IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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LA NUOVA CONOSCENZA

sabato 30 luglio 2016

SE DIO E' MORTO...L'ANTICRISTIANESIMO DELLE ELITE


INVITO TUTTI COLORO CHE SEGUONO IL MIO BLOG A DEDICARE DIECI MINUTI DI LETTURA CONCENTRATA SUL SEGUENTE POST. CON L’AMICO EMILIO DISCUTIAMO SPESSO DI QUESTI ARGOMENTI STRETTAMENTE INERENTI LE NOSTRE “RICERCHE”, E SE SUPERFICIALMENTE PUO’ SEMBRARE QUANTOMENO “STRANO” ESSERE D’ACCORDO CON QUELLO CHE SCRIVE ANTONIO SOCCI, NON MI STANCHERO’ MAI DI RIBADIRE CHE, PORTARE AVANTI LA RICERCA SUL “CREAZIONISMO NON RELIGIOSO”,  NON ESCLUDE AFFATTO L’EVIDENZA DELL’ESISTENZA DI UN'INTELLIGENZA = DIO UNIVERSALE CHE STA AL DI SOPRA DI TUTTO.

BUONA LETTURA

SEGNALATO DAL PROF. EMILIO SPEDICATO (UNIVERSITA’ DI BERGAMO)

Da: Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci

SE DIO E’ MORTO…. ALCUNE VOCI AUTOREVOLI DENUNCIANO L’ANTICRISTIANESIMO DELLE ELITE. DA CUI DERIVA L’ATTUALE AGONIA (ANCHE ECONOMICA) DELL’EUROPA E DELL’OCCIDENTE

L’Italia, con l’Europa, si dibatte in un’impotenza e un’angoscia molto più profonde e gravi della stessa crisi economica. Certo, questa crisi da noi sembra senza via d’uscita (aumenta la povertà, la disoccupazione giovanile è devastante, il sistema bancario trema) e si aggiunge all’aggressione del terrorismo, all’esplosione politica della Ue e alla marea migratoria. Tuttavia è sempre più forte la convinzione che all’origine di tutto questo ci sia una crisi di civiltà. Che nasce da una disfatta spirituale, da una perdita di radici culturali e di identità religiosa.L’altro ieri un intellettuale laico e liberale come Ernesto Galli della Loggia lo scriveva nell’editoriale del Corriere della sera.

ELITE ANTICRISTIANE

Fra le cause di questa disfatta indicava la “delegittimazione ideologico-culturale” del Cristianesimo e “più in generale” del “nesso religione-società” (insieme ad altri fattori relativi alla decadenza dello Stato). Questa, sostiene Galli, “è stata per gran parte l’opera di élite superficialmente progressiste, di debolissima cultura storica e politica, succubi delle mode, le quali hanno così creato un vuoto culturale e sociale enorme”. Praticamente è l’identikit dello stesso Corriere della sera e di tutti i giornaloni del pensiero unico (è stato, giustamente, Massimo Bordin a far notare il paradosso di questa requisitoria contro le élite pubblicata sul giornale stesso delle élite). Infatti fuori dal Palazzo, fuori dai salotti del pensiero unico, questa giusta intuizione di Galli (un pensatore intelligente e libero) è una certezza ormai da molto tempo. Perfino fra persone che non sono abitualmente dedite allo studio dei fatti sociali, ma all’azione.

COSA SIAMO?

Mi ha colpito, ad esempio, l’intervista, uscita due giorni fa, del generale di Corpo d’Armata Marco Bertolini, un uomo consapevole della cupezza dei tempi tanto da aver dichiarato il 2 luglio scorso: “Ad altri toccheranno sfide che alla mia generazione sono state risparmiate”. Molto stimato nel suo mondo, il generale (ora in congedo) che è stato Comandante del Centro operativo interforze e ha guidato tante missioni militari italiane all’estero, nell’intervista ha dichiarato: “Ritengo che una società che voglia sopravvivere, debba preservare con tutte le forze la propria identità e le proprie tradizioni. Poi, sarà ovvia, per ogni nuovo venuto, la necessità di adeguarsi alla nostra cultura. Ma se pensiamo che la nostra identità possa esclusivamente basarsi sul ‘Made in Italy’, sulle eccellenze della nostra cucina e sui centimetri di pelle nuda che esponiamo in pubblico, stiamo freschi. Senza radici cristiane, cosa ci resta da difendere, il nostro benessere? Quanto ai diritti, faccio parte di una generazione che era stata educata al rispetto dei propri doveri, vale a dire di quanto, come individui, si doveva alla comunità. I diritti, intesi come atti che la comunità deve all’individuo, non ci salveranno. Anzi”. Parole lucide, profonde e coraggiose. Difficili da sentire in Italia. All’estero invece sì. Leggiamo sempre più spesso riflessioni analoghe.

SE DIO E’ MORTO

Per esempio Pat Buchanan, alcune settimane fa, ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: “If God is Dead…”.
Buchanan è un intellettuale e un politico conservatore ed è stato consigliere di Nixon e di Reagan. Oggi sostiene Trump. In quell’articolo – riprendendo alcune considerazioni di Dennis Prager – biasima il laicismo delle élite: “Essi non si rendono conto del  disastro a cui l’ateismo ha portato in Occidente”. Buchanan sostiene che l’America (e con essa l’Occidente) non può sopravvivere alla morte di Dio: “La religione di un popolo, la sua fede, crea la sua cultura, e la sua cultura crea la sua civiltà.  E quando una fede muore, muore la cultura, muore la civiltà  – e anche quel popolo comincia a morire. Non è questa la storia attuale dell’Occidente?”. La diagnosi di Buchanan si allarga alle cause del fenomeno, reperibili nella storia del Novecento. Sintetizzata in una celebre battuta di Chesterton: “quando gli uomini cessano di credere in Dio, non è che non credano più in nulla; credono a tutto”. In effetti – spiega Buchanan – “le elites europee, abbandonato il Cristianesimo, cominciarono a convertirsi alle ideologie, quelle che Russel Kirk chiamava ‘religioni secolari’.  Per un certo tempo, queste religioni laiche (marx-leninismo, fascismo, nazismo) hanno conquistato i cuori e le menti di milioni.  Ma sono oggi tra gli dèi che hanno fallito nel XX secolo. Così ora l’Occidente abbraccia le fedi più nuove: egualitarismo, democratismo, capitalismo, femminismo, ambientalismo, mondialismo.  Anche queste danno  significato alle vite di milioni; ma anche queste sono sostituti inadeguati della fede che partorì l’Occidente.  Infatti manca  ad esse la cosa che il cristianesimo ha dato all’uomo:  una causa per la quale vivere e per la quale morire, ed anche un codice morale ‘con cui vivere’ tutti i giorni – con la promessa che,  al termine di una vita vissuta secondo quel codice,  viene la vita eterna. L’Islam fornisce questa promessa. Il secolarismo non ha niente da offrire che eguagli una simile speranza”. Buchanan rivendica i valori di libertà e dignità dell’uomo che l’America “ha insegnato al mondo”, ma – aggiunge – quei valori “risalgono alla cristianità” e oggi “con il cristianesimo morto in Europa, e lentamente morente in America, la cultura occidentale  diventa sempre più corrotta e decadente, e la civiltà occidentale è visibilmente in declino”. Per Buchanan, fra tutti i leader, solo Vladimir Putin “che ha visto da vicino la morte del marxismo-leninismo, sembra capire l’importanza cruciale del cristianesimo per la Madre Russia”.

LA LEZIONE DI RATZINGER

Il tema delle radici religiose, necessarie all’Occidente, è di una tale evidenza che perfino sul Wall Street Journal, qualche mese fa, in un editoriale di Bret Stephens, si è potuto leggere che “la morte dell’Europa è all’orizzonte” non tanto “a causa della sua sclerotica economia o della sua stagnante demografia o delle sue disfunzioni statali”. Ma per ragioni morali. Per la “superficialità” della sua cultura che ha scordato le radici giudaico-cristiane. L’editorialista citava la mente più illuminata di oggi, cioè Joseph Ratzinger: “È encomiabile che l’Occidente cerchi di essere più aperto, più comprensivo dei valori degli estranei, ma ha perso la capacità di amarsi. Nella sua stessa storia riesce solo a vedere ciò che è disprezzabile e distruttivo; non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. Ciò di cui l’Europa ha bisogno è una nuova accettazione di se stessa, se davvero vuole sopravvivere”. Se l’Europa “non sarà fedele al suo patrimonio essenziale”, alle sue radici spirituali, “non potrà più esistere come Europa”, la quale è sempre stata caratterizzata “dal matrimonio tra ragione e rivelazione”. Così “la tradizione politica liberale europea non potrà sopravvivere all’afflusso massiccio degli immigrati musulmani”. Le considerazioni qui esposte non sono confessionali. Ma derivano da consapevolezza culturale e storica.

UN SAGGIO

Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito dal 1991 al 2013, un mese fa, ricevendo il Premio Templeton, ha tenuto un discorso che ha fatto clamore, dove esprimeva preoccupazioni simili: “Il futuro dell’occidente, l’unica forma che ha aperto la strada alla libertà negli ultimi quattro secoli, è a rischio. La civiltà occidentale è sull’orlo di un crollo”. Il sintomo di questa crisi, per il Rabbino, è il crollo demografico che “ha portato a livelli senza precedenti di immigrazione”. Ma – ricordato che l’immigrazione di massa non può essere la risposta – ha spiegato che la crisi demografica deriva dalla crisi spirituale: “Senza memoria, non vi è identità. E senza identità, siamo solo polvere sulla superficie dell’infinito”. Così anche l’integrazione degli immigrati diventa impossibile “perché quando una cultura perde la memoria perde l’identità e quando una cultura perde l’identità non c’è niente in cui far integrare le persone”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 28 luglio 2016
http://www.antoniosocci.com/


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giovedì 28 luglio 2016

SESTO SENSO E ...BIOLOGIA


SEGNALATO DA CRISTIAN VITALI (http://ufoealtrimisteri.blogspot.it/)

Lo scienziato Joe Kirschvink: "Ho la prova dell'esistenza del sesto senso"

Secondo Joe Kirschvink, scienziato e ricercatore presso il California Institute of Technology, un nuovo tipo di esperimento avrebbe finalmente consentito di trovare prove a carico del fatto che anche gli esseri umani possiedono il sesto senso. Come riporta il sito Sciencemag, il sesto senso di cui parla Kirschvink non è un'abilità paranormale ma biologica, e diffusa nel regno animale, ad esempio tra gli uccelli, gli insetti e altri mammiferi che la utilizzano durante le fasi migratorie o per costruire i propri nidi. Una sorta di sesto senso magnetico, di cui non esisteva prova scientifica.  

Una magnetoricezione anche per gli esseri umani?

Nel caso di animali e insetti questa è una facoltà ormai assodata, anche se non è chiaro come funzioni la cosiddetta magnetoricezione. Secondo una scuola di pensiero il campo magnetico terrestre innescherebbe delle reazioni a livello atomico in proteine chiamate criptocromi. Altri invece suggeriscono la presenza nel corpo di cellule che contengono piccoli "compassi" formati da molecole di magnetite, un minerale noto in natura. In nessuno dei due casi è stata però fino ad ora travata evidenza scientifica. Kirschvink propende più per la seconda ipotesi, ma il suo obiettivo di ricerca era soprattutto di provare l'esistenza di questa capacità negli esseri umani, visto che in passato gli esperimenti non sono mai risultati replicabili a causa di interferenze magnetiche.  


Il ruolo della gabbia di Faraday,

Nel nuovo esperimento, che si è svolto sottoterra, due piani sotto l'edificio del California Institute of Technology, Kirschvink ha dunque costruito una gabbia di Faraday, una sorta di piccola stanza in alluminio che elimina tutte le interferenze magnetiche secondarie. All'interno della gabbia è stato quindi posto un soggetto collegato a una macchina per EEG (elettro-encefalo-gramma). Lo scopo infatti era di rilevare la presenza di reazioni alla rotazione dei campi magnetici. Applicando un campo magnetico e facendolo ruotare sono stati rilevati crolli nelle onde alfa. "La soppressione di onde alfa, in ambito EEG, è associato all'elaborazione da parte del cervello: alcuni neuroni reagivano in risposta al campo magnetico, l'unica variabile dell'esperimento", ha spiegato Kirschvink. Inoltre la risposta neurale arrivava con un ritardo di alcune centinaia di millisecondi, che secondo lo scienziato suggerirebbe una risposta attiva del cervello. "Un campo magnetico può indurre correnti elettriche nel cervello che potrebbero mimare un segnale EEG, ma questa reazione sarebbe immediata", ha spiegato.


 Risposte di questo tipo sono state rilevate ruotando il campo magnetico in senso antiorario oppure verso il basso, mentre una rotazione in senso orario o una torsione verso l'alto non hanno prodotto alcuna reazione, un comportamento che potrebbe dipendere dalla polarità della nostra bussola magnetica interna, stando a quanto affermato da Kirschvink. C'è comunque ancora molto da lavorare: queste sono solo alcune spiegazioni basate su risultati preliminari raccolti su 24 soggetti, ma lo staff di ricercatori dovrà effettuare molti altri esperimenti ed elaborare i dati in un vero articolo scientifico, inoltre Kirschvink sta collaborando con altri laboratori in Giappone e Nuova Zelanda proprio per verificare la replicabilità di questi risultati, ma potremmo essere sulla strada buona per provare finalmente l'esistenza di quello che secondo lo scienziato potrebbe addirittura essere stato il nostro primo senso.

Fonti: Repubblica - Sciencemag


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lunedì 25 luglio 2016

LA TRASMISSIBILITA' DEL CANCRO: UN PROBLEMA SOTTOVALUTATO?


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Scoperto (nei bivalvi) un altro tumore trasmissibile

La trasmissione naturale di un cancro da un individuo all'altro è considerata un fenomeno rarissimo che interessa pochissime specie, fra cui il diavolo della Tasmania. Ma la scoperta che nei molluschi acquatici bivalvi, come vongole e cozze, è relativamente frequente e può addirittura passare da una specie all'altra, suggerisce che il fenomeno è stato sottovalutato.

Vari tipi di cancro direttamente trasmissibili da individuo a individuo – anche se appartenenti a specie o addirittura generi differenti - sono stati identificati da un gruppo di ricercatori della Columbia University e delle Università della British Columbia a Vancouver e di Alcalá, in Spagna, che ne riferiscono in un articolo pubblicato su "Nature". Anche se questi nuovi tumori interessano solo alcuni molluschi acquatici – i bivalvi (vongole, cozze ecc.) - la scoperta è di grande interesse perché dimostra che la possibilità di trasmissione naturale diretta dei tumori è stata sottovalutata e che le cellule tumorali hanno una notevole capacità di adattarsi, sopravvivere e propagarsi. Finora erano note solo quattro forme di tumore trasmissibile in modo naturale: due riguardano il diavolo della Tasmania, una il cane e una le vongole. Negli altri casi in cui si è osservata  la trasmissione di tumori in natura, era sempre mediata da un virus. Stephen P. Goff e colleghi hanno però dimostrato che in quei tumori dei bivalvi non è implicato alcun virus: l'analisi e il confronto del DNA delle cellule tumorali e degli esemplari colpiti ha mostrato che in molti casi le cellule maligne non hanno alcuna somiglianza genetica con i loro ospiti, ma sono molto simili a quelle di altri esemplari della stessa specie. In alcuni casi, è addirittura risultato che le cellule tumorali erano cloni di una cellula tumorale appartenente a un esemplare di una specie differente. Dato questi invertebrati filtratori sono immobili, è verosimile che le cellule tumorali possano galleggiare nell'ambiente marino e introdursi nei loro ospiti attraverso il tratto digerente o quello respiratorio.

Più enigmatico è il modo in cui le cellule tumorali abbandonano gli ospiti malati: potrebbe trattarsi di un processo passivo, legato a un trauma o a un atto di predazione, ma non si può escludere che le cellule tumorali migrino attivamente fuori dal corpo dell'ospite in un modo analogo a quello in cui si disseminano le metastasi. La potenziale capacità delle cellule tumorali di trasformarsi  in agenti infettivi a vita libera solleva la questione delle implicazioni per la trasmissione del cancro negli esseri umani.

Anche se sono noti casi di trasmissione da persona a persona – e sopravvivenza nel nuovo ospite - di cellule tumorali in seguito a trapianto di organi, gravidanza, trattamenti sperimentali e incidenti chirurgici, si tratta di eventi molto rari e la propagazione del tumore non è mai andata al di là delle due persone direttamente interessate. Tuttavia, di recente è stato osservato che le cellule neoplastiche di un tipico tumore della tenia possono diffondersi e proliferare in un essere umano gravemente immunocompromesso, una scoperta che suggerisce che la trasmissibilità dei tumori riscontrata da Goff e colleghi nei bivalvi sia la spia di un problema di portata più ampia.

Da:

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giovedì 21 luglio 2016

LEMURI ED EVOLUZIONE...UMANA (?)



"Sono i lemuri l'anello mancante nell'evoluzione del comportamento umano"

E' questa la tesi dei ricercatori dell'Università di Pisa, che fanno il punto su 20 anni di ricerche in un volume pubblicato dall'Università di Cambridge.

Sono l'anello mancante (o semplicemente dimenticato) per capire l'evoluzione del comportamento umano. Si tratta dei lemuri, primati che condividono con noi un lontano antenato comune e che per la loro peculiarità rappresentano il modello ideale per far luce su comportamenti finora ritenuti esclusivi delle scimmie, delle grandi antropomorfe (e nostri). È questa la tesi centrale del volume "The Missing Lemur Link" appena pubblicato dalla Cambridge University Press. Gli autori, Elisabetta Palagi e Ivan Norscia, ricercatori del Museo di Storia Naturale dell'Università di Pisa, fanno il punto su venti anni di ricerche che hanno in buona parte condotto in prima persona, sia su esemplari in natura che in cattività.  Se infatti i lemuri sono stati studiati estesamente dal punto di vista biologico ed ecologico, altrettanto non si può dire per l'etologia e il comportamento sociale, che in alcuni casi si dimostra "inaspettatamente" sofisticato e complesso. Questi primati ad esempio sono capaci di riconoscimento individuale utilizzando anche il canale olfattivo, sanno gestire i conflitti attraverso meccanismi di riconciliazione e si scambiano servizi (come lo spulciamento) seguendo la regola di mercato della domanda e dell'offerta. "Riscontrare l'esistenza di questi comportamenti nei lemuri - spiegano Elisabetta Palagi e Ivan Norscia - ci permette non solo di affermare che la loro capacità cognitiva e il loro grado di socialità siano molto più complesse di quanto si credesse finora, ma anche di unire i puntini che ci legano ad essi, mettendoli in continuità con gli altri primati".


Il libro "The Missing Lemur Link" è composto da nove capitoli, ciascuno dei quali affronta una tematica etologica diversa, secondo un approccio comparativo, mettendo a confronto il comportamento dei lemuri con quello delle scimmie e delle grandi antropomorfe, uomo incluso. Ogni capitolo contiene inoltre dei box informativi a firma di esperti internazionali che espandono i concetti trattati.
Da:


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martedì 19 luglio 2016

IL "Kg" KILOGRAMMO E ...LA COSTANTE DI PLANCK


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Il “kilogrammo” verso la pensione dopo 129 anni. Pronta una nuova definizione.

Il NIST-4, la speciale bilancia statunitense che ha misurato la costante di Planck con una precisione di 34 parti per miliardo. L'anno prossimo potrebbe fare ancora meglio. Gli scienziati hanno compiuto un passo fondamentale verso una nuova e migliore definizione del chilogrammo, grazie alla misura di una grandezza fisica fondamentale, la costante di Planck. Per capire l'importanza di questa rivoluzione e delle sue conseguenze è necessario fare un passo indietro e spiegare almeno per sommi capi che cosa sono le definizioni delle unità di misura e come vengono calcolate. La Conférence générale des poids et mesures (CGPM) è l'ente intergovernativo che si occupa di definire rigorosamente le unità del Sistema Internazionale di Unità di Misura (SI). Tutte le unità delle grandezze fondamentali del SI sono definite in termini di ripetibili e misurabili fenomeni fisici, tranne una. Mentre il metro è definito come lo spazio percorso dalla luce del vuoto, il secondo è messo in relazione alla durata della radiazione di un ben preciso atomo, e così via, il chilogrammo, l'unità fondamentale di misura della massa nel SI, è definito come "la massa del prototipo internazionale del chilogrammo", conservato nell'Ufficio internazionale dei pesi e delle misure (BIPM) a Sèvres, in Francia. Il problema del definire una grandezza fisica in relazione a un manufatto - invece che rispetto a un fenomeno fisico - è che esso è soggetto all'usura del tempo e alle contaminazioni. Infatti, nonostante le importanti precauzioni prese, il prototipo internazionale di chilogrammo non ha una massa stabile.  Gli scienziati hanno paura a usare questo campione per timore di contaminarlo ulteriormente, quindi utilizzano uno dei prototipi nazionali presenti nei laboratori di metrologia di diversi Paesi. A complicare ulteriormente le cose si aggiunge il fatto che delle sette unità fondamentali di misura del SI, solo il kelvin (unità di misura della temperatura), il secondo e il chilogrammo hanno definizioni indipendenti, tutte le altre unità di misura fondamentali sono legate alle definizione delle unità indipendenti.  Questo comporta che - nonostante le variazioni riscontrante nel prototipo internazionale siano tipicamente dell'ordine di un miliardesimo della sua massa - una piccola variazione del campione di chilogrammo si propaga a cascata nelle definizioni di altre unità di misura. Per questi motivi la CGPM ha proposto diverse nuove possibili definizioni del chilogrammo basate su costanti fisiche, invece di un manufatto. Tuttavia, per poter adottare una nuova definizione, la CGPM richiede anche che siano disponibili per quella costante almeno due misurazioni del tutto indipendenti e che abbiano un elevatissimo grado di accordo fra di loro. Uno dei più promettenti candidati per rimpiazzare il prototipo internazionale del chilogrammo è la misura della costante di Planck, indicata dai fisici con h, che mette in relazione la frequenza di un fotone – la particella di cui è costituita la luce – con la sua energia e che svolge un ruolo fondamentale in tutta la teoria della meccanica quantistica. La miglior misura della costante di Planck attualmente disponibile è stata ottenuta dal National Research Council del Canada, con un'incertezza di 19 parti per miliardo.


  Inoltre, lo statunitense National Institute of Standards and Technology (NIST) ha da poco realizzato una misura della costante di Planck compatibile con quella canadese, con una incertezza di 34 parti per miliardo, e si propone di fare ancora meglio. Infatti, il NIST dovrebbe riuscire entro l'anno prossimo a calcolare nuovamente e con maggiore precisione la costante di Planck, facendo scendere l'incertezza sotto la soglia di 20 parti per miliardo richiesta dal CGPM.  Se l'istituto statunitense dovesse centrare questo obiettivo, già nel 2018 i tempi potrebbero essere maturi per avere una nuova definizione di chilogrammo e mandare in pensione il prototipo internazionale dopo 129 anni di onorata carriera.

Da:  

http://www.repubblica.it/scienze/2016/07/03/news/il_chilogrammo_andra_in_pensione_dopo_129_anni_arriva_una_nuova_definizione-143343893/?ref=fbpr


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venerdì 15 luglio 2016

CLONAZIONE E...FORSE CI SIAMO GIA' PASSATI ?


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Venti anni dopo la pecora Dolly, che fine ha fatto la clonazione?

Il 5 luglio 1996 nasceva la pecora Dolly, il primo mammifero concepito con una tecnica di clonazione a partire da cellule di ghiandola mammaria di un esemplare adulto. Vent'anni dopo, le applicazioni della tecnica sono ben lontane dalle previsioni di allora, e limitate agli animali di allevamento, mentre la clonazione di un essere umano è stata scongiurata più per motivi etici che per motivi tecnici. Dolly tuttavia dimostrò che anche le cellule di mammifero possono essere riprogrammate, aprendo la strada a importanti progressi nel campo della ricerca sulle cellule staminali. Era una bellissima giornata di 20 anni fa quando Ian Wilmut e Alan Trounson, scienziati, colleghi e vecchi amici, partirono per un'escursione sulle colline intorno a Edimburgo, in Scozia. Di fronte al panorama della città, Wilmut confidò di avere un segreto da rivelare. Nell'ambito di uno studio più ampio, lui e alcuni collaboratori erano riusciti a far nascere un agnello in laboratorio. Non da una cellula uovo e da uno spermatozoo, bensì dal DNA estratto dalla ghiandola mammaria di una pecora adulta: avevano clonato un mammifero. “Diamine, ero sbalordito”, racconta Trounson, che, oggi come allora, lavora sulle cellule staminali presso la Monash University di Melbourne, in Australia. Era una giornata calda, ma Trounson sentì ugualmente un brivido lungo la schiena quando si rese conto delle implicazioni del risultato. “Da allora tutto cambiò”. La clonazione di un mammifero sfidava il dogma scientifico imperante a quel tempo. Il successo portò a previsioni fosche e fantastiche: anche gli umani sarebbero stati clonati. Le malattie sarebbero state sconfitte. I bambini persi durante la gravidanza sarebbero rinati. Oggi, due decenni dopo la nascita di Dolly, avvenuta il 5 luglio del 1996, l'impatto della clonazione sulla scienza di base ha superato le aspettative, mentre la realtà di ciò che tecnicamente si chiama trasferimento nucleare, la forma di clonazione utilizzata per Dolly, è in gran parte scomparsa dalla scena pubblica.

Venti anni dopo la pecora Dolly, che fine ha fatto la clonazione?La pecora Dolly imbalsamata, esposta al National Museum of Scotland (Wikimdia Commons)

Nel 2016, la clonazione di una persona rimane irrealizzabile, priva di qualunque beneficio scientifico e gravata da un livello di rischio inaccettabile, dicono molti scienziati. Nessuno, a quanto pare, sta pensando di cimentarsi in questa impresa (? NDR). E la clonazione di animali rimane limitata, anche se probabilmente è in aumento. Alcune tecniche di clonazione agricola sono utilizzate negli Stati Uniti e in Cina per sfruttare i geni di alcuni esemplari straordinari, dicono gli scienziati, mentre il Parlamento europeo ha votato l'anno scorso il divieto di utilizzare la clonazione negli animali destinati all'alimentazione umana. Uno scienziato in Corea del Sud fa pagare 100.000 dollari per clonare un animale domestico, anche se non è chiaro quale sia il livello della domanda di questo servizio. Il maggiore impatto della clonazione, dicono diversi ricercatori, è visibile nei progressi ottenuti nel campo delle cellule staminali. Il biologo cellulare ed esperto di staminali Shinya Yamanaka ha spiegato che la clonazione di Dolly lo spinse a iniziare a sviluppare le cellule staminali derivate da cellule adulte, un risultato che gli valse il premio Nobel nel 2012. "La pecora Dolly mi fece capire che la riprogrammazione nucleare era possibile anche in cellule di mammiferi e m'incoraggiò a iniziare il mio progetto, ha scritto Yamanaka, che si divide tra l'Università della California a San Francisco, e il Center for iPS Cell Research and Application (CIRA) dell'Università di Kyoto, in Giappone, di cui è direttore. Yamanaka usò cellule adulte di topo, anche se la tecnica è ora adatta anche alle cellule umane, per produrre staminali in grado di dare vita a una vasta gamma di altre cellule, essenzialmente riportando indietro i loro “orologi cellulari” fino all'infanzia in  modo che potessero maturare in diversi tipi di cellule adulte.

Poiché sono create artificialmente e possono avere diversi destini, esse sono chiamate cellule staminali pluripotenti indotte o cellule iPS. Queste cellule iPS, sempre più facilmente disponibili, hanno ridotto la necessità di cellule staminali embrionali, il cui utilizzo ha sollevato molte questioni etiche, e attualmente costituiscono la base per la maggior parte della ricerca sulle staminali. La nascita di Dolly è stata foriera di grandi cambiamenti, perché ha dimostrato che il nucleo della cellula adulta ha tutto il DNA necessario per dare luogo a un altro animale, dice il biologo cellulare Robin Lovell-Badge, a capo della divisione di Biologia delle cellule staminali e di Genetica dello sviluppo presso il Francis Crick Institute di Londra. In precedenza, alcuni ricercatori avevano ottenuto rane adulte da cellule di rana embrionali o cellule di rana embrionali da rane adulte, arrivando a una fase di stallo. "Quello di Dolly è stato il primo caso in cui si è presa una cellula adulta per ottenere un individuo adulto", sottolinea Lovell-Badge. "Questo significava poter riprogrammare un nucleo di cellula adulta per tornare a uno stadio embrionale."

Venti anni dopo la pecora Dolly, che fine ha fatto la clonazione?Campioni di cellule iPS in laboratorio: lo sviluppo delle tecniche per ottenerle è uno degli effetti della clonazione della pecora Dolly (Credit: Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation, CSIRO)

Dolly morì il 14 febbraio del 2003, all'età di sei anni, per un'infezione polmonare comune tra gli animali che non hanno accesso all'aria aperta. Probabilmente la malattia non aveva niente a che fare con il fatto di essere un animale clonato, dice Wilmut, ora professore emerito presso il Roslin Institute dell'Università di Edimburgo.
La pecora, ottenuta da cellule della mammella, deve il nome alla famosa Dolly Parton, cantante americana nota per il suo prosperoso seno oltre che per la sua voce. "Non era nostra intenzione essere irrispettosi verso la signora in questione o le donne in generale", ha dichiarato Wilmut recentemente commentando il nome, che fu suggerito da un allevatore. Piuttosto, ha contribuito a umanizzare un progetto di ricerca che altrimenti sarebbe potuto sembrare distaccato dalla vita di tutti i giorni. “La scienza e la sua presentazione a volte possono sembrare terribilmente serie", ha detto. "Penso che sia stato un bene per noi: ci ha fatto apparire umani".
Wilmut ammette che la nascita di Dolly è stata un caso fortunato. Lui e i suoi colleghi stavano cercando di produrre cloni di cellule fetali e usavano quelle adulte come controlli sperimentali, senza aspettarsi la generazione di un embrione. "Non avevamo deciso di clonare cellule adulte, ma solo di lavorare idealmente con cellule staminali embrionali o cose del genere”, dice Wilmut. “Avere successo con le cellule adulte è stato un bonus inatteso e di grande valore. “L'obiettivo iniziale della ricerca di utilizzare il sistema di produzione di latte di un animale come una sorta di fabbrica per ottenere proteine utili al trattamento di malattie umane. Ma l'interesse per questa idea è diminuito con la produzione sempre più massiccia di sostanze chimiche di sintesi a basso costo.
Wilmut ritiene che clonare un essere umano sarebbe possibile, ma fortemente sconsigliato. La tecnica di clonazione utilizzata per Dolly ha dimostrato di non funzionare sui primati. Egli ritiene che potrebbe essere possibile utilizzando altre tecniche, ma si oppone con veemenza all'idea di clonare una persona. “Il solo fatto che ora la tecnica consenta di produrre una progenie non implica che dovremmo farlo”, dice. “È probabile che si otterrebbero aborti e malformazioni nei neonati".
Per esempio, uno degli agnelli clonato nel suo laboratorio subito dopo Dolly ha sviluppato problemi ai polmoni che si manifestavano con iperventilazione e continui svenimenti. “Già vederlo in un animale è stato piuttosto sconfortante", continua. “Non vorrei mai essere nei panni di una persona che si trova a guardare negli occhi un bambino per scusarsi”. Con i recenti progressi nella tecnologia di editing genetico, la necessità della clonazione per correggere gli errori genetici si ridurrà ancora di più", osserva Wilmut. "Ci sono ancora meno motivi per farlo rispetto a prima”.
Trounson ritiene che per gli embrioni di bestiame clonati vi sia un mercato enorme. “Può essere sorprendente, ma sono in molti a usarli, cercando di non farsi notare troppo”, spiega. “I vantaggi sono per l'eccellenza della produzione, e aumentare i parametri di produzione è una cosa molto positiva", aggiunge Trounson, che recentemente si è dimesso, dopo sei anni, dall'incarico di presidente del California Institute for Regenerative Medicine, un ente statale che fornisce prestiti e sovvenzioni per la ricerca sulle cellule staminali. "Questo è probabilmente il fattore decisivo che spinto molte aziende a restare negli Stati Uniti".
Nel 2008, il governo degli Stati Uniti ha stabilito che non vi fossero differenze distinguibili tra vacche, capre e maiali clonati e non clonati, e ha perciò consentito la produzione di questi animali, soprattutto per la produzione di mangimi piuttosto che di carne. In Cina una società chiamata Boyalife Group ha in programma di ottenere almeno 100.0000 bovini da carne clonati, che rappresentano solo una parte del totale di animali macellati ogni anno nel paese, come spiega un portavoce dell'azienda. "Potrebbe essere questo il momento migliore per far progressi nell'applicazione di questa tecnica da un punto di vista sia tecnologico sia commerciale".


Venti anni dopo la pecora Dolly, che fine ha fatto la clonazione?Rappresentazione artistica di un mammut: tra le tante applicazioni immaginate per la clonazione, vi è anche quella di riportare in vita specie estinte o in via di estinzione (Wikimedia commons)

In teoria, la clonazione potrebbe anche essere utilizzata per salvaguardare le specie in pericolo. Si è parlato di usarla per riportare in vita i mammut, i panda giganti e perfino l'Uomo di Neanderthal, ma si tratta di idee che Lovell-Badge liquida come "abbastanza stupide". Trounson sostiene di avere ancora una scorta di campioni di pelle di vombati, in pericolo critico di estinzione, conservati nell'azoto liquido, nel caso in cui qualcuno volesse mai tentare di ripristinare le popolazioni di questa specie. I cloni, tuttavia, sono creati prendendo una cellula adulta e fondendola con una cellula uovo ricevente. Produrre un clone richiede un nucleo intatto, che non sarebbe disponibile per la maggio parte delle specie estinte.
Diversi ricercatori stanno ora utilizzando tecniche di clonazione per produrre cellule staminali embrionali, evitando così la necessità di raccogliere nuovi embrioni. Il cosiddetto trasferimento nucleare da cellula somatica può aiutare i ricercatori a capire meglio le fasi precoci dell'embriogenesi umana e la biologia delle cellule staminali, secondo Paul Knoepfler, biologo dell'Università della California a Davis, che non era coinvolto direttamente nel lavoro. Knoepfler ha scritto via e-mail che non "vede alcun beneficio terapeutico imminente, ma le cose in futuro potrebbero cambiare".
L'idea di clonare un caro defunto, sia esso umano o animale, è invece caduta in disgrazia, in parte perché è difficile disconoscere l'influenza dell'ambiente sul comportamento. La componente genetica potrebbe essere la stessa, ma un clone sarebbe ancora lo stesso individuo che abbiamo amato? “Non sarà mai possibile riavere indietro il vostro Fufi, o qualunque altra cosa”, sottolinea Lovell-Badge, aggiungendo che l'idea di clonare un animale domestico “è stupida”. “L'unico caso a cui si potrebbe vagamente pensare”, conclude, “è quello di un cane particolarmente prezioso”, per esempio dotato di un super-olfatto: in questo caso gli scienziati potrebbero essere interessati a chiarire se si tratta di una qualità innata o appresa.

Lovell-Badge è ancora più sprezzante verso l'idea di clonare una persona. “Dovremmo conoscere molte più cose sulla riprogrammazione ed essere in grado di eseguirla con un'efficacia del 100 per cento”, spiega. “E non ho mai trovato una ragione sufficiente per clonare un essere umano."

Da:
http://www.lescienze.it/news/2016/07/07/news/clonazione_20_anni_dopo_pecora_dolly-3152306/


COMMENTO:

Ringrazio il sempre puntuale Dr. Cotellessa di ENEA, che ci stimola a riflettere su argomenti sempre attuali e molte volte "scomodi" alla nostra coscienza.
Non voglio aggiungere altro a questo interessante e circostanziato articolo sulla "clonazione", se non suggerire (per chi vuole) l'approfondimento con lo studio che ho da poco pubblicato insieme con il Dr. Giorgio Pattera e che ...riguarda proprio da vicino la "clonazione".

MLR 

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