericana.Tutti i risultati di questi esami sono stati avvalorati dalla cromatografia, un processo in grado di rilevare le caratteristiche ed i metaboliti (prodotti della disgregazione biochimica nei processi corporei) presenti nei composti chimici di ciascun campione.Tutto ciò quindi ci suggerisce che gli antichi egizi assumessero la nicotina fumando e masticando, anche se gli egittologi "accademici" non hanno trovato alcuna testimonianza che in Egitto si fumasse prima dell'arrivo degli Arabi.Vi sono comunque indizi della pratica del cosiddetto "fumo lento" in uno stato del Medio Oriente che aveva legami molto stretti con il paese dei faraoni, la Siria.
Nel 1930 infatti l'orientalista Stefan Przeworski scrisse sul ritrovamento di oggetti curiosi che lui catalogò come pipe. (1200 - 850 a.c.). Questi oggetti erano principalmente usati come "incensieri", si soffiava attraverso il tubo della pipa per mantenere le braci ardenti e bruciare meglio l'incenso, ma bassorilievi di epoca fenicia ci dimostrano anche che il tubo si usava per "inspirare" e quindi fumare. E molto più probabile che i marinai fenici avessero appreso la pratica di aspirare il fumo, opposta a quella di soffiare i vapori di incenso, da una delle civiltà incontrate ai confini del mondo conosciuto. Ma dove esattamente, e da chi ? E che connessione esiste tra le pipe siriane e la presenza di tabacco e cocaina nell'antico Egitto?I primi esploratori spagnoli nei Caraibi incontrarono alcuni cacicchi (capi tribù) che usavano una pipa a forma di "Y" fatta di canne, che veniva inserita in entrambe le narici per inalare il fumo. Ma le pipe erano riservate all' élite; i membri meno importanti della comunità si limitavano ad arrotolare le foglie e a fumarle come sigari.
Si riteneva che le virtù del tabacco fossero molteplici: in America era usato come cura contro l'asma, le congestioni delle vie respiratorie, il mal di testa, i morsi di serpente, le pustole, il mal di denti e le complicazioni da parto. Nei rituali religiosi e sciamanici si estraeva dal tabacco una resina che veniva poi impiegata sotto forma di clistere; l'altissima concentrazione di nicotina faceva sì che il fruitore sperimentasse rapidamente uno stato di alterazione della coscienza. In altri casi il tabacco veniva appallottolato e masticato, pratica che, come nel caso della coca, placava la fame.E' opinione comune che nel Vecchio Mondo il tabacco non esistesse finchè non fu introdotto dalle Americhe in seguito alle scoperte geografiche, ma questo è un grosso errore.
Vi sono infatti molti elementi a dimostrazione che una varietà di tabacco selvatico, chiamata Nicotiana rustica per distinguerla dalla varietà del Nuovo Mondo denominata Nicotiana tabacum, era ampiamente conosciuta in alcune zone dell'Africa, incluso il Sudan Occidentale, molto prima di Colombo.L'atto di fumare era definito tubaq, termine che si infiltrò in parecchi dialetti africani con varianti come taba, tawa e tama. Per utilizzare il tabacco come medicina, gli afro-arabi tostavano o seccavano le foglie, quindi le pressavano in mattonelle, per poi essere bruciato insieme a legna o carbone. Questa pratica era in netto contrasto con quella Amerinda, gli abitanti del Nuovo Mondo infatti seccavano e arrotolavano le foglie di tabacco per fumarle, metodo usato, forse, anche in Egitto.La pianta di tabacco africana è citata anche in un trattato del medico medioevale arabo Ibn al-Baitar; che la descrive come "una specie di albero che cresce sulle montagne della Mecca, con lunghe e affusolate foglie verdi che scivolano tra le dita se schiacciate" Il medico spiega che "raggiunge le dimensioni di un uomo, [...] cresce in gruppi, [...] non se ne trova mai una da sola".Ibn al-Baitar ci informa poi che il tabacco "se assunto per bocca o applicato come medicazione è benefico come antidoto contro i veleni ed è un rimedio per la rogna e la scabbia, per il prurito e le febbri prolungate, le coliche, l'itterizia e le occlusioni al fegato".
Un'ulteriore conferma che il tabacco non solo era presente in Africa prima della scoperta dell'America, ma veniva utilizzato dagli arabi come sostanza curativa è fornita dagli scritti di un esploratore del XIX secolo, il capitano G. Binger. Questi ci informa che in Africa il tabacco era impiegato come moneta e che gli "abitanti del Darfur (Sudan) nella loro lingua lo chiamano taba [...] A Fezzan e a Tripoli nella Barberia è chiamato tabgha. Ho letto un kasidah, un poema di un bakriyya, un discendente del Califfo Abu Bakr, che dimostra che fumare non è peccato. Questi versi risalgono al IX secolo dell'egira".Nel nostro calendario questa data corrisponde al 1450 d.C., vale a dire più di 40 anni prima del viaggio di Colombo. Inoltre l'uso dei termini tubbaq, taba e tabgha per indicare il fumo, ci porta a domandarci sull'origine della parola "tabacco", utilizzata dalle popolazioni precolombiane dei Caraibi per indicare sia il fumare sia lo strumento usato per farlo. Che prima della scoperta del Nuovo Mondo esistessero varianti afro-arabe del termine, non può essere una coincidenza; forse queste parole, che esprimono tutte la stessa azione (fumare tabacco) hanno un'origine comune ?L'analogia semantica infittisce il mistero e suggerisce che la pianta del tabacco sia stata introdotta in Africa attraverso l'Atlantico prima di Colombo, oppure che sia stata portata in America da viaggiatori provenienti dal continente africano.Ciò significherebbe che il tabacco era presente su entrambe le sponde dell'Atlantico già nel 1500 a.C., data a cui risalgono le prime pipe a noi note, rinvenute nelle Americhe.Per quanto possa sembrare fantasiosa, l'unica ipotesi che giustifichi la presenza di nicotina e cocaina nelle mummie egizie è che esistessero rapporti commerciali trai due continenti. Inoltre, se la foglia di coca era esportata, anche nel mondo antico il tabacco dell'America centrale viaggiava per mare.La presenza simultanea di tabacco e cocaina nei corpi degli egizi sembra avvalorare questa tesi. Oltre tutto la singolare corrispondenza sulle due sponde dell'Atlantico fra i termini usati per indicare il tabacco e il fumo dimostra una reciproca contaminazione di terminologia, di tecniche e forse anche di piante e prodotti avvenuta secoli prima che Colombo approdasse nel Nuovo Mondo.
Ci sarebbero molte altre implicazioni riguardo alle rotte commerciali ecc... ma non mi dilungherò oltre... per il momento.Grazie per la vostra attenzione e pazienza...


Un doveroso ringraziamento ad Adriano Forgione e Andrew Collins che con le loro (e le mie in minima parte) ricerche, hanno permesso di aggiungere un fondamentale tassello all'immenso puzzle della ricerca storico-archeologica "oltre il confine".
Bibliografia:- First Identification of Drugs in Egyptian Mummies - Naturwissenschaften - n° 79 - 1992- Mystery of the Cocaina Mummies - Equinox, Channel 4 - 1996- Gordon - Before Columbus- Gateway to Atlantis - A. Collins - S.K. 2000- Hera - n. 3 - 2001

Jack Barnett: marionetta e finto traditore










di Marco La Rosa


Assodato ormai che l’autopsia del "Santilli footage" non può essere considerata un falso ben architettato, esistono invece notevoli incongruenze, a mio avviso, nella testimonianza-intervista rilasciata da colui che asserisce di esserne stato il fantomatico cineoperatore.Innanzitutto egli sostiene di aver preso ordini diretti dal Gen. McMullen e di essersi recato, con altro personale militare, sul luogo dell’UFO-crash nei pressi di Soccorro (New Mexico) e di avere filmato tutte le fasi di recupero dell’oggetto volante, nonché la rimozione dei frammenti e le successive autopsie degli umanoidi rinvenuti sul luogo dell’incidente. L’attrezzatura adoperata sarebbe stata "presa in carico" a Washington D.C. : cinepresa Bell & Howell-70 dotata di torretta a 3 obiettivi e svariate bobine di pellicola 16 mm. <> (almeno un centinaio; forse più, in quanto una bobina aveva una durata di minuti 2,5). Come conseguenza di tale operazione, Barnett deve sicuramente aver firmato un registro per ritirare il materiale, che da quel momento passava sotto la sua diretta responsabilità. Non dimentichiamo, a tal proposito, la fiscalità dei depositi militari per qualsiasi tipo di materiale custodito e minuziosamente inventariato, il che prevedeva, non trattandosi di vettovagliamento, la riconsegna dello stesso numero di pezzi terminata la missione, con scarico su altro apposito registro, non necessariamente dello stesso deposito di partenza. Altro elemento importante da sottolineare è che il Gen. McMullen, avendo personalmente dato un’ "insolito" ordine, non di competenza di un così alto ufficiale, ma routine normalmente espletata dagli ufficiali subordinati (coordinanti le squadre di soccorso e recupero), era sicuramente e "impazientemente" interessato a visionare e custodire i filmati, essenziali per successivi studi e comparazioni, nonché per addestramento di squadre specializzate in "recupero, ricovero e smaltimento" (effettivamente istituite in seguito).
Come si spiega allora l’affermazione di Barnett "...Trattenni tutte le pellicole perché non avevo nessuno cui raccordarmi...". Non vale la scusa dell’estrema confusione, dovuta al fatto che in quel periodo i vari reparti dell’esercito erano sul punto di separarsi per una nuova riorganizzazione: lo strettissimo controllo effettuato dai "burattinai" su tutte le persone civili e militari che ebbero a che fare con la vicenda Roswell ne è una prova lampante; impossibile pertanto a Barnett poter gestire senza controllo materiale così importante. Altra affermazione palesemente contraddittoria è quella riguardante la fase di sviluppo della pellicola ed è proprio quella che ora andremo a verificare. <>, dice Barnett; non è chiaro poi se venga anche affermato: <>.
Tutto ciò è altamente improbabile, se non impossibile, in quanto un cineoperatore normalmente non aveva compiti di sviluppo; in particolare, per il tipo di pellicola usata nel nostro caso (Cine Kodak Super XX Panchromatic - Direct positive process), il processo non è assolutamente praticabile con il metodo dei secchi o delle vaschette, secondo quanto illustrato da Bob Shell al 5° Simposio Internazionale di San Marino. Lo stesso Shell, da me intervistato su questo punto, ha ribadito che <> e che pertanto la mia perplessità <> (letteralmente). Su ciò dissento vivamente, illustrando con l’ausilio di manuali "Kodak" come dovevano essere trattate, dopo le riprese, le pellicole utilizzate da Barnett, punto che lo stesso non ha mai chiarito.
LO SVILUPPO.
TRATTAMENTO POSITIVO DIRETTO. Direct Positive (Reversal) Pocessing.
Alcune emulsioni fotografiche possono essere trattate in modo da produrre, senza una fase intermedia di stampa o di duplicazione, un’immagine aventi gli stessi rapporti di brillanza e le stesse relazioni tonali del soggetto originale. Cioè l’emulsione esposta al soggetto produce direttamente, al termine del trattamento, un’immagine positiva. Non esiste pertanto un negativo dal quale si possano stampare positivi e per ogni copia ricavata con questo metodo deve essere esposto un separato fotogramma (se è necessario stampare un elevato numero di copie può essere conveniente riprendere il soggetto originale su una pellicola negativa, oppure ricavare un negativo intermedio dall’immagine positiva). Un metodo per produrre direttamente un’immagine positiva è il trattamento di inversione, le cui fasi principali sono le seguenti :
Il materiale sensibile viene esposto a un soggetto o ad un’immagine positiva ;
Un primo sviluppo produce nell’emulsione un’immagine negativa ;
L’immagine negativa viene sbiancata in un bagno che elimina dall’emulsione l’argento metallico lasciando gli alogenuri d’argento residui ;
La parte non esposta e non sviluppata dell’emulsione, che corrisponde ad un’immagine positiva del soggetto, viene resa sviluppabile mediante esposizione a luce bianca (colpi di luce mirata e non necessariamente uguale per tutta la pellicola) oppure per via chimica ;
L’immagine positiva viene sviluppata e fissata.
Nelle pellicole da invertire le esposizioni sono più critiche che in quelle da trattare come negative, poiché le possibilità di effettuare correzioni durante il trattamento sono molto ridotte.
TRATTAMENTO DI INVERSIONE. Reversal Processing.
Il trattamento di inversione forma direttamente un’immagine positiva, cioè una riproduzione simile al soggetto originale. E’ usato per ottenere trasparenze positive in bianco e nero, riproduzioni positive al tratto per arti grafiche, nonché pellicole cinematografiche, diapositive e stampe a colori. Per ottenere un negativo di elevata qualità di norma è opportuno un accurato controllo dell’esposizione e dello sviluppo, tuttavia alcune variazioni in queste fasi non impediranno di ricavare dal negativo stampe accettabili, poiché le possibilità di variare l’esposizione di stampa permettono di correggere alcuni errori (non tutti) dei negativi. In altri termini, esiste una notevole latitudine nell’esposizione, nello sviluppo e nell’uso della maggior parte dei materiali negativi.
La situazione è diversa nel caso del trattamento di inversione, poiché si può ottenere un’immagine di elevata qualità soltanto se l’esposizione e il primo sviluppo sono equilibrati ; qualsiasi allontanamento da quest’equilibrio peggiorerà la qualità dell’immagine. A causa di questa dipendenza dall’equilibrio esposizione - sviluppo e a causa delle possibilità di decadimento dell’immagine nelle altre fasi del procedimento, il trattamento di inversione richiede controlli molto accurati."
Come spiegarsi dunque l’utilizzo da parte di Barnett di questo tipo di pellicola, così "severa" sia in fase di esposizione che di sviluppo, quando le normali procedure utilizzate dai cineoperatori militari (vedi combat-film) prevedevano l’utilizzo soprattutto di pellicole con successivo sviluppo di negativo ? Eppure la situazione così speciale ed insolita che gli era stato chiesto di documentare presentava molti aspetti difficili da gestire per ripresa ed esposizione.
Forse erano presenti "altri" cineoperatori con pellicole di diverso tipo ?
TRATTAMENTO SPECIFICO DELLE PELLICOLE CINEMATOGRAFICHE KODAK 16 MM IN BIANCO E NERO.
Le pellicole cinematografiche in lunghezza sino a 30 metri possono essere trattate su grandi rocchetti a spirale, oppure su un’apposita apparecchiatura a telai da usare in vasca.
AGITAZIONE. I metodi di agitazione raccomandati variano in funzione del tipo di attrezzatura impiegata.
Grandi rocchetti a spirale : si immerga il rocchetto nella soluzione impartedogli una rotazione sufficiente a farlo ruotare di ½ o 1 giro. Si sollevi e si abbassi il rocchetto circa di 1 centimetro (mantenendolo immerso nella soluzione) per i primi 15 secondi, battendolo sul fondo della tank per staccare dalla pellicola le bolle d’aria. Si agiti la pellicola ogni minuto sollevando il rocchetto fuori dalla soluzione, inclinandolo approssimativamente di 30° per farlo scolare per 10-15 secondi e immergendolo nuovamente con un vigoroso movimento di rotazione sufficiente a farlo ruotare di ½ o 1 giro entro la soluzione. Si alterni il senso di rotazione ogni minuto. Appena prima del termine del tempo di sviluppo, si faccia ruotare il rocchetto per 15 secondi.
Telaio e vasca : Si agiti la pellicola per 5 secondi sotto la soluzione subito dopo l’immersione. A intervalli di un minuto si sollevi il telaio completamente fuori dalla soluzione, lo si faccia sgocciolare per alcuni secondi e lo si immerga nuovamente. Con questa agitazione il tempo di sviluppo a 20° C sarà approssimativamente di 9 minuti. Con la minore agitazione normalmente impiegata nelle apparecchiature dei laboratori industriali il tempo di sviluppo sarà invece di circa 11 minuti.
E’ pertanto verosimile poter lavorare in questa maniera con i secchi di alluminio mostrati da Bob Shell ?
CONTROLLO DEL TRATTAMENTO DI INVERSIONE.
Per ottenere immagini positive dirette non può essere usata un’unica serie di soluzioni di trattamento per tutti i materiali fotografici e cinematografici. Ogni procedimento deve essere previsto in particolare per un determinato materiale, sia per quanto riguarda la composizione delle soluzioni, sia per i tempi di trattamento. Per applicazioni in bianco e nero sono fabbricate alcune speciali emulsioni invertibili e il trattamento consigliato dal fabbricante va scrupolosamente seguito.
Anzitutto l’esposizione deve essere corretta. Un’esposizione eccessiva produce un’immagine "leggera", nella quale si perdono i dettagli delle alte luci ; poiché l’immagine positiva viene formata dagli alogenuri d’argento lasciati nella pellicola dopo lo sviluppo dell’immagine negativa, è evidente che una sovraesposizione provocherà una eccessiva asportazione dell’argento necessario per l’immagine positiva. Analogamente, un’esposizione insufficiente lascerà troppo argento per l’immagine positiva, che pertanto apparirà eccessivamente scura.
Il primo sviluppo è critico ed è perciò essenziale che le istruzioni per il tempo di sviluppo e l’agitazione siano strettamente seguite. Sovrasviluppo e sottosviluppo forniscono risultati simili alla sovraesposizione e alla sottoesposizione. A causa delle differenze nell’agitazione effettiva, il tempo di trattamento ad una particolare temperatura potrà variare leggermente in funzione del sistema di trattamento.
A mio avviso, quanto sopra esposto porta ad una sola conclusione, peraltro già ribadita da altri: e cioè che il fantomatico Jack Barnett, non essendo stato in grado di gestire il lavoro di sviluppo nella maniera dallo stesso raccontata, altri non sia che una pedina manovrata ad hoc per divulgare materiale prevalentemente "autentico" (ma in realtà non custodito, a casa o in altro luogo, per più di 40 anni dallo stesso cameraman), al fine di studiare le reazioni dell’opinione pubblica messa di fronte ad una realtà che, "rivelata" in modo graduale e velato, a guisa di "vaccinazione", verrebbe assorbita senza particolari traumi, lasciando intatte le fondamenta dei poteri sia politico-economici che psicologico-religiosi.





CITAZIONI, FONTI BIBLIOGRAFICHE E CONSULENZE.
Notiziario UFO n° 12 (1997) "Ho tradito il mio paese" - di Maurizio Baiata.
Notiziario UFO n° 5 (1996) " E se non fosse un originale ?" di G. Lollino.
Notiziario UFO n° 5 (1996) "L’uomo senza volto" di Maurizio Baiata.
Notiziario UFO Settembre - Ottobre 1995 "La Nuova Realtà" Baiata-Pinotti.
Notiziario Ufo n° 7 (1996) "Santilleide" di M : Hesemann.
Notiziario UFO n° 6 (1996) " E la Kodak sta a guardare" di G. Lollino.
Notiziario UFO n° 3 (1995) "La Pellicola è del 1947" di Bob Shell.
Notiziario UFO n° 8 (1996) "La tela del ragno" di Forgione-Barbato.
Enciclopedia della Fotografia e della Cinematografia (1978) Kodak.
Feininger "La nuova tecnica fotografica" (Garzanti 1966)
Hedgecoe "Scuola di fotografia" (Mondadori 1991)
I. Bradshaw "Fotografia" (Rizzoli 1987)
Giuseppe La Rosa - Cineprese anni 1938-1970 - Tecniche di ripresa con cineprese a caricamento a molla. (Cons. CUN Sede di Parma - Resp. Tecnico CUN Sede di Parma).
Dott. Italo Preti - Documentarista, critico e storico cinematografico. (Cons. CUN Sede di Parma).
Graziano Fantuzzi - Fotografo e tecnico luci in cinematografia. (Cons. CUN Sede di Parma).
Gianmaria Pacchiani - Regista. (Cons. CUN Sede di Parma).
MEGAFILM - audiovisivi e documentari (PARMA). (Cons. CUN Sede di Parma).

Archeoseti: antiche civiltà in grado di comunicare con L'Universo








di Marco La Rosa


LEGGENDO… GAVIN DINGLEY - Paraseti - Nexus Ott.2000:
<<>>), lo stesso rivelava che la resistività dei materiali si modificava e seguiva addirittura i cambiamenti "siderali diurni", arrivando persino a registrare emissioni spontanee di radiofrequenze, le cui ampiezze d'onda erano in funzione della massa e del fattore "K" del materiale. Inoltre (e non meno importante), constatò che molte rocce granitiche e basaltiche erano polarizzate elettricamente, cioè si comportavano come pile elettriche o batterie. Queste rocce possedevano sino a 700 mV, e l'ampiezza variava in simpatia con i cicli solari siderali. Altra peculiarità successivamente notata in queste rocce era la "rettificazione", cioè la naturale conversione dell'energia in un potenziale a corrente continua. Non solo, queste rocce di fatto sono sintonizzate solamente su una porzione dell'energia totale irradiata presente nell'Universo. Questo significa che il nostro comune blocco granitico è un ricevitore AM naturale di onde gravitazionali, sintonizzato per ricevere soltanto alcune specifiche "stazioni radio". Nei suoi studi Brown constatò pure che, per evitare interferenze da radiazioni elettromagnetiche, il suo trasmettitore-ricevitore di onde gravitazionali, andava rinchiuso in una grossa cavità (come una montagna, per esempio, una piramide (?) ndr), e che era stranamente simile a quello di Tesla a Colorado Springs, lo stesso che presumibilmente ricevette segnali da una ETI. Quasi tutto il lavoro di Brown (come quello di Tesla), è secretato dal Governo Statunitense nella Base Aerea di Wright Patterson. Parallelamente a Brown, Gregory Hodowanec, mentre stava sviluppando una nuova bilancia pesatrice molto sensibile, si accorse degli strani fenomeni gravitazionali che venivano naturalmente convertiti in un segnale elettrico da un modesto condensatore applicato alla sua pesatrice. Sviluppando un rilevatore gravitazionale con moderni circuiti ed applicando amplificatori di tensione collegati ad un altoparlante, si accorse di ricevere segnali audio molto strani, simili ai canti delle balene. Hodowanec dichiarò inoltre che il suo dispositivo riceveva onde gravitazionali "monopolari", molto diverse dalle "quadripolari" descritte nella teoria generale della relatività di Einstein. In più, queste onde monopolari non erano limitate alla velocità della luce, ma potevano raggiungere qualunque punto dello spazio in un Planck-secondo (10 alla - 44 secondi). Secondo Hodowanec, questa radiazione veniva ricevuta dalle apparecchiature elettroniche da molto tempo e l'Universo ne era pieno. Dai radioastronomi questo rumore 1/f è ritenuto l'eco del Big Bang, mentre in realtà sono emissioni di onde gravitazionali >>. Si stima che l'insieme dei corpi celesti percepibili con i tradizionali rilevatori di onde E.M. corrisponda ad appena un decimo di tutta la materia contenuta nell'Universo. Da tempo gli astrofisica si vanno domandando se sia possibile "alzare il volume del nostro televisore" (metaforicamente parlando). Oggi grazie ad un nuovo genere di telescopio progettato per rilevare il passaggio delle onde gravitazionali, (in Italia il Progetto VIRGO vicino a Pisa) dovremmo essere in grado di ampliare ulteriormente lo spettro delle nostre percezioni. Se per un verso sono simili alle onde E.M., per l'altro, le onde gravitazionali hanno caratteristiche loro proprie, concernenti il modo con il quale esse, interagiscono con il resto della materia, e quindi particolarmente importanti ai fini della rilevazione sperimentale. Innanzi tutto questo tipo di onde hanno il pregio di non essere soggette a fenomeni di dispersione e assorbimento. A differenza delle onde E.M. le gravitazionali si propagano dalla fonte senza subire alterazioni dovute alla materia attraversata; quindi molto adatte ad essere utilizzate come veicolo per il trasporto delle informazioni o messaggi per una civiltà tecnologica ETI MOLTO AVANZATA. Inoltre, le onde gravitazionali sono in gradoni esercitare sulla materia una forza la cui direzioneè perpendicolare alla direzione della loro propagazione, provocando così la distensione e la compressione della materia attraversata. Curiosamente il granito utilizzato per la costruzione delle Piramidi, è composto principalmente da quarzo, dotato di proprietà piezoelettriche. In pratica la sua struttura molecolare di deforma elasticamente se attraversata da ode E.M. o GRAVITAZIONALI, per poi riassestarsi quando il flusso cessa. Durante la fase di passaggio, il quarzo vibra e muta la distribuzione delle cariche che lo attraversano. Uni dei principali problemi che i ricercatori del Progetto VIRGO,(per la rilevazione dell'Onda Gravitazionale) hanno dovuto affrontare è quello dell'affidabilità. Per evitare che l'esperimento sia falsato da disturbi esterni si è reso necessario isolare tutte le componenti critiche dell'istallazione. In primo luogo, si è pensato di porre la strumentazione ottica in camere sotto vuoto. Interessante l'analogia con le camere di scarico della grande piramide !!! Si è dovuto anche cercare di eliminare qualsiasi disturbo sismico. I fisici e gli ingegneri di Virgo hanno perciò realizzato un "superattenuatore": un complesso sistemadi pendoli alti 10 metri in grado di isolare gli specchi dell'interferometro da ogni minimo movimento tellurico. Anche in questo caso è interessante l'analogia con la forma e l'ampiezza del grande corridoio ascendente al centro della grande Piramide. !!! Virgo resterà in funzione giorno e notte, ascoltando tutti i segnali provenienti dall'universo. Lavorando in collaborazione con gli altri rilevatori simili, ad esempio i due interferometri del progetto statunitense LIGO, non solo sarà possibile verificare gli effetti delle onde gravitazionali sulla materia, ma attraverso la triangolazione potranno essere identificate più esattamente nel cielo le fonti delle emissioni. E' CURIOSO NOTARE COME NELL'ANTICHITA' CULTURE DIVERSE E MOLTO LONTANE TRA LORO ABBIANO COSTRUITO PIRAMIDI !!! ANCHE LORO EFFETTUAVANO TRIANGOLAZIONI ? E' doveroso anche fare un piccolo accenno ai principi della RADIOESTESIA: dal termine latino RADIUS (raggio -irradiazione) e dal termine greco Aisthesis (sensibilità - percezione). Oggi osteggiata dalla scienza accademica, perché non la comprende, la radioestesia è fondata su concetti relativi all'interazione magnetica nei diversi sistemi naturali che gli antichi conoscevano molto bene e impiegavano (guarda caso) proprio per l'erezione dei loro templi ecc…Questo sistema si basa sulla frequenza vibratoria del campo magnetico terrestre che, lì dove vi è abbondante acqua nel sottosuolo a causa di bacini o fiumi sotterranei, viene amplificato grazie alla vibrazione che il fluido emette in risposta allo stesso campo magnetico. In breve essendo il campo magnetico una sorta di suono non udibile dall'orecchio umano (quindi un infrasuono), interagisce con l'acqua che vibra a livello molecolare. Ciò provoca nell'insieme un'amplificazione delle frequenze in questi luoghi , spesso accentuata dalle rocce ricche di cristalli e quarzi silicei, che aumentano ulteriormente tale energia vibratoria. Ciò è quanto costituisce quelle che sono definite LINEE DI FORZA o "laylines". Su queste stesse basi si sono fondati gli studi scientifici di comunicazione magnetica - naturale e gravitazionale dell'Austriaco Wilheim Reich, Giuseppe Galligaris dell'Università di Roma e del Serbo-croato Nikola Tesla. SARA' DEFORMAZIONE, MA GUARDA CASO, SONO TUTTE COINCIDENZE CHE SI TROVANO NELLA PIANA DI GIZA, PROPRIO SOTTO LE PIRAMIDI.




LEGGENDO….. HERA - Ott. 2001:
<<>>. La grande piramide è costituita da due materiali molto diversi e nettamente distinti: alcuni milioni di piccoli e medi blocchi di pietra calcarea; e mastodontici blocchi di granito perfettamente levigato. L'errore di molti egittologi, dice Pincherle, (altro importante studioso da citare), è stato confondere la costruzione della piramide vera e propria, con la costruzione della torre interna. Sono due problemi completamente diversi. Analizzando da questa prospettiva la Grande Piramide appare molto diversa dalla tomba del Faraone Cheope di cui parlano i libri scolastici. Il corpo del monumento appare costruito come se si volesse creare un nascondiglio per proteggere qualcosa di molto importante: la torre di granito appunto. Vedete come riappare sempre, la strana analogia del "bunker", del proteggere sotto milioni di metri cubi di roccia qualcosa. Anche Pincherle nei suoi studi ipotizza una sorta di macchinario, anche se non né specifica un utilizzo "radiotrasmissivo". Questa torre chiamata anche Zed era il più sacro simbolo dell'Antico Egitto, la Colonna Vertebrale di Osiride, il simbolo dell'asse del mondo, della stabilità, dell'eternità. In un passo del libro dei morti si parla dello Zed come di un ponte fra il nostro mondo e quello dove abita Osiride, lo Zed è il firmamento, l'ancoraggio del cielo alla Terra. Anche l'onda gravitazionale può essere definito un ponte attraverso il quale possiamo far passare, e allo stesso tempo ricevere informazioni, messaggi e forse (tecnologia permettendo), ben altro !!!

RIFLETTENDO SU TUTTO CIO'…. Ott. 2002:
<<>>. Abbiamo sotto gli occhi i "mezzi" di comunicazione, ora non resta che capire come funzionano, "quale tecnologia" utilizzano. Fatto questo troveremo anche i pezzi mancanti, volutamente nascosti da "loro", perché venissero trovati solo a tempo debito e non da "mani" sbagliate, pena l"isolamento" perpetuo dal resto dei "Cieli". E' FUOR DI DUBBIO QUINDI, CHE LA RISPOSTA VA CERCATA NELLO STUDIO DELLA PETROVOLTAICA, SCIENZA NELLA QUALE GLI ANTICHI ECCELLEVANO, MENTRE NOI A MALAPENA NE' INTUIAMO I POTENZIALI.



BIBLIOGRAFIA:
Gavin Dingley - Paraseti - NEXUS 10- 2000 Brown Townsend - Sistemi di comunicazione elettrogravitazionale - BR. USA 1956
Cocconi-Morrison - Ricerca sulla comunicazione interstellare - NYT 1924
Tesla Nikola - Comunicazione tra pianeti - Coll. Weekly febb. 1901 - Hera - Ottobre 2001