IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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LA NUOVA CONOSCENZA

giovedì 24 febbraio 2011

CANCRO E TERAPIA GERSON: LA NATURA NON FALLISCE MAI !! LA VITA TRIONFA SEMPRE !

Cancro e terapia Gerson: questione di pH

di Howard Straus

La terapia Gerson per la prevenzione e la cura di tumori insiste sull'importanza di un ambiente alcanino e di sangue ben ossigenato per il ritorno della salute...

Il seguente articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 35 (gennaio/marzo 2011).

La Terapia Gerson è una terapia nutrizionale olistica e disintossicante per patologie croniche e degenerative che può vantare ottant’anni di successi su malattie diverse come l’emicrania, il melanoma avanzato, la fibromialgia, la tubercolosi, il diabete e l’artrite reumatoide. Il dottor Max Gerson la sviluppò agli inizi del ventesimo secolo per cercare di alleviare le sue atroci e debilitanti emicranie, ma poi scoprì prima che essa invertiva la tubercolosi della pelle, quindi che curava altri tipi di tubercolosi, il diabete, l’artrite reumatoide e infine tumori di vario genere. Egli non affrontò questo problema da un punto di vista teorico; piuttosto, la sua terapia si è evoluta empiricamente in base alle esperienze e agli esperimenti clinici. La teoria è stata plasmata da successi e fallimenti: quello che funzionava è stato mantenuto, quello che non funzionava è stato analizzato, spiegato e scartato.

La Terapia Gerson si basa sulle conclusioni del dottor Gerson secondo cui la malattia cronica è causata soprattutto da due fattori: carenze nutritive e tossiemia. Quando si pone rimedio a queste due cause fondamentali, il potente sistema immunitario del corpo è in grado di riparare praticamente qualsiasi patologia, spesso a un’incredibile velocità. Non occorre “stimolare” il sistema immunitario, come molte immunoterapie oggi cercano di fare: il sistema immunitario è concepito e ottimizzato per riparare da solo qualsiasi disfunzione. Le patologie non si manifestano perché il sistema immunitario “ignora” una minaccia, ma perché è sprovvisto del necessario per combatterle, così come un esercito magistralmente addestrato non può fare granché contro un aggressore se è sprovvisto delle armi, le munizioni, il cibo, le fortificazioni e gli indumenti adatti. Una volta fornito al sistema immunitario il supporto adeguato, esso si risveglia e agisce con velocità e potenza incredibili.

Sviluppi recenti della ricerca sul cancro

Nel 2010, il medico Nicholas Gonzalez e la sua partner Linda Isaacs hanno pubblicato The Trophoblast and the Origins of Cancer (Gonzalez N., Isaacs L., New Spring Press, New York City, 2010). Leggendo questo libro, sono sorte in noi molte domande che hanno portato a una vivace e illuminante discussione con il dottor Gonzalez.

È chiaro che – poiché la Terapia Gerson ha riportato eccellenti risultati nella cura delle malattie croniche e degenerative durante gli ultimi ottanta anni – le spiegazioni offerte dai suoi praticanti sulle cause del cancro e di altre patologie devono avere un fondamento nella realtà. A differenza dei dati altamente manipolati dei produttori della chemioterapia, la Terapia Gerson ha sempre ottenuto guarigioni a lungo termine da tumori “terminali”, misurandole in decenni e non in settimane o mesi. Comunque, ci sono sempre margini di miglioramento. Era chiaro che Trophoblast conteneva in seme una comprensione più sviluppata sulle origini del cancro e della malattia cronica in generale, basata in parte sull’eccellente opera di John Beard, uno scienziato e ricercatore britannico della fine del XIX secolo.

Sistemi immunitari attivi e passivi

Il nostro corpo possiede numerose difese contro gli attacchi di agenti patogeni di tutti i tipi. Alcune di queste difese sono attive, altre passive. La differenza è simile alla difesa opposta da un alto muro di pietre o dal fossato di un castello. Né l’uno né l’altro sono una garanzia assoluta in caso di attacco, ma l’efficienza dei difensori è molto potenziata da valide fortificazioni difensive. Nel caso del nostro sistema immunitario, i sistemi immunitari attivi consistono di minuscoli guerrieri, i globuli bianchi, in grado di cercare e distruggere le minacce al corpo. Come per un esercito, i sistemi attivi vanno costantemente mantenuti da un treno logistico, che in genere è molto costoso. Un sistema passivo, invece, come un muro di pietre alto e spesso, una volta costruito, richiede cure e manutenzione minime, e serve a scoraggiare qualsiasi potenziale aggressore, allo stesso tempo offrendo alla forza attiva un’efficace base d’appoggio in qualsiasi conflitto.

In questa sede ci focalizzeremo sui sistemi passivi, che sono patrimonio del nostro codice genetico. La natura favorisce sempre l’efficienza, in qualsiasi sistema. Il sistema immunitario non fa eccezione. La natura ci ha fornito di sistemi immunitari passivi altamente efficienti, integrati da sistemi immunitari attivi.

Uno dei fattori più importanti del nostro sistema difensivo passivo è il mantenimento di un adeguato livello di alcalinità. Più avanti parleremo delle conseguenze di uno squilibro di tale fattore, perché molti altri sistemi dipendono interamente dal pH dell’ambiente corporeo.

La sopravvivenza di tutte le cellule del corpo dipende da un regolare e copioso apporto di ossigeno. Tale apporto è indispensabile per ogni cellula di tutte le strutture corporee. Dimostreremo che un apporto di ossigeno adeguato e correttamente distribuito dipende da un pH sanguigno giusto e leggermente alcalino.

Gli enzimi proteolitici (che digeriscono le proteine), prodotti dal pancreas, sono presenti nei fluidi e nelle strutture del corpo e costituiscono un elemento importante del nostro sistema immunitario, perché regolano la crescita e lo sviluppo delle cellule di ricambio di tutte le nostre strutture fisiologiche. L’apporto adeguato e la distribuzione generale di questi enzimi sono fondamentali per consentire la riparazione e sostituzione delle nostre cellule, oltre che l’eliminazione delle cellule che hanno raggiunto la fine della loro esistenza utile o che sono morte a causa di ferite, malattia o agenti patogeni. Gli enzimi proteolitici, per funzionare, richiedono un ambiente alcalino (pH > 7.0) e vengono neutralizzati o disattivati da un ambiente acido (pH < 7.0).

Tutte le cellule del nostro corpo – con poche, importanti eccezioni – vengono sostituite più o meno ogni 18 mesi (alcune in tempi notevolmente più brevi). Quando le cellule muoiono al termine della loro normale durata di vita, si attiva un processo che genera una cellula di ricambio praticamente caso per caso. Ciò vuol dire che siamo costantemente in riparazione: piccole parti di noi vengono rimosse ed eliminate, in modo che l’età media di tutte le cellule del nostro corpo sia di circa nove mesi. Poiché le nostre cellule vengono costantemente sostituite, qualsiasi malattia cronica che duri più di diciotto mesi è il risultato di qualcosa che stiamo facendo per mantenere tale malattia nel nostro corpo. In assenza di questo “qualcosa”, qualsiasi tessuto malato verrebbe eliminato e sostituito con cellule nuove e sane in 18 mesi o meno...

Continua la lettura su Scienza e Conoscenza 35 (gennaio/marzo 2011).

domenica 20 febbraio 2011

" LA REALTA' DEL MONDO E' UN ATTO DI COSCIENZA PARTECIPATA "

Materia: atto d’intenzione


di Vittorio Marchi

Vittorio Marchi ci propone una sua riflessione sulla ricerca relativa alla memoria dell'acqua portata avanti da Masaru Emoto...

Tratto da La Coscienza dell'Acqua (DVD), Macro Video 2010.

Abitualmente pensiamo che ciò che ci circonda sia già qualcosa e che questo qualcosa esista senza la nostra intenzione. Di fatto invece dobbiamo cambiare questo nostro modo di pensare, perché persino un elettrone, come ha ammesso lo stesso premio Nobel Carlo Rubbia, ha una tendenza mentale. Dobbiamo quindi riconoscere che persino il mondo materiale che ci circonda, essendo costituito da particelle che vanno a comporre, per esempio, la struttura di una sedia, di un tavolo, di un muro, di un tappeto, di una stanza o di qualsiasi altra cosa che sia solida, non è nient’altro che uno dei possibili atti di coscienza.

La cosa più solida che possiamo dire a proposito di questa materia inconsistente è che essa assomiglia più a un PENSIERO (L.U.C.E., acronimo che sta per la unica cosa esistente) che ad ogni altra cosa. Tutto è coscienza, e da essa il Tutto emerge come da una grande Matrix - diceva Max Planck, padre della fisica quantistica, fin dal lontano 1944. E noi altro non facciamo che scegliere di volta in volta quale di questi atti del campo universale intelligente portare alla realtà.

Il fatto è che un oceano di onde di varia ampiezza e frequenza è alla base del nostro esistere. La stessa poltrona su cui sediamo è, infatti, costituita solo di onde, nient’altro che di onde di energia, formate da microparticelle quali, elettroni, bosoni, gluoni, fermioni, barioni, adroni, fotoni, quark, e altro, tutti elementi che si muovono ad una velocità vertiginosa, in una condizione dunque che permette a questo comodo sedile di mantenere la propria forma. Il fenomeno è spettacolare, certo, ma per le persone rimane di una particolare bizzarria perché sembra sfidare le regole e la logica della nostra mente razionale.

Tuttavia, è stato a partire da questo spettacolo che Masaru Emoto, nato in Giappone nel 1943, ha cominciato ad occuparsi fin dal 1984 delle sue ricerche approfondite sull’acqua, iniziando, a sua insaputa, da un presupposto: che gli atomi non sono oggetti, ma solo tendenze.

Partendo quindi da questo presupposto, il ricercatore giapponese, ha inventato un procedimento scientifico per dimostrare che l’acqua ha una memoria, che è influenzata da inquinamento, musica, parole, scritte e intenzioni. I cristalli dell’acqua influenzata assumerebbero, a suo dire, una forma armonicamente simmetrica o, al contrario, caotica e disordinata, conseguenza dell’energia a cui sono esposti, sia essa sotto forma di suono (voce, musica), parola scritta (etichetta applicata al contenitore) o di pensiero.

Per associazione d’idee, non possiamo a questo proposito, non ricordare quanto sulle proprietà dei cristalli ebbe a dire Katrina Raphael, fondatrice nel 1989 in New Mexico della Crystal Academy of Advanced Healing Arts. I cristalli hanno proprietà fenomenali. Non sono solo il risultato di una reazione chimica. Crescono, con funzioni molto simili all’essere umano, di cui mostrano di avere simili campi energetici di forma esagonale, con figure, geometrie e simmetrie, costruite da un’auto-intelligenza che lascia sbalorditi.

In più, i cristalli hanno un sesso, ovvero hanno una natura sia maschile che femminile. (cfr. L’Uno detto Dio, pag 77,79 – Macroedizioni, Vittorio Marchi). Insomma, il mondo che sembrava un mar morto di esistenza si rivela invece un mare vivente di particelle che strutturano la materia, anch’essa quindi una sostanza interamente e totalmente vivente, mentalmente viva.

Ed ecco allora che di colpo le regole del gioco, sperimentate in base alla classica visione meccanicistica dell’Inerte, concepite per ben quattro secoli in base ai modelli cartesiani e newtoniani, oggi non reggono più. E si assiste al crollo dell’Inorganico. A sostenerlo, insieme alle prove di laboratorio di Masaru Emoto, esiste una definizione da manuale di Marylin Schlitz, vicepresidente per la Ricerca e l’Educazione dell’Istituto di Scienze Noetiche, la quale afferma che l’intenzione, sotto forma di pensiero, è un piano premeditato volto a compiere un’azione che condurrà ad un esito desiderato. Ovvero, l’intenzione è una proiezione della consapevolezza con proposito di efficacia verso un oggetto o un esito.

Pertanto ora tocca a noi. La maggior parte delle persone non influenza la realtà in modo consistente, significativo, perché non crede di poterlo fare. Le persone in genere scrivono nella mente un’intenzione e poi la cancellano, poiché pensano: non è possibile, è un’idea assurda! A cosa porta tutto questo? A nulla, alla distruzione della possibilità. Tant’è che molti ricercatori si chiedono ancora oggi: possibile dunque che un individuo, con la propria osservazione, possa influenzare il mondo della realtà presente davanti ai propri occhi? Certo che sì, se quella realtà è viva!

Lo stesso Werner Karl Heisemberg, negli anni ‘30 del secolo appena trascorso, fu molto esplicito al riguardo: gli atomi non sono oggetti, ma solo tendenze. E anche John Wheeler, uno dei padri della bomba atomica, lo fu in modo ancora più eclatante, quando dichiarò che la Realtà del mondo non è altro che Un atto di Coscienza partecipata.

Aiutato allora dal biochimico Lee H. Lorenzen, Masaru Emoto ha avuto l’opportunità di rendersi ben presto conto di questa realtà, e l’ha applicata in modo specifico alla particolare struttura molecolare dell’acqua, quale elemento ideale, nel rispondere a sollecitazioni non fisiche, previa l’applicazione ad essa di un’azione mentale.

Le più piccole particelle scoperte recentemente dalla fisica si chiamano mnemini. Ciò spiegherebbe allora la particolare capacità dell’acqua di memorizzare le informazioni ricevute dall’ambiente.

Ma perché proprio l’acqua? Perché l’acqua è il più ricettivo dei quattro elementi base esistenti in natura: gli altri tre, come

è noto sono l’aria, il fuoco e la terra. Perché il nostro organismo è costituito per il 72% di acqua, un dato che non

bisognerebbe trascurare e che, guarda caso, coincide sorprendentemente con la percentuale di distribuzione dello stesso elemento nei mari, negli oceani e nelle acque circolanti del nostro pianeta.

È stato allora, in base a quest’osservazione che Masaru Emoto ha avuto l’idea di eseguire tutta una serie di esperimenti sulle varie fasi e forme di cristallizzazione di questo elemento, ottenendo come risultato forme geometriche, armoniche o dissociative, dipendenti di volta in volta dalla natura delle varie sollecitazioni psichiche ricevute per poi fotografarne la riuscita con un microscopio a campo oscuro.

Le conseguenze sarebbero strabilianti. Osservatore e Osservato interagiscono tra loro intelligentemente. Si capiscono. Anzi sono un tutt’UNO, così come il redattore di questa introduzione fece notare un giorno in un convegno di Bellaria al ricercatore giapponese, tra lo stupore dei presenti.

Ciò significherebbe che nel nostro partecipare al mondo in qualità di osservatori,

noi potremmo essere benissimo non solo creatori, ma anche influenzatori.

Questo perché ex duo Unus: creandosi il mondo si osserva e osservandosi si crea. E allora ci sarebbe da chiedersi: data la sperimentazione resa da Masaru Emoto su una Forza, il Pensiero, che produce tutto ciò che rappresenta una sua modificazione sull’acqua, immaginiamo cosa potrebbe fare il Pensiero se noi ne avessimo il controllo per agire su di noi.

Ebbene, se un giorno, riusciremo a rendercene conto, allora in quel giorno dovremo rendere merito anche a Masaru Emoto, per averci aiutato in questa impresa e per averci offerto la possibilità di cambiare la nostra Coscienza, di migliorarla e di renderla più felice e consapevole circa la realtà delle cose del Mondo. Cioè di quel Qualcosa che ha a che fare con l’Esistente come Matrix o Matrice di noi stessi.

Per cui è bene sapere che, se per caso, a noi dovesse accadere di chiederci se nella nostra vita ci sia qualcosa di più, quale sia lo scopo della nostra esistenza, perché siamo qui, dove stiamo andando, cosa succede quando moriamo, se insomma incominciamo a farci queste domande, ciò non significa che siamo in preda ad un esaurimento nervoso o a un attacco di incipiente demenza.

Significa invece, molto più semplicemente, che abbiamo incominciato a connetterci con noi stessi e che, in realtà, quello che stiamo facendo è che stiamo iniziando a superare una vecchia visione del mondo.

Ora, se gli esperimenti di Masaru Emoto hanno un valore, è possibile che mentre stiamo percorrendo la strada dell’Astratto, essi possano ricondurci sulla diritta via, a percorrere il sentiero del Reale. C’è solo da augurarci che così sia.

Tratto da La Coscienza dell'Acqua (DVD), Macro Video 2010.

Guarda il trailer del dvd La Coscienza dell'Acqua, Macro Video 2010.

S.E.T.I. : CAPTATO AD INIZIO FEBBRAIO ALTRO SEGNALE ANOMALO !!

LA NASA : “AL S.E.T.I .ABBIAMO CAPTATO UN SEGNALE DI PROBABILE ORIGINE EXTRATERRESTRE” .

Nessuno sa con certezza la provenienza di un segnale ET, registrato in questi giorni dai Radiotelescopi del Progetto SETI. I colori vivaci su sfondo blu, indicano che un segnale anomalo è stato ricevuto sulla Terra dai radiotelescopi.

La notizia è stata data dalla stessa NASA su questo sito :

http://apod.nasa.gov/apod/ap110206.html

C'è da dire che subito dopo, in diversi siti,si sono “sprecate” le ipotesi alternative, che attribuirebbero questo tipo di segnali a fenomeni di origine naturale, e comunque già registrati in passato.

Citiamo per tutti :

http://www.centroufologicoionico.com/articoli/news/420-segnale-anomalo-origine-extraterrestre-falso-allarme

In sostanza, il segnale non è stato intercettato per un tempo sufficientemente lungo da poter essere analizzato con adeguata precisione e poterne quindi determinare la sicura provenienza “extraterrestre”, escludendo quindi altri fenomeni naturali.


Da: Antikitera.net
www.nationalcorner.it

L'ASTRONAUTA DEL SAHARA: FORSE VENIVA DA MOLTO MENO LONTANO!



RISOLTO IL MISTERO DELL'"ASTRONAUTA" NEI GRAFFITI SAHARIANI

IN VOLO DALLO SPAZIO O VERSO L'ALDILÀ?

L'astronauta sahariano può rappresentare in realtà un rituale funerario
Verso la metà degli anni Cinquanta, sulla base delle segnalazioni ricevute dalla guida tuareg Djébrine, Henri Lhote allestì una grande spedizione al massiccio dei Tassili n'Ajjer, nel sud-est algerino, e si fece accompagnare da un gruppo di giovani pittori entusiasti, tra i quali il milanese Gianni Frassati.

In due anni di duro lavoro, da quelle rocce fuori del mondo, sotto un cielo azzurro, sempre rischiarato dal sole bruciante, essi ricopiarono meticolosamente, studiarono e catalogarono una grandissima quantità di graffiti e dipinti rupestri. Ne trovarono migliaia, disseminati nei labirinti di pietra di località dai nomi di Séfar, Awanrhet, Jabbaren. In quest'ultima località, a Jabbaren, la guida Djébrine aveva mostrato per la prima volta i dipinti rupestri a Lhote, nel 1938. Proprio qui si trovano i dipinti più belli: cinquemila immagini di vita di millenni perduti, che rievocano forse la simbiosi di due popoli, gli antenati dei pastori Peulh ed i nobili di Atlantide, antenati dei Berberi d'oggi.

L'attuale deserto era fertile, tra dodicimila e duemila anni fa, sino a che non sopravvenne una stagione d'importanti mutamenti climatici, forse causati da eventi celesti (impatto o passaggio vicino all'orbita terrestre di grandi meteoriti). Quei dipinti rupestri risalgono alla preistoria e raffigurano animali ormai scomparsi nel Sahara, scene di caccia e di sesso, una popolazione di pastori di pelle nera insieme ad un'altra di colorito chiaro, dèi dalla testa d'uccello come quelli egizi, i carri da caccia e da battaglia dei mitici Garamanti: la più ampia, suggestiva e misteriosa galleria d'arte a cielo aperto del mondo.

Nel massiccio dei Tassili, a Séfar e a Jabbaren, si trovano enigmatiche figure che sembrano nuotare o fluttuare nel vuoto ed altre dalle teste tonde, che sembrano indossare caschi e tute da palombari o - come qualcuno è arrivato a supporre - tute spaziali. Sono così fiorite le storie che indicano le origini dell'antica Atlantide nel Sahara, ed altri miti che immaginano una calata d'alieni sulla Terra.

"Nella lingua dei Tuareg - ricorda Henri Lhote (1) - Jabbaren significa 'i giganti', perché lì si trovano dipinti preistorici con immagini umane gigantesche: una è alta più di sei metri. Si tratta senza dubbio di uno dei dipinti preistorici di dimensioni maggiori, tra quelli conosciuti. Bisogna allontanarsi per vedere tutta la figura in un colpo d'occhio, dal contorno semplice, la testa rotonda, con un unico particolare evidente: un doppio ovale al centro della figura, che fa somigliare quel personaggio alla nostra immagine dei Marziani- ma se i Marziani misero mai piede nel Sahara, dovette essere molti secoli fa, perché quei personaggi dalle teste tonde sono, per quanto ne sappiamo, tra i dipinti più antichi dei Tassili".

I dipinti più antichi sono opera d'un popolo che viveva della caccia ad animali di grossa taglia. Quel periodo, il primo dell'arte sahariana, è stato classificato come "bubalico", e le opere d'arte sono esclusivamente graffiti, che rappresentano i grandi animali africani che popolavano allora il Sahara, fertile e ricco di zone umide: elefanti, leoni, ippopotami, rinoceronti, giraffe e l'estinto Bubalus Antiquus, una specie di bufalo dalle corna tanto lunghe da costringerlo a brucare a marcia indietro. Tutti questi animali erano disegnati su grandi rocce piane all'aperto, senza nessun riparo dalle intemperie e senza alcun ordine, mescolando diversi motivi e soggetti sulla stessa superficie.L'estensione geografica di queste espressioni artistiche è enorme e ricopre tutta la fascia dell'Africa settentrionale, segno della grande estensione del Sahara "verde". Il periodo del Bubalus antico si estende dal 10000 al 6000 a.C. e i corpi umani appaiono rappresentati con teste vuote, prive di lineamenti.

Il secondo periodo, detto "delle teste tonde", va dal 6000 al 5000 a.C. In questo periodo le figure sono arricchite con colori ricavati da terre naturali, e talvolta si trovano figure umane rappresentate con maschere animali.

Il terzo periodo è quello detto Bovidiano, dal 5000 al 1800 a.C. Nelle rappresentazioni, piuttosto eleganti, dipinte a vividi colori, appaiono animali, anche domestici, pecore, buoi e scene di vita quotidiana. Fatto eccezionale per la pittura preistorica, le figure sono prima incise nella roccia, con strumenti di selce, e successivamente colorate. Il popolo di pastori di bovini che appare in questi dipinti era, secondo il grande storico africano Hampaté Bâ, gli antenati dei Peulh (Fulani), nomadi pastori che in seguito sciamarono verso Sud, a colonizzare le ampie regioni del Sudan e del Sahel. Gli uomini di colorito bianco o rossiccio, che si vedono spesso in 'simbiosi' con i primi, riccamente vestiti, con usanze molto simili a quelle attuali, sarebbero invece rimasti sul luogo e sarebbero stati gli antenati degli Amazigh (noti col nome di Berberi, dato loro dagli antichi Greci e Romani): il popolo d'Atlantide, sceso verso nord dal massiccio sahariano dell'Ahaggar, come riferisce Erodoto. (2) Egli scrisse testualmente: "Gli Atlanti abitano si una montagna che si chiama Atlante, dalla quale prendono il nome" ed indica questa montagna verso sud, a venti giornate di marcia (circa 800 km) dall'oasi dei Garamanti, l'attuale Djerma, e a dieci giornate di marcia (circa 400 km) dal massiccio dei Tassili, ove abitavano gli Ataranti: non può trattarsi d'altro che del massiccio dell'Ahaggar, montagna sacra della stirpe dei Tuareg. Le catene che oggi noi chiamiamo col nome 'Atlante', disposte da ovest verso est su tre fasce parallele alle coste mediterranee, si chiamano invece 'Deren', secondo il loro nome locale, dato dai Berberi.

Nell'ultima parte del periodo Bovidiano, a partire dal 2000 a.C., la mutazione climatica fece asciugare ampie zone umide. Scomparvero dall'arte rupestre le figure d'ippopotami e d'elefanti e si presume che i pastori di bovini, di colorito scuro, emigrassero verso sud, attraversando il Sahara sino alla valle del fiume Niger, per diffondersi in seguito sino al Golfo di Guinea e alla costa occidentale dell'Africa.

Il quarto è il periodo Cavallino, dal 1800 al 400 a.C. Il nome deriva dalla presenza di carri a due, e talvolta quattro ruote, carri da caccia, da battaglia e da corsa, raffigurati con una vivida espressione che sembrerebbe quasi anticipare il dinamismo del moderno futurismo. Effettivamente i cavalli furono introdotti in quel periodo e il popolo dei Garamanti, che aveva per capitale l'attuale Djerma o Garama, nella Libia occidentale, era celebre per la sua abilità nel condurre i carri. Lo stile è naturalistico e le forme sono più schematiche.

Infine il quinto periodo, quello dello stile Camelino, si estende dal 400 a.C. ad oggi. Lungo quest'arco di tempo, la fauna selvatica africana scompare nella fascia nord-africana e al cavallo subentra il dromedario (originario dell'Oriente), insieme ad altri animali. Strabone, nel sec. I a.C., parla ancora di un'ampia diffusione del cavallo, ma la desertificazione costringeva già le carovane al trasporto di grandi riserve d'acqua. Plinio il Vecchio, nel secolo successivo, riferisce che elefanti, giraffe ed altre fiere "africane" esistevano ancora nel territorio libico, ma che nel Paese dei Garamanti gli wed (corsi d'acqua) erano ormai asciutti per lunghi periodi. Il Sahara andava desertificandosi. In quegli anni il dromedario, che era già allevato e sfruttato nella penisola araba da due millenni, arrivava anche in Africa, da est, con le carovane dei nomadi.

L'arte di questo periodo è schematica e rozza. Il periodo della grande arte sahariana è definitivamente tramontato e rimane soltanto l'espressione occasionale dei pastori nomadi delle zone desertiche.

L'inizio del periodo artistico "delle teste tonde" si colloca quindi intorno a 6000 anni prima della nostra era. Il nome attribuito al periodo deriva dal modo caratteristico di rappresentare le figure umane, con la testa costituita da un tondo vuoto. In questo periodo sono sempre raffigurati gli animali che oggi sono tipici dell'Africa Nera, ma con dimensioni ridotte, e compaiono figure umane, singole o in gruppo, in diversi atteggiamenti, nonché mostri e giganti. La composizione diviene sempre più complessa ed esprime sicuramente intenti magici e religiosi. In questo periodo la produzione artistica si esprime sia con graffiti sia con opere dipinte, ed è geograficamente limitata al Tassili n'Ajjer (Algeria) e all'Akakus (Libia).

Secondo i fautori delle teorie delle influenze aliene, il periodo delle teste tonde sarebbe l'epoca degli sbarchi di visitatori da altri mondi e le teste tonde sarebbero primitive rappresentazioni di caschi spaziali.

Come abbiamo detto, a Séfar e a Jabbaren, sui monti Tassili, alcune figure in particolare, datate dagli esperti intorno all'anno 5000 a.C., sembrano indossare un casco globulare, simile a quello dei palombari, tanto che lo stesso scopritore dei dipinti, l'archeologo francese Henri Lhote, battezzò la più grande "il gran dio marziano" o "l'astronauta". Ma perché mai un astronauta dovrebbe indossare un elaborato casco e per il resto essere completamente nudo? È assai più verosimile - sosteneva Lhote - che si tratti d'indigeni con maschere rituali. Altri commentatori invece, sempre attratti dalle curiosità di difficile spiegazione, perpetuano la favola dell'extraterrestre. I fautori della presenza aliena rilevano anche diverse figure che sembrano fluttuare nel vuoto, come in assenza di gravità. Figure che gli studiosi di cultura sciamanica tendono ad attribuire all'estasi derivata dall'uso di sostanze allucinogene e che facilmente, da un punto di vista puramente artistico, potremmo assimilare alle "danzatrici" di Matisse o ad un quadro di Chagall.

Potrebbe bastare, in questo come in altri casi, un piccolo sforzo di documentazione per risolvere la questione in modo corretto e fondato. Nell'interessantissima raccolta fotografica intitolata "1900. L'Afrique découvre l'Europe", Eric Baschet riporta la sequenza d'un funerale, fotografata nella regione del lago Ciad, negli anni intorno al 1920 (p. 64-65). La didascalia è la seguente:

"Un uomo è morto. Il cadavere è avvolto con fasce di cotone, legato con strisce di cuoio bovino, rivestito d'una tunica. Poi viene fatto scivolare in una stretta tomba e viene poi sepolto in posizione seduta, con la testa coperta da una grande giara di terracotta".

Osserviamo le prime foto della sequenza e non possiamo fare a meno di constatare che il trattamento rituale, riservato a quel morto dagli eredi degli antichi abitanti di Jabbaren, emigrati alcune migliaia di chilometri più a sud, addobba il morto esattamente come l'immagine che ottomila anni fa era stata dipinta sulle montagne sahariane, sino a dargli l'apparenza di uno "scafandro spaziale", con il casco rotondo sulla testa. Si tratta della preparazione non per un viaggio spaziale, ma per un viaggio in un mondo molto più remoto, quell'aldilà che tanto ha affascinato e tuttora affascina l'ansia di mistero dell'uomo antico e moderno, da ben prima dell'antico Egitto sino ai giorni nostri. Le protezioni occorrenti a quell'antenato devono perciò essere molto più robuste e sostanziali di quelle d'un uomo che si appresti a volare nello spazio-

Nella regione dei monti Tassili, ad ovest dell'antico mare sahariano d'acqua dolce, un tempo popolato da ippopotami e coccodrilli, gli Antichi (Egizi e Greci) situavano l'estremo occidente, il giardino delle Esperidi e il mondo dell'Oltretomba, dal quale un comune mortale non poteva fare ritorno. Solo alcuni eroi, come Erakles, Giasone e gli Argonauti, potevano riuscire nell'impresa.

Perché mai dovremmo stupirci che su quelle montagne, insieme alle scene di caccia, di vita quotidiana, alle danze e alle scene di riproduzione rituale, siano raffigurate scene di sepoltura rituale, come essa era praticata da popolazioni che poi migrarono verso sud, verso il cuore dell'Africa umida?

Le loro orme, secondo Henri Lhote, furono seguite anche da una legione romana, quella del legato Cornelio Balbo, che nel 19 a.C. si spinse nel profondo Sud del Sahara, poi riuscì a ritornare a Roma ed ottenne il trionfo. Secondo Plinio, la III Legio Augusta, al comando di Cornelio Balbo, scese verso sud, passando per Alasi e Balsa, sino a toccare diversi fiumi, tra i quali il Dasibari. Secondo Lhote, il legato romano avrebbe potuto percorrere l'antica "strada dei carri", l'antica carovaniera che correva lungo la sponda orientale del Bahr Attla, il "Mare di Atlantide", citato anche in un libro della Bibbia. Lungo quella strada sono frequenti le raffigurazioni dei carri dei Garamanti. Alasi sarebbe la cittadina sahariana che oggi porta il nome d'Ilezy e Balsa potrebbe essere Abalessa, la mitica roccaforte dei Tuareg ai piedi dell'Ahaggar. Dasibari potrebbe essere uno dei nomi con cui le popolazioni locali chiamano il gran fiume Niger: Isa-Bari, in lingua Sonrhai, significa proprio 'grande fiume' e designa ancor oggi il Niger, e 'Da' è il nome che quelle popolazioni danno ai leggendari antichi 'Signori dell'acqua', per cui il Niger poteva in antico essere chiamato proprio 'Da-Isa-Bari', con un termine molto simile a quello tramandato da Plinio.
NOTE :
1. H. Lhote, A la découverte des fresques du Tassili, Ed. Arthaud, Paris, 1973.

2. A. Arecchi, Atlantide. Un mondo scomparso, un'ipotesi per ritrovarlo, Ed. Liutprand-Mimesis, Pavia-Milano, 2001.

Da: Antikitera.net

Liutprand.it

mercoledì 2 febbraio 2011

NASA: CONTINUA IL COVER UP SUGLI UFO !



SONDA NASA FILMA UFO ALL'ULTRAVIOLETTO INTORNO AL SOLE, MA LI ELIMINA DAI FILMATI

Il 7 gennaio 2011 un americano ha inserito su youtube (con lo pseudonimo di BeePeeOilDisaster) una denuncia alla Nasa accusandola di aver volutamente modificato un video inserito erroneamente in rete.

Questo video ritrae il nostro sole in una delle sue fasi ed è stato realizzato dalla sonda spaziale STEREO EUVI 195 che dal 2006 sta scattando foto nell'ultravioletto al nostro sole.

La Nasa ha pubblicato un video, in cui nei fermi immagine si vedono oggetti "non identificati" che si trovano ai margini del disco solare.

Le foto sono dell' 11 gennaio e dopo che questo ricercatore americano ha realizzato un
suo video inserito su youtube, dove vi sono dei fermi immagine e degli ingrandimenti di questi oggetti misteriosi, il video originale della Nasa è stato tolto e sostituito con un filmato "epurato" delle immagini compromettenti.

L'oggetto ripreso "erroneamente" dalla sonda si trova sulla prima foto in alto a destra.

DA: Antikitera.net

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