IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 28 giugno 2016

DECIFRATI I TESTI SUL MECCANISMO DI ANTIKYTHERA



SEGNALATO DA CRISTIAN VITALI (http://ufoealtrimisteri.blogspot.it/)

Un team internazionale di scienziati ha presentato l’analisi completa delle iscrizioni trovate sul famoso meccanismo di Anticitera, un piccolo oggetto considerato il primo computer meccanico al mondo. Nel corso di un evento tenutosi ad Atene i primi di Giugno, sono stati esposti i risultati frutto di oltre 10 anni di lavoro. Il loro studio riafferma molto di quanto sapevamo già, ma fornisce anche nuovi interessanti dettagli. Per oltre un secolo dalla sua scoperta in un relitto, l’esatto funzionamento del meccanismo era stato un bel rompicapo. Da alcune parole decifrate sui contorti, corrosi frammenti di lamine e ingranaggi di bronzo, gli esperti avevano intuito che era uno strumento astronomico. Ma molto altro rimaneva nascosto alla vista. Ora finalmente i ricercatori sono riusciti a leggere i circa 3.500 caratteri di testo sopravvissuti sul meccanismo.


«Ora abbiamo dei testi che possiamo leggere esattamente in greco antico. Quello che avevamo prima era come ascoltare una radio piena di interferenze», dice il membro del team Alexander Jones, professore di storia della scienza antica all’Università di New York. «Sono un sacco di dettagli utili perché conosciamo molto poco dell’astronomia greca di quel periodo e essenzialmente niente della loro tecnologia, eccetto quello che vediamo qui», dice. «Perciò questi piccolissimi testi valgono molto per noi».

Prevedere le eclissi
Il meccanismo era un calendario solare e lunare: mostrava le fasi lunari, la posizione del Sole e della Luna nello zodiaco, la posizione dei pianeti, e prevedeva le eclissi. Nessun strumento del genere venne costruito per i successivi 1.000 anni. «Non era uno strumento di ricerca, qualcosa che un astronomo userebbe per fare dei calcoli, né un astrologo lo userebbe per fare previsioni. Era qualcosa che useremmo per insegnare il cosmo e il nostro posto nel cosmo», dice Jones. «È come un manuale di astronomia per come lo intendevano all’epoca, che collegava i movimenti del cielo e dei pianeti con le vite degli antichi Greci e il loro ambiente. Lo vedrei più come un dispositivo istruttivo per i filosofi». Le lettere – alcune alte solo 1,2 millimetri – erano incise sulle lamine dal lato interno. Delle sezioni visibili del meccanismo erano racchiuse nel legno e operavano con una manovella. Non era esattamente un manuale, era più una lunga didascalia – come quelle nei musei che descrivono un’opera, dice un altro componente del team, Mike Edmunds, professore emerito di astrofisica presso l’Università di Cardiff. «Non ti dice come usarlo, dice ‘quello che vedi è così e così’, invece che ‘gira questa manopola e ti mostra qualcosa’», dice. I ricercatori specificano che lo scopo primario del dispositivo era astronomico, ma una funzione astrologica non era forse da escludere. Il meccanismo riusciva inoltre a calcolare eventi sportivi quali i giochi olimpici e i giochi istmici.



Trovato in un relitto
I frammenti del meccanismo furono portati alla luce nel 1901 da un relitto di metà I secolo a.C. All’inizio non sembrò che un reperto marginale rispetto agli altri spettacolari ritrovamenti, quali statue di marmo e di bronzo, cristalleria di lusso e ceramiche. Ma l’oggetto attrasse presto l’attenzione degli scienziati, e fu studiato da diversi team nei decenni successivi. Mentre furono avanzate ipotesi sul funzionamento degli ingranaggi e sull’uso della macchina, è stato a lungo impossibile leggere più di alcune centinaia di caratteri sul meccanismo, pieno di strati come un complesso orologio. Circa 12 anni fa, il team di Jones e Edmunds ha cominciato a usare i raggi X e immagini ad altà qualità per analizzare gli 82 frammenti superstiti. «L’indagine originale doveva capire il funzionamento del meccanismo, ed è stato un successo», dice Edmunds. «Quello che non avevamo compreso era che le tecniche moderne che stavamo usando ci avrebbero permesso di leggere i testi, sull’interno e sull’esterno del meccanismo, molto meglio rispetto al passato».

È stato un processo minuzioso: i ricercatori hanno dovuto guardare dozzine di scansioni per leggere ognuna delle minuscole lettere.


Non un gioco
Edmunds ha detto che lo stile del testo – formale e dettagliato – implica che era molto di più che un giocattolo di un ricco collezionista. Venne probabilmente costruito in Grecia tra il 200 e il 70 a.C., sebbene non si sappia con certezza chi l’abbia prodotto. I ricercatori hanno letto praticamente tutto il testo sui frammenti sopravvissuti. La loro più grande speranza è che gli archeologi che stanno attualmente rivisitando il relitto scopriranno dei pezzi ignorati cent’anni fa, o persino un altro meccanismo simile. La nave commerciale era un gigante del mondo antico. Misurava almeno 40 metri di lunghezza, e si ruppe in due prima di affondare, adagiandosi su un ripido pendio sott’acqua a circa 50 metri di profondità. La maggior parte delle iscrizioni, e almeno 20 meccanismi che lavoravano per mostrare i pianeti, sono ancora là. Dice un altro membro del team, Yanis Bitsakis: «Forse, a un certo punto, la nostra interpretazione potrebbe essere arricchita da altre parti del meccanismo recuperate nel mare».



DA:

FOTO:
La macchina di Anticitera (Greek Reporter)
(Petros Giannakouris, Associated Press)
(Alkis Konstantinidis, Reuters)
(Thanassis Stavrakis, Associated Press)
Un sub col metal detector al largo dell’isola di Anticitera (Brett Seymour, ARGO via Greek Culture Ministry, Associated Press)



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venerdì 24 giugno 2016

DA PROCARIOTA AD...EUCARIOTA ... ESTREMOFILI E...PANSPERMIA?



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Da:

L'evoluzione delle cellule eucariote sarebbe avvenuta con la graduale acquisizione da parte degli archea di geni e lipidi propri dei batteri. L'ipotesi è suffragata dall'analisi genetica di Lokiarchaeum, il primo microrganismo con caratteristiche di transizione mai scoperto.

Sarebbe stata una lunga e lenta serie di acquisizioni di geni dai batteri a permettere la trasformazione di alcuni archea nelle prime complesse cellule eucariote.

Archea:  “Uno dei tre grandi domini in cui sono divisi gli esseri viventi. Comprende organismi unicellulari appartenenti al regno degli archeobatteri, raggruppati nei tre ordini degli Crenarchaeota, Euryarchaeota e Korarchaeota. Nella vecchia classificazione, gli archeobatteri erano uno dei due gruppi nei quali venivano divisi i procarioti; l’altro era rappresentato dagli eubatteri o batteri propriamente detti. Gli archea vivono in condizioni ambientali estreme (sono anche definiti “estremofili” – ndr) e comprendono metanoproduttori che vivono solo in ambienti anossici (paludi) e generano metano; gli alofili che necessitano di alte concentrazioni saline; i termoacidofili che vivono nelle sorgenti sulfuree alla temperatura di 80 °C e a pH acido”.(da: http://www.treccani.it/enciclopedia/archea/).

E' questa la conclusione a cui sono giunti Gautam Dey e Buzz Baum, dell'University College di Londra, e Mukund Thattai, del National Centre for Biological Sciences a Bangalore, in India, in seguito all'analisi del genoma di un nuovo tipo di archea, che descrivono sui “Trends in Cell Biology”.
Le cellule eucariote – presenti in tutte le piante e gli animali – sono molto più grandi e complesse delle cellule dei batteri e degli archea (procarioti) perché dotate di un nucleo separato dal resto del contenuto cellulare (citoplasma).

Il campo idrotemale di Loki's Castle, dove è stato scoperto Lokiarchaeum. (Cortesia R.B. Pedersen/Centre for Geobiology, University of Bergen, Norway)

Si ritiene che gli eucarioti si siano evoluti in seguito a una fusione simbiotica tra archea e batteri, ma finora c'è stato un notevole disaccordo sul modo in cui sarebbe avvenuta questa fusione e sulle caratteristiche del primo organismo eucariota, dato che non si conoscono organismi intermedi (presenti o passati) che colmino il grande divario di dimensioni e complessità tra procarioti ed eucarioti.

Un primo passo in avanti si deve agli studi di Dey, Baum e Rhattai sulle caratteristiche genetiche di un archea, Lokiarchaeum, la cui esistenza è stata scoperta appena un anno fa analizzando campioni di sedimenti prelevati dal campo di bocche idrotermali sottomarine di Loki Castle, nella dorsale medio-oceanica dell'Artico. I ricercatori hanno scoperto che il genoma di Lokiarchaeum – soprannominato “Loki” - contiene un notevole numero di proteine simili a quelle prodotte dalle cellule eucariote (proteine ESP, da eukaryotic signature proteins), molte di più di qualsiasi altro procariota noto. In particolare, contiene alcune proteine che nelle cellule eucariote hanno un ruolo critico nel dirigere il traffico molecolare fra i vari comparti all'interno della cellula. Secondo i ricercatori è molto improbabile che le ESP di Loki svolgano le stesse funzioni che hanno negli eucarioti, dato che il mocrorganismo appena scoperto non sembra avere alcuni enzimi necessari al funzionamento dell'apparato che nella cellula eucariota regola il traffico molecolare attraverso le membrane intracelulari.
Microfotografia di Solfolobus, uno degli archea più strettamente imparentati con Lokiarchaeum(Cortesia Sonja-Verena Albers/ http://www.archaellum.org/)

"Tuttavia – ha detto Baum - il suo genoma può essere considerato pronto per far scattare il passaggio da archea a eucariota”. A una cellula di questo tipo basterebbe acquisire alcuni geni chiave e alcuni lipidi da un simbionte batterico per evolvere una compartimentazione intracellulare e un apparato per il traffico molecolare attraverso le membrane di quei comparti.
I ricercatori sperano che si riesca quanto prima anche a isolare Loki, e magari anche a metterlo in coltura, per vedere se ha un aspetto più simile a un archaea o a un proto-eucariota e se ha o meno compartimentazioni interne.

PER ORA NON VOGLIO AGGIUNGERE ALTRO A QUESTO PROMETTENTE ED IMPORTANTE STUDIO CHE IL DR. COTELLESSA DI ENEA CI HA SEGNALATO, MA PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE LE "INTRIGANTI" CORRELAZIONI CON IL CONCETTO DI "PANSPERMIA" GUIDATA O DIRETTA, SUGGERISCO LA LETTURA DEL RECENTISSIMO STUDIO CHE HO DA POCO PUBBLICATO INSIEME CON IL DR. GIORGIO PATTERA:







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mercoledì 22 giugno 2016

I DANNI DA "ABUSO DEGLI ANTIBIOTICI" SULLA SALUTE DEI BAMBINI



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

La terapia antibiotica sui bambini è di uso comune da molti anni. Si calcola per esempio che negli Stati Uniti, ogni bambino, all'età di due anni, abbia già subito, in media, tre trattamenti con questo tipo di farmaci. Il loro utilizzo è indicato quando si tratta di infezioni batteriche, ma in tutto il mondo i microbiologi segnalano un uso indiscriminato, che può avere conseguenze serie, anche sul lungo periodo, per i piccoli pazienti. Un primo effetto evidente, come dimostrano due nuovi studi pubblicati sulla rivista “Science Translational Medicine”, è che i bambini sottoposti ripetutamente a terapia antibiotica mostrano un'alterazione del microbiota, l'insieme dei microbi – per la maggior parte batteri, ma anche lieviti e virus - che albergano nel tubo digerente umano. Inoltre, l'esposizione ripetuta agli antibiotici induce i batteri intestinali ad attivare i geni che garantiscono una resistenza a quella classe di sostanze.

Rappresentazione artistica dei batteri intestinali (Credit: V. Altounian/Science Translatinal Medicine 2016)

Il microbiota umano, che in condizioni normali conta tra le 500 e le 1000 specie diverse di microrganismi, negli ultimi anni si è guadagnato  una grande attenzione da parte della ricerca biomedica. Sono molti infatti gli indizi della sua notevole influenza sulla salute. Alcuni studi per esempio hanno mostrato che l'alterazione dei batteri intestinali è correlata all'insorgenza di diverse patologie, quali le malattie infiammatorie dell'intestino, il diabete di tipo 2, l'obesità e i disturbi metabolici, il tumore del colon-retto, la cirrosi epatica e l'artrite reumatoide, per citarne solo alcune. In molti casi  tuttavia, si è trattato di studi longitudinali, cioè che hanno seguito campioni di popolazione per molti anni per verificare se l'alterazione o la disregolazione dei microbiota si possa far risalire a cattive condizioni di salute infantili quali la malnutrizione, il diabete di tipo 1 o l'asma. Solo di recente alcuni ricercatori hanno iniziato a studiare l'impatto di fattori esterni, come l'esposizione agli antibiotici, dimostrando, su piccoli campioni di soggetti adulti, che questi farmaci determinano una diminuzione della diversità microbica, e confermando così analoghi risultati ottenuti nei topi di laboratorio.

Un aspetto finora non chiarito era però l'influenza degli antibiotici sulla prima infanzia.

Nel primo studio, Nicholas Bokulich e colleghi della New York University hanno studiato lo sviluppo del micro bioma (Il microbioma è l'insieme del patrimonio genetico e delle interazioni ambientali della totalità dei microrganismi di un ambiente definito. Un ambiente definito potrebbe essere un intero organismo come un essere umano o parti di esso,per esempio l'intestino o la cute) in 43 bambini dalla nascita fino a due anni di età, raccogliendo campioni di feci e confrontandoli con analoghi campioni delle madri prima e dopo la nascita. Hanno così scoperto che la somministrazione di antibiotici, insieme al parto cesareo e all'allattamento con latte artificiale, può ritardare lo sviluppo del microbiota e ridurre la diversità batterica. Nel secondo studio, Moran Yassour del Broad Institute del MIT e della Harvard University a Cambridge, nel Massachusetts, e colleghi di una collaborazione tra istituti finlandesi e statunitensi, hanno analizzato i campioni fecali di 39 bambini per tre anni, concludendo anche in questo caso che il trattamento antibiotico,  insieme ad altri fattori, riduce la diversità e la stabilità microbica intestinale. Nei primi mesi di vita, in particolare, tutti i bambini nati con parto cesareo e il 20 per cento di quelli nati con parto naturale erano privi di batteroidi, particolari tipi di batteri che contribuiscono a regolare il sistema immunitario dell'intestino. Ma il dato più preoccupante - anche se transitorio - per la salute dei piccoli riguarda la resistenza agli antibiotici. Nei mesi successivi alla somministrazione dei farmaci, i batteri mostravano un incremento nell'espressione di geni che codificano per proteine legate al fenomeno della resistenza antibiotica. Un dato interessante,è che per ragioni ancora non comprese, questi geni sono espressi anche nei bambini di due mesi non esposti agli antibiotici.  Vedi anche precedente post: 



Da:

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sabato 18 giugno 2016

IL VACCINO CONTRO I TUMORI

SARA' UNA STRADA PROMETTENTE O L'ENNESIMO PALLIATIVO DELUDENTE?
LA COSA IMPORTANTE E' NON PERDERE TEMPO ED ACCELERARE AL MASSIMO LE SPERIMENTAZIONI, PERCHE' ORMAI IL CANCRO PROLIFERA COME UN VIRUS INARRESTABILE.

                   Linfociti attaccano una cellula tumorale (Getty Images)

SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Da:


Si studia vaccino contro i tumori che attiva una super risposta immunitaria.

La capsula contenente Rna con le «istruzioni genetiche» anti-cancro è stata testata con successo su topi e su tre pazienti con melanoma avanzato: iniettata per endovena, raggiunge milza, linfonodi e midollo osseo dove viene prodotto l’«antigene tumorale»

Un vaccino contro tutti i tumori, ovvero che induce una fortissima risposta del sistema immunitario. Lo hanno ideato alcuni scienziati dell’Università Johannes Gutenberg a Mainz, in Germania, e lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature. Il vaccino è stato testato con successo su animali (topolini affetti da vari tipi di cancro) e su tre pazienti con melanoma in stadio avanzato: già a basse dosi, si è mostrato capace di attivare una risposta immunitaria efficace contro il tumore. Ma in che cosa consiste? È costituito da una capsula di molecole di grasso che racchiude una porzione di Rna su cui sono scritte le “istruzioni genetiche” per attivare le cellule del sistema immunitario in modo mirato contro il tumore. La molecola di Rna (simile al Dna) è intercambiabile a seconda del tipo di cancro da combattere. Iniettata per endovena, la capsula raggiunge milza, linfonodi e midollo osseo dove viene “ingoiata” dalle cellule dendritiche (che fanno parte del sistema immunitario).

«I tumori hanno smesso di crescere»

Una volta al loro interno, la capsula rilascia le istruzioni genetiche - l’Rna - per avviare una risposta contro il tumore. Le cellule dendritiche traducono quindi l’Rna in una proteina - l’“antigene tumorale” - che scatena la reazione immunitaria. Poiché il suo “cuore” (Rna) può essere modificato a piacimento a seconda del tumore da combattere, spiegano gli autori, questo vaccino ha la potenzialità, almeno teorica, di risultare universalmente efficace contro il cancro. «Per ora — spiega all’Ansa Ugur Sahin, ricercatore che ha condotto il lavoro — abbiamo ancora un’evidenza clinica limitata, poiché abbiamo testato il vaccino su soli tre pazienti. Comunque questi sono rimasti stabili, il che significa che i loro tumori hanno smesso di crescere dopo la vaccinazione e per tutto il periodo di osservazione. Nel 2017 — anticipa Sahin — testeremo il vaccino su altri pazienti con diversi tipi di tumore».

Il segreto? È racchiuso nelle goccioline di grasso

«La grande novità di questo lavoro sta nel fatto che questi liposomi (gli involucri di grasso che racchiudono il vaccino) sono molto efficaci nell’indurre una forte risposta immunitaria, sia perché attivano l’interferone, sia perché raggiungono quasi tutti la milza, centro nevralgico delle reazioni immuni — dice Enrico Proietti, direttore del Reparto di applicazioni cliniche delle terapie biologiche dell’Istituto Superiore di Sanità —. Bisogna però essere cauti perché il dato clinico è al momento ancora troppo preliminare». Il segreto di questo vaccino sta, dunque, nelle “capsule” di grasso con cui viene veicolato. La capsula, infatti, raggiunge spontaneamente i distretti immunitari del corpo del paziente e, una volta giunta a destinazione, viene ingoiata dalle cellule dendritiche che poi leggono le istruzioni in essa contenute e le traducono in un “antigene tumorale specifico”, che direziona le difese immunitarie in maniera mirata contro il tumore.

La strada (già avviata) dell’immunoterapia

«È ancora presto per poter parlare di un “vaccino universale”, anche se si tratta di una ricerca innovativa i cui risultati, interessanti, sono tuttavia ancora molto preliminari - commenta Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori “Pascale” di Napoli -. È successo varie volte che un vaccino efficace nei topi non sia poi risultato tale nell’uomo, sebbene in questo caso sia stato testato su tre pazienti con melanoma. È presto per parlare di un vaccino mirato a riattivare il sistema immunitario per combattere e distruggere le cellule cancerose, ma va detto che altre armi di immunoterapia sono già presenti e disponibili con effetti concreti e importanti nel trattamento dei pazienti. In futuro, se si arriverà effettivamente a un vaccino terapeutico anticancro, questo potrà essere utilizzato in affiancamento alle potenti armi di immunoterapia che già stiamo utilizzando (che attivano il sistema immunitario contro le cellule cancerose, per combatterle e distruggerle), per avere una risposta ancora maggiore in termini di efficacia. Oggi, infatti - prosegue Ascierto - abbiamo molecole in grado di rimuovere i freni inibitori che il tumore usa per rallentare la risposta del sistema immunitario contro le cellule cancerose». Tali molecole «si stanno dimostrando molto efficaci in vari tipi di tumori, dal melanoma al polmone, e farmaci immunoterapici analoghi per altre forme di cancro - conclude l’esperto - sono in via d’approvazione da parte della Food and Drug Administration, l’ente statunitense di controllo sui farmaci».

Da:

http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/16_giugno_01/vaccino-contro-tumori-cosi-si-attiva-super-risposta-immunitaria-b2cc4f6e-2808-11e6-8ae9-1f09742ed1bf.shtml


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martedì 14 giugno 2016

I PRIMATI E IL SENSO DEL SACRO E DEL DIVINO: ...UNA RIFLESSIONE SCOMODA !


Ho appena pubblicato, insieme con il Dr.Giorgio Pattera, uno studio nel quale ribadisco e rafforzo ulteriormente il mio pensiero: EVOLUZIONISMO E “CREAZIONISMO – NON RELIGIOSO” NON SONO IN CONTRASTO… ma si separano (per la nostra specie) in un momento ben preciso, per effetto di un intervento eso-biologico. Sintetizzando al massimo, quindi, la nostra specie ha potuto evolversi (in modo artificioso = privo di naturalezza) ad una velocità esponenziale, bypassando appunto i normali parametri imposti da madre natura. Il chi e il come, vi invito a leggerli qui:

               http://www.amazon.it/dp/1530593212

Ma tornando alla riflessione, voglio precisarvi perché la definisco “scomoda”.

Il continuo evolversi della ricerca scientifica, per fortuna, porta sempre con sé nuove idee e nuove scoperte, nella maggioranza dei casi ri-scoperte, che non devono assolutamente essere ignorate o accantonate perché, appunto, scomode nei confronti d’una corrente di pensiero dominante o maggioritaria. Nel mio specifico caso, nessun pensiero dominante, anzi forse il contrario, mi ha portato fino ad oggi su una strada molto tortuosa e piena di insidie, ma dal mio punto di vista assai promettente. Quello che sta succedendo (forse anche da molto tempo) in una sperduta foresta della Guinea mi ha costretto in questi ultimi giorni a considerare seriamente l’esigenza di aggiungere una nuova “variabile”, inaspettata, ad una teoria che fino a ieri sembrava non averne bisogno. Questa variabile, direttamente collegata alle più complesse ed in parte ancora oscure leggi della natura, potrebbe confermare e rafforzare la tesi del “creazionismo non religioso” per la nostra specie, oppure aprire un nuovo scenario tipo “il pianeta delle scimmie” (cfr. l’omonimo romanzo dello scrittore francese Pierre-François-Marie-Louis Boulle -Avignone, 20 febbraio 1912 – Parigi, 30 gennaio 1994). Ancora una volta è il tempo a conoscere la verità, noi possiamo solamente sperare di avvicinarci il più possibile.

Ora vi invito a leggere la notizia che ha generato questa mia riflessione.
Buona lettura.

Gli scimpanzé potrebbero avere la loro religione… comunque il senso del sacro e del divino. Scagliano pietre contro un albero o le impilano dentro al tronco. I ricercatori ipotizzano: «Forse è un rituale».

Sunto del rapporto scientifico n. 6, Article number 22219 (2016) doi:10.1038/srep22219



“Nella foresta della Guinea c'è un albero che sul suo tronco porta i segni di strani graffi. Nel suo interno vuoto, una serie di pietre sono impilate una sopra l'altra, quasi a formare un tumulo rudimentale. 



Quello praticato dagli scimpanzé del luogo assomiglia tanto a un rituale religioso. A scoprirlo è stata Laura Kehoe, ricercatrice della Humboldt University di Berlino. Dopo aver visto i segni sull'albero, ha piazzato una telecamera nascosta e ha ripreso gli scimpanzé mentre scagliavano grosse pietre contro il tronco. Un gesto che, per l'impegno con cui viene eseguito, non sembra essere un gioco dettato dalla noia. Una delle possibili spiegazioni è che le scimmie usino questo sistema per comunicare tra loro a distanza, utilizzando il rumore che le pietre fanno quando colpiscono il tronco. Ma perché, allora, riporre ordinatamente le pietre, una sopra l'altra, all'interno del tronco?




 «Potrebbe essere la prima volta che scopriamo un gruppo di scimpanzé nell'atto di creare una sorta di santuario legato a un albero sacro», ha spiegato Laura Kehoe. Una tesi azzardata? Nemmeno troppo. E non solo perché gli scimpanzé hanno un patrimonio genetico identico a quello dell'uomo per il 98% : sono animali intelligenti, capaci di comunicare tra loro e di creare utensili elementari. Dimostrazioni simili si hanno anche in altri gruppi di scimmie. Nella foresta del Gombe, in Tanzania, alcuni babbuini sono stati osservati mentre, in gruppo, stavano seduti in pace a osservare tutti insieme lo scorrere dell'acqua del torrente. Un comportamento che secondo alcuni studiosi sarebbe da ricondurre a una sorta di meditazione. Nello stesso parco, l'esperta di primati britannica Jane Goodall ha osservato uno scimpanzé avvicinarsi ad una cascata: «Man mano che il rumore si faceva più forte, il suo passo si affrettava e i peli sul suo corpo si rizzavano. Una volta arrivato al torrente, vicino alla cascata, si alzava sulle zampe posteriori e iniziava a dondolare da un piede all'altro, pestandoli nell'acqua bassa, raccogliendo massi e lanciandoli. A volte si aggrappava alle liane che pendevano dagli alberi e si dondolava tra gli spruzzi d'acqua. Questa danza poteva durare 10 o 15 minuti». E se la maggior parte degli animali fugge davanti al fuoco, gli scimpanzé spesso si fermano ad ammirarlo. Osservazioni che hanno spinto Goodall a chiedersi se non sia possibile che questi comportamenti siano dettati da meraviglia e soggezione. E se dovessero essere capaci di provare questo genere di sentimenti e comunicarli tra di loro, perché escludere che possano sviluppare una sorta di religione? Non può passare inosservata nemmeno la consapevolezza della morte che hanno gli elefanti, osservati diverse volte in atteggiamenti del tutto simili ai funerali umani. L'etologa Cynthia Moss ha osservato un branco di elefanti seppellire con frasche e vegliare fino all'alba il corpo di una femmina uccisa dai bracconieri.

Insomma, gli animali sarebbero molto meno distanti da noi di quanto siamo portati a pensare”.


CURIOSITA':

...come saranno questi primati in un prossimo lontano futuro? Forse al nostro posto, come quelli descritti dallo scrittore Pierre Boulle nel romanzo: "Il pianeta delle scimmie" (1963) ed adattato per lo schermo in numerose pellicole cinematografiche di successo?

MLR

 Fonti:
http://www.lettera43.it/fatti/gli-scimpanze-potrebbero-avere-la-loro-religione_43675236952.htm

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sabato 11 giugno 2016

IL MISTERIOSO PIANETA "9" E...L'OMBRA DELLO "SCOMODO" ZECHARIA SITCHIN


Il Sole "rubò" Pianeta 9 a un'altra stella

Il "furto" sarebbe avvenuto 4,5 miliardi di anni fa. Gli astronomi olandesi autori dello studio: "Siamo andati a caccia si esopianeti nello spazio profondo e forse ne avevamo uno nel cortile di casa"

Il Sole rubò un pianeta a un'altra stella. A indagare sul furto spaziale, avvenuto forse quattro miliardi e mezzo di anni fa, sono stati alcuni astronomi svedesi dell'Università di Lund. Sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, hanno suggerito una possibile ricostruzione di quel lontano "delitto". La loro ipotesi, confermata da una simulazione al computer, è che il Pianeta 9, il misterioso astro ai confini del nostro Sistema solare, sia in realtà un esopianeta che in un lontanissimo passato orbitava intorno a un'altra stella.

Il furto:

Il Sole era nato da poco quando lo avrebbe "scippato" ad una stella vicina. "Ora la più prossima è Alpha Centauri, che dista quattro anni luce", spiega Giovanni Bignami astrofisico e accademico dei Lincei "ma miliardi di anni fa il Sole era vicino ad altre stelle nate dalla sua stessa 'covata'. In effetti, con la sua forza gravitazionale potrebbe aver sottratto un corpo celeste a un sistema planetario vicino".


L'oggetto del contendere sarebbe proprio il Pianeta 9. "Non esistono sue immagini, non sappiamo se sia roccioso, gassoso o se abbia una superficie ghiacciata. Ma la sua massa è circa dieci volte quella della Terra" dice l'astronomo olandese Alexander Mustill, coautore dell'articolo. "E' abbastanza paradossale" continua "che per anni si siano cercati gli esopianeti a centinaia di anni luce di distanza, mentre probabilmente ne avevamo uno nel cortile di casa".

Il "calcio gravitazionale":

Ma è una teoria plausibile? "Che le stelle si possano scambiare pianeti non è una novità" risponde Bignami. "Da tempo siamo a caccia di asteroidi provenienti dallo spazio esterno al Sistema solare. Che questo succeda per i pianeti è forse più affascinante, ma non impossibile: un pianeta può subire un 'calcio gravitazionale', per esempio quando passa accanto a un corpo più grande, e uscire dalla sua orbita. Questo lo porta vagare nell'Universo finché non viene catturato dal campo gravitazionale di un'altra stella. Alpha Centauri è un sistema binario, con due soli che ruotano uno intorno all'altro: è molto probabile che se quel sistema ha dei pianeti essi siano sottoposti ad una sorta di effetto fionda verso lo spazio profondo.  La teoria degli astronomi olandesi è anche molto interessante per chi studia la panspermia, la possibilità cioè che i mattoni della vita siano arrivati da lontano".

Lo conferma Alexander Mustill: "Pianeta 9 è, con ogni probabilità, l'unico esopianeta che potremo raggiungere con una sonda spaziale". E forse solo quel giorno potrà essere confermata o smentita la teoria del "furto".


ZECHARIA SITCHIN...L'INTRUSO

di MLR

Secondo l'interpretazione data da Sitchin della cosmologia sumera, il sistema solare avrebbe un decimo pianeta, nono in questo caso dopo il declassamento di Plutone (2006) oggi considerato “pianeta nano”  orbitante nelle regioni periferiche del sistema solare, con un'orbita eccentrica a cavallo dell'orbita di Nettuno; fu scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh ed inizialmente classificato come il nono pianeta del Sitema Solare.  Sitchin, tuttavia intitola il suo primo libro "Il dodicesimo pianeta" (1983) poiché il termine sumero e babilonese per "pianeta" è lo stesso che descrive tutti i corpi celesti - MUL -, e quindi contando anche il Sole e la Luna, il sistema solare sarebbe composto di 12 MUL, quindi il dodicesimo pianeta seguendo un'orbita ellittica, rientrerebbe nel centro del nostro sistema solare una volta ogni 3600 anni. Secondo Sitchin, questo ipotetico pianeta, chiamato "Nibiru", nella mitologia babilonese sarebbe associato al dio Marduk, dal XVIII secolo a.C. divinità principale della terra di Babilonia. Nonostante il continuo discredito subito da Sitchin da parte della scienza ufficiale, le sue teorie basate appunto sull’astronomia sumero-babilonese, trovano oggi dopo oltre 30 anni conferme anche (volenti o nolenti) da parte della moderna astronomia. Per amore della verità, bisogna segnalare che Zecharia Sitchin, non può non aver attinto dai corposi studi precedenti di Immanuil  Velikovsky, che negli anni cinquanta del secolo scorso, pubblicò il libro “Mondi in collisione” (ripreso molto tempo dopo dallo statunitense John M. Ackerman), nel quale proponeva un controverso modello secondo il quale il sistema solare avrebbe avuto origine da un impatto di enorme potenza sul pianeta Giove, giungendo a modificare la cronologia degli avvenimenti dell'antico Egitto, sdoganando di fatto gli studi astronomici sulle “catastrofi cosmiche a memoria d’uomo” che oggi vedono appunto accademici come Ackerman e Spedicato in prima linea. (per approfondimenti leggi: “Quando Marte era un satellite della Terra” – GdM n. 525 Maggio-Giugno 2016  - “Origine della Luna e perdita di Marte: uno scenario astronomico a memoria d’uomo” http://www.emiliospedicato.it/origine-della-luna-e-perdita-di-marte-uno-scenario-astronomico-a-memoria-di-uomo/)


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mercoledì 8 giugno 2016

CELLULE STAMINALI: LA SOLUZIONE DEFINITIVA ?


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

“Le cellule staminali sono cellule primitive, non specializzate, dotate della capacità di trasformarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo attraverso un processo denominato differenziamento cellulare. Sono oggetto di studio da parte dei ricercatori per curare determinate malattie, sfruttando la loro duttilità. Le cellule staminali possono essere prelevate da diverse fonti come il cordone ombelicale, il sacco amniotico, il sangue, il midollo osseo, la placenta, i tessuti adiposi”.

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“Lesioni nel midollo spinale dei ratti riparate con le staminali”.

Il risultato grazie a ricercatori dell’Università di San Diego. Le cellule hanno formato interazioni che hanno permesso di migliorare il controllo dei movimenti delle zampe anteriori dei roditori. Ancora lontana (per il momento ?) la sperimentazione sull’uomo.
Cellule staminali hanno permesso di riparare lesioni nel midollo spinale dei ratti, ripristinando per la prima volta il funzionamento di un particolare circuito nervoso che è presente anche nel corpo umano, dove costituisce la principale via deputata al controllo dei movimenti. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, è stato ottenuto da un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’Università della California a San Diego.  Si tratta di una prima assoluta, spiegano gli autori dello studio, perché finora nessuna terapia volta a riparare le lesioni del midollo spinale era riuscita a rigenerare il cosiddetto fascio corticospinale, che nell’uomo va dalla corteccia cerebrale al midollo spinale e rappresenta il circuito nervoso più importante per il controllo dei movimenti volontari.  «La novità del nostro studio è che abbiamo usato per la prima volta cellule staminali neurali per verificare se potessero supportarne la rigenerazione e, con nostra grande sorpresa, ne sono state capaci», spiega il coordinatore della ricerca, Mark Tuszynski.  I ricercatori hanno impiantato queste cellule progenitrici a livello delle lesioni del midollo spinale dei topi: le staminali erano già «indirizzate» a specializzarsi in cellule del midollo e lo hanno fatto in maniera molto efficiente, formando delle interazioni (sinapsi) che hanno permesso di migliorare il controllo dei movimenti delle zampe anteriori dei roditori. Questi risultati hanno quindi abbattuto un vecchio pregiudizio, che voleva i neuroni corticospinali sprovvisti dei meccanismi interni necessari alla rigenerazione. Il potenziale delle cellule staminali si è dimostrato elevatissimo, spiegano i ricercatori, che però ammoniscono: «c’è ancora molto lavoro da fare prima di pensare ad una sperimentazione sull’uomo. Bisognerà verificare quali sono gli effetti a lungo termine negli animali, poi si dovranno studiare i metodi migliori per applicare questa tecnologia all’uomo e infine si dovranno identificare le cellule staminali umane più adatte per l’impiego clinico».
Da:

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“Sla, positivi i primi 18 trapianti di cellule staminali”

Malattia ancora misteriosa. Nel 90% dei casi non si conosce la causa. Ottimi risultati per la campagna fondi con la sfida dell’Ice Buket. Il 20 settembre Giornata Mondiale.
Di strada da percorrere ce n’è ancora tanta. La sclerosi laterale amiotrofica, che colpisce le cellule cerebrali responsabili del controllo dei movimenti (motoneuroni) e che porta alla progressiva paralisi della muscolatura volontaria, rappresenta una delle sfide tutte da giocare per ricercatori e medici. Della malattia, che in Italia tocca da vicino all’incirca seimila persone, resta quasi tutto da scoprire, se il 90% delle diagnosi non è accompagnato dal riconoscimento di una causa. Negli ultimi anni, però, l’attenzione nei suoi confronti è cresciuta. E i primi risultati non stanno tardando ad arrivare.  

STAMINALI, PRIMI RISCONTRI PROMETTENTI 
È di ieri la notizia che la sperimentazione (fase I) mirata a valutare l’efficacia del trapianto di cellule staminali cerebrali umane prelevate da feti abortiti spontaneamente s’è conclusa positivamente. I primi studi miravano a valutare la sicurezza del trapianto: nessun problema è stato riscontrato e in tre pazienti si è avuto anche un beneficio neurologico. Nel 2016 partirà la fase 2 su settanta pazienti, ma all’Ansa - in attesa della presentazione ufficiale dei risultati, prevista per il 29 settembre - Angelo Vescovi, professore di biologia cellulare all’università Bicocca di Milano e direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Casa Sollievo della Sofferenza di San Pio di San Giovanni Rotondo, ha fatto sapere che «si tratta di risultati eccellenti, anche se è ancora presto per parlare di una “cura” contro la Sla, per cui serviranno ulteriori conferme».

GENETICA, LE ULTIME SCOPERTE 
La ricerca si sta concentrando sulla comprensione dei meccanismi alla base della malattia. Quanto alla sua componente genetica, il profilo non è ancora completo. La malattia emerge quasi sempre in maniera sporadica, ma esiste una quota (5-7%) di casi di malattia che sembra manifestarsi con chiara familiarità: da qui la definizione di sclerosi laterale amiotrofica familiare, tale nei casi in cui almeno due consanguinei ne risultano affetti e causata dalla mutazione del gene che codifica per l’enzima superossido dismutasi. Altro gene probabilmente interessato è il TBK1, anche se «l’esatto ruolo biologico della proteina da esso codificata non è pienamente compreso - spiega Vincenzo Silani, direttore dell’unità operativa di neurologia, stroke unit e laboratorio neuroscienze all’istituto Auxologico di Milano -. Potrebbe essere coinvolta nei processi di autofagia con cui i motoneuroni eliminano i componenti cellulari danneggiati.  Questo meccanismo determina un accumulo di proteine anomale nelle cellule, portandole alla morte». Nulla però che permetta di sdoganare l’impiego dei testi genetici, se non di fronte a casi di palese familiarità. Le implicazioni etiche e l’elevato numero di variabili irrisolte pongono un freno alla pratica, che rischierebbe di fornire risultati poco attendibili. 
Da:

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“Le staminali restituiscono la vista: via libera Ue al primo farmaco”

La tecnica è tutta made in Italy, ci sono voluti 30 anni di ricerche. Ora si pensa di poterla usare per curare anche altre malattie.

Grazie al nuovo farmaco con le staminali gli scienziati riescono a rigenerare il tessuto oculare lesionato.

Una storia iniziata negli Anni 80. Sono queste le tempistiche della vera scienza, quella fatta secondo le regole. Oggi, dopo anni di sperimentazioni, la Commissione Ue ha autorizzato il primo farmaco della storia a base di cellule staminali. Una cura capace di ricostruire le cornee danneggiate ridonando la vista ai malati. Accade a Modena, terra di eccellenze dove l’incontro tra Graziella Pellegrini, Michele De Luca dell’Università di Modena e Reggio Emilia e la lungimiranza della Chiesi Farmaceutici ha reso possibile questo successo.

Made in Italy, nata in Usa 

Tutto parte dagli Stati Uniti. Qui De Luca impara a coltivare cellule staminali epidermiche per la rigenerazione della pelle nei grandi ustionati. Tecnica che esporta in Europa incontrando la Pellegrini. I due scienziati si appassionano allo studio delle staminali della superficie oculare. «Abbiamo scoperto che le cellule che consentono la rigenerazione della cornea risiedono in una piccola area al confine tra cornea e congiuntiva chiamata limbus. Quando ustioni termiche o chimiche della superficie oculare danneggiano irreversibilmente la riserva di staminali la superficie corneale smette di rigenerarsi e la congiuntiva si opacizza rendendo impossibile la visione» spiega la Pellegrini. Partendo dall’evidenza che la cornea è in grado di rigenerarsi gli scienziati italiani hanno pensato di riparare il danno partendo proprio da queste cellule. «Basta solamente un millimetro di tessuto oculare integro per poter ricostruire in laboratorio l’intera superficie dell’epitelio che ricopre la cornea» spiega De Luca. Un lavoro di ingegneria tissutale che prende il nome di Holoclar, il primo farmaco a base di staminali. Una cura prodotta nei laboratori di Holostem Terapie Avanzate di Modena, spin off dell’università al Centro “Stefano Ferrari”. 

Come funziona:

Il primo passo è la biopsia. Ovunque si trovi il paziente le staminali prelevate, grazie ad un corriere specializzato, partono e arrivano entro 24 ore a Modena. A questo punto inizia il processo di sviluppo che richiede alcune settimane. Quando il paziente è pronto, il tessuto generato viene spedito per il trapianto. «Selezionati con cura i malati che presentano le caratteristiche per essere trattati, nel caso di lesioni superficiali il ripristino della visione avviene in circa l’80% dei casi» spiega l’esperto. Persone altrimenti destinate a rimanere senza vista. 

Gli sviluppi:

Oggi gli scienziati modenesi lavorano allo sviluppo di una cura per la sindrome dei bambini farfalla, grave malattia caratterizzata dalla formazione di ferite continue. «Prelevando e modificando con un approccio di terapia genica le staminali epidermiche siamo riusciti a trattare i primi due casi. La speranza è quella di ripetere con successo quanto ottenuto con gli occhi» conclude De Luca.
Da:

rif. Wikipedia

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