IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

sabato 31 ottobre 2015

BEYOND MISINFORMATION ... OLTRE LA DISINFORMAZIONE...


Architetti & Ingegneri
sconvolgono gli USA:
“Le tre Torri distrutte
da cariche esplosive”

Sono 2363 i professionisti americani che chiedono al Congresso
una nuova indagine indipendente dal Governo e dalla politica


di  Rino Di Stefano
Le Torri del World Trade Center di New York non sarebbero state distrutte dall’impatto di due aerei di linea, bensì da un’operazione di demolizione controllata condotta con esplosivi militari a base di nano-termite. A muovere questa pesantissima accusa, che mette in una nuova e drammatica luce l’attentato dell’11 Settembre 2001, è l’associazione americana non profit Architects & Engineers for 9/11 Truth (Architetti & Ingegneri per la verità sull’11 Settembre), costituita dai 2.363 architetti e ingegneri statunitensi che hanno firmato una petizione indirizzata al Congresso degli Stati Uniti per riaprire una vera investigazione indipendente sulla distruzione del World Trade Center. A tale scopo, questi professionisti hanno appena realizzato una pubblicazione di 56 pagine intitolata Beyond Misinformation, What Science Says About the Destruction of World Trade Center Buildings 1,2 and 7 (Oltre la Disinformazione, Ciò che la Scienza Dice Circa la Distruzione dei Palazzi 1,2 e 7 del World Trade Center), inviata a oltre 20 mila professionisti, professori, legislatori e giornalisti. L’autore del dossier è Ted Walter, direttore del settore Strategia e Sviluppo dell’associazione Architetti & Ingegneri per la Verità sull’11 Settembre, che ha preparato l’opera insieme ad un Comitato composto da Sarah Chaplin, architetto e consulente di Sviluppo Urbano, ex rettore della Scuola di Architettura e Paesaggio dell’Università di Kingston, a Londra; Dr. Mohibullah Durrani, professore di Ingegneria e Fisica presso il Montgomery College del Maryland, USA; Richard Gage, fondatore e direttore generale dell’Associazione Architetti e Ingegneri per la Verità sull’11 Settembre; Dr. Robert Korol, professore emerito di Ingegneria Civile presso l’Università McMaster dell’Ontario; Dr. Graeme MacQueen, professore emerito di Studi Religiosi e di Studi di Pace presso l’Università McMaster dell’Ontario; Roberto McCoy, architetto; Dr. Oswald Rendon-Herrero, professore emerito di Ingegneria Civile e Ambientale presso l’Università Statale del Mississippi.

…continua a leggere l’articolo qui:

venerdì 30 ottobre 2015

ACIDIFICAZIONE DEGLI OCEANI: SOLUZIONI TECNOLOGICHE IN FASE DI TEST



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA  (ENEA)

Nanomotori per combattere l’acidificazione degli oceani

In fase di test un nuovo sistema di trattamento delle acque. In futuro potrebbe dare una mano a combattere l’acidificazione degli oceani.


Spesso e volentieri la lotta all’inquinamento sceglie armi piccole, anzi piccolissime. E’ il caso dei nanomotori realizzati dall’Università di California (UC) di San Diego, minuscoli componenti in grado di catturare la CO2 marina in eccesso. L’anidride carbonica di origine antropica, infatti, ha tra gli effetti negativi quello di diminuire il ph delle acque, portando ad una progressiva acidificazione degli oceani e influenzando di conseguenza anche la vita in essa contenuta. Nel tentativo di trovare una soluzione soddisfacente al problema, gli scienziati dell’ateneo americano hanno creato dei particolari “nanoengineers”, capaci di muoversi in maniera autonoma nell’acqua, rimuovendo le molecole di CO2 e trasformandole in materiale riutilizzabile.

Come funzionano i nanomotori?

Più piccoli del diametro di un capello umano, i nanomotori possiedono una superficie esterna polimerica che contiene l’anidrasi carbonica. Questo enzima è presente anche nei globuli rossi e il suo compito è quello di catalizzare la reazione tra anidride carbonica e acqua per ottenere bicarbonato. Se nella soluzione acquosa è aggiunto il cloruro di calcio, quest’ultimo trasforma il bicarbonato in carbonato di calcio. Questo sale in natura è il materiale che costituisce, in tutto o in parte, una grande varietà di rocce. Nell’esperimento effettuato dagli scienziati dell’UC, il movimento autonomo e continuo dei nanomotori attraverso l’acqua aiuta il processo di miscelazione, aumentando la velocità di conversione dell’anidride carbonica. Per rendere le cose ancora più facili, i ricercatori hanno aggiunto una piccola quantità di perossido di idrogeno nella soluzione: questo reagisce con la superficie interna in platino dei nanoengineers generando un flusso di bolle di ossigeno che funzionano da propulsore, spingendo i motori attraverso l’acqua a velocità superiori a 100 micrometri al secondo.

Un’arma contro l’acidificazione degli oceani

Il team riferisce che, in laboratorio, i nanomotori sono riusciti a rimuovere il 90 per cento del biossido di carbonio da una soluzione di acqua deionizzata, in soli cinque minuti. Un’efficienza simile è stata osservata in una soluzione di acqua di mare, dove le piccole macchine hanno rimosso l’88 per cento della CO2. Una volta compiuto il loro lavoro, i motori possono essere recuperati dalla soluzione ed essere riutilizzati in un secondo momento.

COMMENTO:
Resta da vedere la quantità utilizzabile di questi nano-motori in relazione alle parti di oceano da trattare, ma soprattutto la compatibilità con la fauna marina. Posso essere ingeriti dai pesci ? e nel caso che danni possono provocare all’ecosistema marino ?

MLR


Da:
http://www.rinnovabili.it/ambiente/nanomotori-acidificazione-degli-oceani-666/




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DI MARCO LA ROSA
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mercoledì 28 ottobre 2015

MALTA E LA SUA MISTERIOSA PREISTORIA - di Marco La Rosa

...SUL GIORNALE DEI MISTERI N. 521 DI NOVEMBRE 2015

... IN PROSSIMA USCITA IN EDICOLA ED IN LIBRERIA

oppure ordinalo qui:

http://www.ilgiornaledeimisteri.it/



S O M M A R I O

NOVEMBRE 2015

 1 L’EDITORIALE

 2 LE VOSTRE LETTERE

Parapsicologia e medianità
5 UNO SGUARDO SUL MONDO a cura di Giulio Caratelli
7 IL TELEFONO DELL’ANIMA di Michele Dinicastro
11 BRUNO GRÖNING, IL DOTTORE DEI MIRACOLI di Mara Macrì
15 DIARIO SPIRITUALE di “La Voce Interiore” (6)
16 QUANDO GLI OGGETTI RACCONTANO di Giulio Caratelli (3) 18
LA VEGGENTE BABA VANGA di Massimo Valentini
21 EVOLVENZA. Domande e risposte a cura di Vitaliano Bilotta

Scienza e Natura
22 COME E DOVE VIVERE PER STAR BENE di Massimo Corbucci
28 IL DETECTIVE DELLA SCIENZA a cura di Massimo Valentini
30 TUTTO CIÒ CHE VORRESTE SAPERE SULL’OMEOPATIA di Diego Tomassone (2)

Società
33 USANZE POPOLARI IN VIA DI ESTINZIONE di Luciano Gianfranceschi
35 PERCHÉ SONO INSODDISFATTO? di Elena Greggia
38 UN ASSO NELLA MANICA di Isidoro Sparnanzoni
41 GABBAPENSIERI RUBRICA SULLA LINGUA ITALIANA a cura di Alkano

Simboli e miti
42 IL FANTASMA DEL “BARONE DI FERRO” di Antonio Roberto Ricasoli
45 LE STELLE NEL NOSTRO KARMA di Susanna Rinaldi
47 CONVERSIONI. La storia di Giuseppe Toniolo di N. Michele Campanozzi
49 MALTA E LA SUA MISTERIOSA PREISTORIA  di Marco La Rosa
54 ARALDICA. SICILIA: Favignana e Marsala di Solas Boncompagni

Ufologia
56 UFO: A CHE COSA DOBBIAMO ESSERE PRONTI? di Pietro Marchetti - GAUS
60 FENOMENI INSPIEGABILI a cura di Solas Boncompagni
61 UFO NOTIZIE a cura di Autori Vari

63 FRA GLI ALTRI LIBRI a cura di Autori Vari


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martedì 27 ottobre 2015

L'ENIGMA DEI NOK


UNA DELLE CIVILTÀ AFRICANE PIÙ AVANZATE DEL X SECOLO A.C.

Gli archeologi si sono imbattuti in una serie di strumenti in pietra, pitture rupestri e attrezzi in ferro, tra cui straordinarie punte di lancia, bracciali e piccoli coltelli. Ma l'aspetto di gran lunga più intrigante ed enigmatico della cultura Nok è rappresentato dalle loro statue di terracotta, descritte dagli esperti come straordinarie, senza tempo e quasi “extraterrestri”.




Nok è il nome di un piccolo villaggio al centro della Nigeria, dove nel 1928 un gruppo di minatori portò alla luce una serie di reperti in terracotta, testimonianza di un’antica civiltà perduta.



 I numerosi scavi archeologici successivi alla scoperta hanno rivelato che quella dei Nok potrebbe essere stata la prima civiltà complessa comparsa in Africa occidentale, sorta almeno nel 900 a.C. e scomparsa misteriosamente intorno al 200 d.C. I ritrovamenti hanno evidenziato una società estremamente avanzata, con un sistema giudiziario tra i più complessi del tempo, sorta in un periodo in cui le altre culture africane stavano entrando nell’epoca neolitica. Gli archeologi si sono imbattuti in una serie di strumenti in pietra, pitture rupestri e attrezzi in ferro, tra cui straordinarie punte di lancia, bracciali e piccoli coltelli. Ma l’aspetto di gran lunga più intrigante ed enigmatico della cultura Nok è rappresentato dalle loro statue di terracotta, descritte dal sito Memoire d’Afrique, che ospita una galleria fotografica delle statue, come straordinarie, senza tempo e quasi “extraterrestri”. 






Nonostante il notevole patrimonio culturale che i Nok si sono lasciati alle spalle, ci sono ancora molte domande senza risposta. Innanzitutto, non essendoci pervenute testimonianze scritte, il nome originale di tale civiltà rimane ignoto. Inoltre, rimangono ignoti il motivo della loro improvvisa scomparsa e il vero scopo delle misteriose statue in terracotta a grandezza naturale. L’avanzamento tecnologico di tale civiltà è testimoniato proprio dalle straordinarie opere d’arte prodotte dai Nok, manufatti che esprimono una notevole padronanza del processo di produzione e di cottura dell’argilla. Le statue antropomorfe si caratterizzano sempre per una cura quasi maniacale dei dettagli, raffigurate con acconciature complesse, grandi teste allungate, occhi a mandorla e labbra socchiuse. Queste caratteristiche insolite sono particolarmente sconcertanti, se si considera il fatto che le statue sono state realizzate a grandezza naturale e rispettando le proporzioni tra la testa e il resto del corpo, portando alcuni ad usare il termine “extraterrestre nell’aspetto” per descrivere le opere d’arte dei Nok. L’ispezione microscopica dell’argilla utilizzata nell’area Nok mostra un’importante uniformità di composizione, suggerendo che il materiale provenisse da un unico giacimento non ancora scoperto. Non si sa molto circa il vero scopo delle sculture, ma alcuni ricercatori hanno ipotizzato che le statue servissero da amuleti per evitare il fallimento del raccolto, le malattie e la sterilità. Altri studiosi, invece, credono che le figure rappresentino individui di status elevato, oppure divinità ‘celesti’ celebrate ed adorate dal popolo. Tuttavia, la realizzazione di statue a grandezza naturale non è l’unico indizio della complessità della loro civilizzazione. Le ricerche hanno evidenziato che i Nok svilupparono un sistema amministrativo e giudiziario molto avanzato, al fine di garantire la giustizia sociale e l’ordine pubblico. In maniera molto simile all’organizzazione moderna del potere giudiziario occidentale, i Nok crearono due tipologie di tribunale: uno destinato a giudicare la cause civili, come dispute familiari o false accuse, l’altro creato per accuse più gravi, quali il furto, l’omicidio e l’adulterio. Inoltre, all’interno di un santuario chiuso al pubblico esisteva un’alta corte che prendeva in esame i casi che non potevano essere risolti dai tribunali. Il popolo credeva che ogni delitto attirasse una maledizione in grado di distruggere tutta la famiglia e, pertanto, la colpa doveva essere scoperta e punita, al fine di evitarne le conseguenze. Prima di essere sottoposto al giudizio della corte, il sospettato veniva portato tra due monoliti posti di fronte al sole, dove giurava solennemente davanti a Nom, la suprema divinità dei Nok, di dire la verità. La corte era presieduta dal sommo sacerdote e dai vari capi clan. A chiunque fosse stato trovato colpevole veniva imposto un sacrificio agli dei in capre e dei, più una quantità di vino locale al sommo sacerdote. Dopodiché, in città veniva dichiarato un giorno di festa, per ringraziare gli dei per averli aiutati a risolvere il caso e per lo scampato pericolo della maledizione.





Che fine hanno fatto?

Ad un certo punto, intorno al 200 d.C., la fiorente cultura Nok si eclissa tra le pieghe della storia, causando perplessità e interrogativi tra gli studiosi sulla ragione della loro scomparsa. Alcuni ricercatori hanno suggerito che l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e una forte dipendenza dal carbone, potrebbero aver giocato un ruolo cruciale nella scomparsa dei Nok. Rispetto a questa, sono state avanzate altre ipotesi: dai cambiamenti climatici alle invasioni, da un’epidemia devastante alla migrazione in altre aree geografiche. Ma quello della scomparsa non è l’unico enigma a rimanere senza risposta: quasi tutte le statue in terracotta risultano rotte o gravemente danneggiate. Si tratta di danni intenzionali, oppure il semplice effetto del naturale processo di erosione? Dove sono finiti i torsi di buona parte delle statue? I ricercatori ipotizzano che le parti mancanti potrebbero trovarsi nel sottosuolo immediatamente fuori gli antichi centri urbani. I ricercatori sono intenzionati a chiarire questo e altri aspetti ancora non risolti, confidando che una nuova campagna di scavi potrebbe fornire nuove fonti per chiarire l’enigma dei Nok.







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venerdì 23 ottobre 2015

ANCHE I NON VEDENTI SOGNANO…


“La Verità è sotto gli occhi di tutti,
ma solo chi ha l’animo libero
è in grado di riconoscerla”.

del  Dr. Giorgio Pattera (Biologo e Giornalista)


Nella letteratura occidentale, Omero (seconda metà del secolo IX a.C.) è il primo autore che ci parla del sogno. Più tardi, Eràclito (535-475 a.C.) sullo stesso argomento scrive: "Chi è desto, possiede un mondo unico e comune; ma nel sonno ciascuno si volge a un suo mondo particolare".

Ma chi è nato cieco cosa sogna? Appurato che anche i non vedenti congeniti sognano esattamente come i vedenti, è normale porsi un'altra domanda: come fanno i ciechi a vedere (seppur in sogno) cose che non hanno mai visto nella realtà? Chi è cieco dalla nascita, come può raccontare le immagini dei propri sogni e descriverle dettagliatamente? E le immagini stesse, sono elementi linguistici trasformati in sensazioni visive o nel patrimonio genetico della specie umana è racchiuso una sorta di archivio iconico? Dare una risposta a questi interrogativi non è facile, anche perché significherebbe riuscire a scrutare in profondità i meccanismi percettivi e indagare su ciò che di immateriale potrebbe essere trasmissibile dai genitori ai figli, la cosiddetta “ereditarietà della memoria parentale” (cfr. “Parental origin”, in “American Journal of Medical Genetics”). (1)

Per il non vedente congenito, quindi, anche di giorno c’è solo il buio: non c’è il mare, non ci sono le montagne, gli alberi, il cielo o i volti di madre e padre. Eppure di notte, con gli occhi chiusi, affiorano forme, colori, figure umane e paesaggi naturali, immagini del mondo reale fino ad allora nascoste in qualche luogo misterioso: tutto quello, cioè, che i normodotati hanno visto, vedono e sognano…

Dell'interrogativo riguardante le modalità in cui sognano le persone non vedenti si sono occupati i ricercatori del “Laboratorio del Sonno” della Facoltà di Medicina dell’Università di Lisbona. Gli studiosi sono giunti ad un’incredibile ed inaspettata conclusione, scoprendo che, durante la fase REM del sonno, i sogni delle persone non vedenti dalla nascita… sono uguali a quelli dei vedenti!

Lo studio dell’Università portoghese, pubblicato sulla rivista scientifica inglese "Cognitive Brain Research" e premiato al congresso della Società Europea di ricerca sul Sonno, ha integrato e superato con nuovi metodi di analisi i precedenti studi in materia, che trattavano l’argomento solo dal punto di vista psicologico. I ricercatori, infatti, hanno utilizzato strumenti di misurazione dell’attività onirica sia qualitativi che quantitativi, arrivando a stabilire che i non vedenti, nei loro sogni, visualizzano le immagini proprio come noi, seppur non ne abbiano mai avuto esperienza tangibile. L’inconscio onirico – questo il nome ufficiale dell’universo iconografico che popola i nostri sogni – è uguale per tutti, vedenti e non. Se fino a qualche tempo fa si riteneva che coloro che sono ciechi dalla nascita non disponessero dello stesso “repertorio” delle persone vedenti, la ricerca portoghese ha provato il contrario. Helder Bértolo, biofisico responsabile dello studio, afferma che, come per i vedenti, anche nella fase REM del sonno dei non vedenti si attiva la corteccia visuale occipitale, ovvero quella parte del cervello deputata all’elaborazione delle immagini. Ciò significherebbe che, anche nei ciechi, l'attività onirica è visuale.

Altra "prova" del carattere visuale dei sogni dei soggetti non vedenti dalla nascita è scaturita, sempre nello stesso studio, dalla cosiddetta analisi grafica dei disegni sui sogni, realizzati dai volontari (sia ciechi che non) subito dopo il risveglio. I ricercatori hanno verificato che, presa come esempio la “silhouette” della figura umana, disegnata da vedenti e non, l'analisi grafica mostra come, su ben 51 linee comuni d’identificazione, l'unico elemento discordante si ritrova nel dettaglio delle orecchie, che i non vedenti disegnano nettamente più grandi (probabilmente perché toccate nel processo di riconoscimento di una persona).

Si tratta di un risultato sorprendente, ma solo in apparenza, se si ricorda che già nel 1978 il ricercatore americano Michael Jacobson spiegava che, dal punto di vista neurofisiologico, nei ciechi congeniti il processo di “validazione funzionale” non procede alla specializzazione dei neuroni, che quindi rimangono potenzialmente audio/tattilo/visivi. Ed è proprio questa facoltà neotenica (= capacità biologica di conservare i caratteri non specializzati e immaturi di una specie) che consente la sinestesia, cioè la possibilità di percepire simultaneamente uno stesso oggetto per mezzo di sensi diversi.

Si pensa, infatti, che le immagini possano generarsi dalla "cooperazione" tra l'attività della corteccia visuale con l'attività degli altri organi sensoriali, quali tatto, udito, olfatto e gusto. Tuttavia non si esclude che l'essere umano possieda una sorta di banca dati di immagini "innate", utilizzate per preservare la specie.

La comunità scientifica, per ora, si limita a formulare ipotesi. Ma le ricerche proseguono…

Giorgio Pattera

nota: (1)    – Questo argomento richiama i concetti dell’Epigenetica (dal greco επί, epì = "sopra" e γεννετικός, gennetikòs = "relativo all'eredità familiare"), termine coniato nel 1942 da Conrad Waddington (1905-1975), ma già ipotizzato da  Aristotele (384-322 a.C.). Si riferisce ai cambiamenti che influenzano il fenotipo, senza alterare il genotipo. L’Epigenetica, infatti, è la branca della Genetica che studia tutte le modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica, pur non alterando la sequenza del DNA. Si tratta, quindi, di fenomeni ereditari, in cui il fenotipo è determinato non tanto dal genotipo ereditato in sé, quanto dalla sovrapposizione al genotipo stesso di "un'impronta", che ne influenza il comportamento funzionale.

FONTI:



LA STELLA DALLA LUCE MISTERIOSA


SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (GIORNALISTA E BIOLOGO)

UNA STRANA LUCE arriva da KIC 8462852, una stella proprio sopra la via Lattea, in mezzo alle costellazioni del Cigno e della Lira, a 1481 anni luce da noi. Così strana che dopo averla osservata a lungo con il telescopio spaziale Kepler, gli astronomi rimangono perplessi. E il professor Jason Wright della Penn State University, a breve pubblicherà un report in cui verranno delineati i contorni del mistero. Per almeno provare a capire cosa c'è lassù. Perché il telescopio registra una peculiare intermittenza dei fotoni, come se davanti a quella stella passassero delle "megastrutture", magari realizzate da una civiltà aliena per carpire l'energia della stella.

MA…NON DIMENTICHIAMOCI CHE PER PRIMO ARRIVO’ DYSON !

Una sfera di Dyson è una ipotetica enorme struttura di rivestimento che potrebbe essere applicata attorno ad un corpo stellare allo scopo di catturarne l'energia. È stata teorizzata dall'astronomo britannico Freeman Dyson. Nel suo articolo Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation ("Ricerca di sorgenti stellari artificiali di radiazione infrarossa"), pubblicato nel 1959 sulla rivista Science, Dyson teorizzò che delle società tecnologicamente avanzate avrebbero potuto circondare completamente la propria stella natia per poter massimizzare la cattura di energia proveniente dall'astro. Rinchiusa così la stella, sarebbe possibile intercettare tutte le lunghezze d'onda del visibile per inviarle verso l'interno, mentre tutta la radiazione non utilizzata verrebbe mandata all'esterno sotto forma di radiazione infrarossa. (ndr MLR).

Da ciò consegue che un possibile metodo per cercare civiltà extraterrestri potrebbe essere proprio la ricerca di grandi fonti di emissione infrarossa nello spettro elettromagnetico. Con variazioni non periodiche e picchi irregolari di ostruzione della luce della stella che arrivano anche al 22%. Insomma, una situazione inedita e diversa dal tipico scenario di regolarità di questi dati che porta alla scoperta di un esopianeta.
Ma perché è così atipica la situazione di KIC 8462852, al punto che gli astronomi arrivano a parlare di un argomento tabù per la scienza, civiltà extraterrestri avanzate? Perché le informazioni che arrivano dal telescopio escludono ogni possibile spiegazione eccetto una, uno sciame di comete attirate nell'orbita di KIC 8462852 da un'altra stella, o un impatto avvenuto in tempi distanti. Ma per il verificarsi di questa condizione, KIC 8462852 dovrebbe essere molto più giovane di quello che è, e non ci sono riscontri all'infrarosso. Dice Wright all'Atlantic: "L'ipotesi aliena è sempre l'ultima che andrebbe considerata. Ma quello che vediamo è proprio qualcosa che ci aspetteremmo che una civiltà aliena costruirebbe".  Una volta esclusi errori degli strumenti e letture sbagliate, certo. A questo pensa Tabetha Boyajian di Yale: "Tutto regolare" sul fronte tecnico. Per sapere cosa c'è nell'orbita di KIC 8462852 servono approfondimenti. Forse comete, forse megastrutture intorno a una stella, delle "sfere di Dyson" come quelle degli episodi di Star Trek, quindi. Tecnologia per assorbire energia finalizzata al mantenimento della vita. Del resto, uno dei metodi di ricerca di civiltà aliene avanzate è proprio l'individuazione di possibili tecnologie. Così nella vicenda si inserisce anche Andrew Siemion, direttore del SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence). E l'ipotesi aliena inizia ad essere presa piuttosto sul serio dagli scienziati. Il prossimo passo, previsto per gennaio, sarà puntare un'antenna radio verso la stella per verificare se esistono frequenze associabili a questo scenario. Se insomma possa essere vero che attorno a KIC 8462852 ci siano dei giganteschi pannelli solari alieni, installati quasi 1500 anni fa. O per verificare se qualunque cosa abbia visto Kepler, sia ancora lì dopo tutto questo tempo.

Fonte:



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martedì 20 ottobre 2015

IMMUNO - ONCOLOGIA


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

IMMUNO-ONCOLOGIA, ITALIA LEADER E SIENA TRA I PRIMI CENTRI AL MONDO

L’immuno-oncologia parla italiano. Il nostro Paese ha guidato i più importanti studi clinici con questa nuova arma e Siena è la capofila a livello mondiale. In dieci anni nella città toscana più di 700 pazienti sono stati trattati con queste terapie innovative che stimolano il sistema immunitario a combattere il cancro. Il melanoma ha rappresentato l’apripista in sperimentazioni che si sono poi allargate a molti tipi di tumore, da quelli del polmone, del rene, della prostata, del colon-retto e del cervello, fino al mesotelioma e ad altre neoplasie rare. L’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, diretta dal prof. Michele Maio, è tra i primi centri al mondo per numero di patologie trattate con questo nuovo approccio. Proprio la città toscana ospita il XIII Congresso NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori) con la partecipazione dei più importanti esperti a livello internazionale. E da Siena arriva l’appello dei ricercatori perché queste terapie innovative siano subito disponibili per i pazienti. “Il nostro centro è nato dieci anni fa – spiega il prof. Maio, che è anche presidente del NIBIT e della Fondazione NIBIT -. All’inizio poteva sembrare una sfida. Oggi l’immuno-oncologia si è affermata come la quarta arma disponibile per sconfiggere il cancro in grado di generare grandi benefici sia nei tumori solidi che in quelli ematologici. Il primo farmaco immuno-oncologico approvato, ipilimumab, ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma in fase avanzata: nel 20% dei pazienti la malattia si ferma o scompare del tutto, e aumenta la sopravvivenza a lungo termine. In questo tumore della pelle è ormai possibile evitare la chemioterapia. Un passaggio che avverrà a breve anche nel tumore del polmone, con importanti vantaggi per i pazienti perché oggi uno su cinque trattato con un nuovo farmaco immuno-oncologico, nivolumab, è vivo a tre anni. Siamo di fronte a un risultato straordinario in una delle patologie a maggiore impatto, con 41.000 nuove diagnosi stimate in Italia nel 2015”. Il 21 luglio scorso la Commissione Europea ha approvato nivolumab nel tumore del polmone non a piccole cellule squamoso localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattato con la chemioterapia. Il 22 settembre l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha inserito il farmaco nella lista prevista dalla legge 648/96, consentendo così a 1.400 pazienti colpiti da questa forma di neoplasia, non inclusi nel programma di uso compassionevole, di poter disporre del trattamento a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nivolumab, così come un altro anticorpo diretto contro PD-1, pembrolizumab, però non è stato ancora approvato nel nostro Paese nel melanoma. “È importante che anche i pazienti con questo tipo di tumore della pelle, che nel 2015 in Italia colpirà circa 11.300 persone, possano accedere quanto prima alla terapia innovativa – continua il prof. Maio -. Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia della combinazione di ipilimumab e nivolumab. L’associazione ha evidenziato una riduzione delle dimensioni del tumore, cioè tassi di risposta non solo maggiori rispetto ai due farmaci somministrati in monoterapia ma anche più veloci e duraturi. Il regime di combinazione nel melanoma è stato approvato recentemente negli Stati Uniti dall’ente regolatorio americano, la Food and Drug Administration (FDA), ma spesso i pazienti italiani devono attendere molti mesi prima di poter accedere a queste armi. Chiediamo alle Istituzioni di prevedere approvazioni accelerate quando si tratta di terapie realmente innovative”. L’obiettivo di cronicizzare la malattia, già raggiunto in alcuni pazienti con melanoma, potrà essere esteso a altri tipi di tumore grazie all’associazione di queste molecole. “I risultati degli studi nel melanoma rafforzano le nostre convinzioni che le future terapie consisteranno nella combinazione di più farmaci immuno-oncologici, tra cui nivolumab e ipilimumab, che possono modulare il sistema immunitario per offrire ai pazienti con tumore opzioni di maggiore efficacia, più di quanto si possa ottenere con gli attuali approcci terapeutici – sottolinea il prof. Giorgio Parmiani, past president NIBIT e già direttore dell’Unità di Immuno-Bioterapia del Melanoma e Tumori Solidi dell’Istituto Scientifico Fondazione San Raffaele -. Nel 2011, la sopravvivenza a lungo termine in pazienti con melanoma metastatico era un risultato impensabile, ma l’introduzione di ipilimumab ha aiutato a rendere questo obiettivo una realtà per il 20% dei pazienti. Ora stiamo incrementando questi successi con nivolumab, il primo inibitore di PD-1 a dimostrare un aumentato beneficio in termini di sopravvivenza. Inoltre l’utilizzo delle tecniche di genomica consente oggi di identificare gli antigeni, cioè i bersagli verso cui il paziente può sviluppare una risposta immunologica efficace attivata dagli anticorpi immunomodulanti”. “Stiamo assistendo a risultati importanti anche nel tumore del rene – continua il prof. Parmiani -. Nivolumab infatti ha dimostrato di ridurre il rischio di morte del 27% nelle persone colpite dalla malattia in fase metastatica rispetto alla terapia standard”.  L’utilizzo di queste terapie non comporta necessariamente un incremento dei costi per il sistema sanitario nazionale. Infatti si stanno indentificando marcatori tumorali per indentificare in anticipo i pazienti in cui i farmaci immuno-oncologici potranno essere efficaci. “Così sarà possibile risparmiare risorse - continua il prof. Maio -. Ad esempio nel tumore del colon-retto è stata identificata una sottopopolazione di pazienti con specifiche caratteristiche molecolari che rispondono molto bene all’immunoterapia. Il carcinoma del colon-retto finora non è stato considerato un modello di sperimentazione per l’immunoterapia perché ritenuto poco immunogenico, ma oggi i dati preliminari stanno evidenziando risultati impressionanti in determinate categorie di pazienti. Gli studi di fase I sono fondamentali per implementare questo tipo di conoscenze, anche se in Italia sono in netto calo. Uno degli obiettivi del NIBIT è proprio quello di promuovere sperimentazioni pre-cliniche e cliniche in grado di portare risultati immediati al letto del paziente”. Il NIBIT riunisce in rete le più importanti strutture italiane, circa 50, che si occupano di bioterapia dei tumori. Da una costola del network è nata nel 2012 la Fondazione NIBIT. “Questo ente – conclude il prof. Maio – vuole sviluppare studi spontanei con finalità non commerciali che si occupano di alcune patologie ‘di nicchia’. Partendo dai dati generati dal nostro centro a Siena nel corso di sperimentazioni spontanee sono nati studi registrativi internazionali ad esempio nel mesotelioma, per il quale la prossima settimana partirà a Siena uno studio clinico che combinerà i due anticorpi tremelimumab e durvalumab diretti contro le molecole CTLA-4 e PD-1”.

Da:
http://salutedomani.com/article/immuno_oncologia_italia_leader_e_siena_tra_i_primi_centri_al_mondo_19718



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sabato 17 ottobre 2015

E' TARDI ...


del Dr. Giuseppe Di Bella


La classe medica non ha gradito  l’ultimo  "diktat"  dei politici, che col consueto disprezzo della dignità e libertà del medico, stanno imponendo scelte diagnostiche autoritarie e arbitrarie  penalizzando con gravi sanzioni il medico insubordinato. Da decenni i burattini politici delle multinazionali  si sono arbitrariamente interposti tra medico e paziente  gestendo  interamente tutti i settori della sanità, con criteri clientelari  e nel  rispettoso e zelante ossequio solo  degli interessi delle multinazionali del farmaco, mai dei  disprezzati sudditi italiani. Già nel 1996,  questi onesti e disinteressati servitori del popolo italiano, avevano  realizzato  una dittatura terapeutica  eliminando  completamente  la libertà del medico di prescrivere secondo scienza e coscienza, applicando in ogni singolo caso le relative evidenze scientifiche reperibili in letteratura, ricercando il miglior rapporto tra efficacia e tollerabilità di ogni farmaco, impiegato in base all’esperienza professionale propria e dei colleghi. Solo ed unicamente grazie alle ricerche e ai documentati risultati clinici  del Prof Luigi di Bella,  nel  1997, l’opinione pubblica  prese  coscienza della gravità e del pericolo per la salute e la vita di una sanità autoritaria, tirannicamente gestita da una classe politica corrotta. Grazie al movimento di opinione creato dal Prof Di Bella, sotto la pressione dell'opinione pubblica, nel 1998 fu formulata e applicata la disposizione di legge, la cosiddetta “legge Di Bella” (articolo 3, comma 2 D.L. n. 17 del 23 febbraio 98, conv. con modificazioni, dalla legge 8 aprile 1998, n. 94), che ridava dignità e libertà al medico consentendogli  di prescrivere al di fuori dei vincoli burocratici ministeriali secondo scienza e coscienza, in base alle evidenze scientifiche, allora, come oggi, in gran parte disattese dal prontuario Ministeriale. Dopo aver grossolanamente falsificato la sperimentazione del 98 sul Metodo Di Bella, come ampiamente documentato, e aver fatto instancabile e continua opera di disinformazione sul Metodo Di Bella, solo nel 2007, nella completa indifferenza della classe medica, restaurarono la dittatura  terapeutica. Prodi, con la Finanziaria 2007 (al comma 796, lettera Z), abrogò la disposizione di legge introdotta sotto la pressione dell'opinione pubblica nel 1998, la cosiddetta “legge Di Bella” (articolo 3, comma 2 D.L. n. 17 del 23 febbraio 98, conv. con modificazioni, dalla legge 8 aprile 1998, n. 94), che aveva consentito  ai medici di prescrivere al di fuori dei vincoli burocratici ministeriali secondo scienza e coscienza. Vi fu un precedente significativo: nel 1996 la CUF (commissione unica del farmaco, oggi AIFA) presieduta pro tempore dal Prof Silvio Garattini, bloccò la distribuzione in farmacia della melatonina. Il governo di allora, accogliendo la richiesta del farmacologo, con il decreto 161 del 25 marzo, stabilì condanne penali per i medici che l’avessero prescritta. Il prodotto è sempre stato da banco, venduto sugli scaffali dei supermercati, conosciuto in passato perché permetteva di risolvere i problemi da jet lag.  La Corte Costituzionale, accogliendo il ricorso dei pazienti, dichiarò poi  incostituzionale il decreto. Oggi sulla Melatonina, nel  massimo  motore di ricerca scientifico, il National Library of Medicine, http://www.pubmed.gov, si reperiscono oltre 21.000 pubblicazioni e la documentazione del suo ruolo rilevante, fondamentale, in assenza totale di tossicità, sia nel cancro, che nelle malattie degenerative, e sulle maggiori reazioni e funzioni vitali. Il Prof. Di Bella malgrado il decreto ministeriale non solo continuò a prescrivere la Melatonina ma, in calce alla ricetta, siglava che il Ministero con decreto ne vietava l’uso, esempio e monito ad una classe medica che ha aspettato  di perdere l’ultima traccia di indipendenza libertà e dignità prima di reagire.



mercoledì 14 ottobre 2015

LA FEBBRE CURA ANCHE IL CANCRO PERCHE' IL NOSTRO ORGANISMO E' PROGRAMMATO PER DIFENDERSI E GUARIRE !



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Da:

I tumori talvolta regrediscono. Si grida al miracolo, ma spesso una ragione scientifica esiste. Riuscire a conoscerla ci potrebbe aiutare a trovare nuove strategie per combattere il tumore. E la febbre, in questo contento di guarigioni dal tumore, ha un ruolo di primo piano. Quando si verificano fenomeni che ancora non sappiamo spiegare si grida al miracolo. Uno di questi fenomeni è per esempio quello delle guarigioni spontanee. E le guarigioni spontanee da mali cosiddetti “incurabili” sono considerate ancora più miracolose. Eppure in molti casi la spiegazione sembra esserci. Le prime segnalazioni di guarigioni spontanee da tumori risalgono al 1918, ma le più recenti sono comparse su riviste accreditate e Uwe Hobohm, docente di bioinformatica alla Giessen Universität, in Germania, studiando la casistica pubblicata finora sulle riviste scientifiche, ha calcolato che negli ultimi 40 anni si siano verificati mediamente 12-24 casi l’anno di regressioni temporanee durate mediamente più di 5 anni o addirittura di guarigioni inspiegabili.

Pochi casi, ma importanti:

Certo in alcuni casi probabilmente si trattava di diagnosi errate: non erano tumori. Ma questo riguarda prevalentemente i casi dei primi anni del secolo scorso. Ma le ultime revisioni, fatte nel 1990, si basano su esami istologici confermati, e in base a questi dati Hobohm calcola circa da 1 a 10 remissioni spontanee ogni milione di casi di tumore. Non sono tante, ma forse se si riuscisse a spiegarle si potrebbero avere idee nuove per la ricerca di nuove terapie. Secondo alcuni per esempio sarebbero importanti le influenze ormonali, in altri casi potrebbe essere entrato in gioco il sistema immunitario. Ma, nonostante gli sforzi degli ultimi decenni, non siamo ancora giunti a una spiegazione della regressione spontanea nell’uomo e negli animali scrive per esempio nel 2003 sulla rivista scientifica Pnas un gruppo di ricercatori del Cancer center della Wake Forest University di Winston Salem nella Carolina settentrionale.

Il ruolo del sistema immunitario:

Ci sono però alcuni fattori che sembrano essere particolarmente interessanti. Le cellule tumorali derivano dalle cellule sane del paziente, e quindi per il sistema immunitario sono “self”, non estranei da combattere. In altre parole il sistema immunitario è tollerante nei loro confronti e molte di queste guarigioni potrebbero essere spiegate se si riuscisse a dimostrare che qualcosa ha reso intollerante il sistema immunitario. Molta ricerca contemporanea punta a svegliare il sistema immunitario contro i tumori, ma finora i risultati ottenuti sono stati solo di parziale risveglio, di brevi regressioni.

Ma... se c'è la febbre…:

Il primo ricercatore che segnalò queste regressioni spontanee (era il 1918) scrisse allora che «il maggior numero di regressioni spontanee si sono verificate dopo la rimozione chirurgica incompleta della massa tumorale; subito dopo - in frequenza - ci sono i casi di remissione dopo febbri acute». La causa più importante della febbre erano le infezioni, vuoi l’erisipela, una forma di infezione acuta della pelle, ma anche vaiolo, polmonite, malaria e la tubercolosi in fase acuta.

Arriva la radioterapia… e la "febbre-terapia" viene accantonata:

Non a caso a partire dal 1868 si indussero infezioni in pazienti tumorali e in alcuni casi si ottennero regressioni radicali con lo Streptococcus pyogenes, il batterio responsabile dell’erisipela, chiamato poi tossina di Coley, da Wiliam Coley, il ricercatore americano che nel 19° secolo sistematizzò questo tipo di terapia facendo regredire un numero consistente di tumori allora considerati inoperabili. Poi fu scoperta l’azione della radioterapia e la terapia di Coley fu accantonata anche perché non ben standardizzata (non si sapeva come preparare la “tossina”, quanta iniettarne, dove, quante volte ecc). Oggi, a una analisi delle pubblicazioni di Coley sembra che ci sia una stretta correlazione fra la concentrazione della preparazione, l’elevazione della febbre e la durata della terapia e il tasso di remissione. Ma in alcuni casi i risultati erano strabilianti: se le iniezioni di batterio venivano protratte per 6 mesi, l’80% dei pazienti con sarcomi inoperabili che venivano così trattati sopravviveva da 5 a 88 anni!

Nuove ricerche:

Questi esperimenti sono stati ripresi anche recentemente, ma nessuno ha osservato la correlazione fra l’entità della febbre e il risultato. I pochi studi che hanno scatenato una febbre elevata (40 °C) per parecchie settimane sono quelli che sembrano aver avuto i risultati migliori quanto a remissione. Insomma, è come se la febbre avesse la capacità di guarire anche queste patologie. Le cellule tumorali infatti sono più sensibili al calore delle cellule sane. Non a caso la terapia immunologica dei tumori usa oggi le citochine pyrogeniche, le stesse citochine fuochiste che inducono il rialzo termico. Sono le interleukine 1 e 6, i fattori di necrosi tumorale, l’inteferone alfa e altre. Se così stanno le cose, non usare gli antipiretici per ridurre la febbre potrebbe avere un effetto preventivo anche nei confronti dei tumori.