IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 26 giugno 2017

ETTORE MAJORANA E ...LA CIA


 La CIA raccoglieva studi
di Ettore Majorana
fin dagli anni Cinquanta

                              I documenti ritrovati tra quelli declassificati nel Gennaio 2017
                                                                  di Rino Di Stefano
(RinoDiStefano.com, Giovedì 1 Giugno 2017)
"La CIA sin dagli anni Cinquanta aveva cominciato a seguire gli studi di Ettore Majorana, acquisendo suoi dossier scientifici risalenti ai primi anni Trenta. La notizia, che fino ad ora era stata ignorata dai maggiori studiosi dello scienziato scomparso, scaturisce dalla massa di documenti declassificati il 3 Gennaio 2017 dalla CIA Library, l’esclusiva biblioteca disponibile soltanto per i dipendenti della CIA, in seguito alla Freedom of Information Act, la legge degli Stati Uniti che di tanto in tanto rende pubblici documenti riservati vietati al pubblico. Il primo dossier di Ettore Majorana classificato dalla CIA risale al 1932 e si intitola “Atomi orientati in un campo magnetico variabile”, uno studio pubblicato sulla rivista italiana Nuovo Cimento, Volume IX, tra pag. 43 e pag. 50. Questo documento, indicato con la sigla AEC 1074 e qualificato Scientifico-Fisico, è del Dicembre 1951, ed è stato rilasciato lunedì 30 giugno 2003, con la matricola CIA-RDP91-00929R000100170014-8. Sia questo documento che gli altri, sono stati poi resi pubblici nel gennaio scorso.
 Tenendo presente che lo scienziato siciliano è scomparso nel nulla  il 27 marzo del 1938, a 31 anni, vuol dire che questo studio è stato uno dei suoi primi lavori giovanili, in quanto nel 1932 Majorana aveva 26 anni. Nonostante la giovane età, evidentemente la CIA ha ritenuto che anche questo documento fosse importante…"
CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO QUI:
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mercoledì 21 giugno 2017

LA RICERCA SETI E IL "MISTERIOSO" SEGNALE "WOW"





Altro che comete, si riapre il mistero sul segnale Wow!

Si riapre il dibattito sul segnale Wow! captato nel 1977 dall'astronomo Jerry Ehman. Si trattò di una potente esplosione di onde radio della durata di 72 secondi che passò alla storia con questo nome perché sulla stampata Ehman cerchiò il codice identificativo 6EQUJ5 - che descrive la variazione di intensità del segnale - e accanto annotò "Wow!".

 
 
                                                                Segnale Wow!

La provenienza sembrava lo spazio interstellare e per questo i partecipanti del programma SETI e numerosi utenti attivi nell'ambito della ricerca di intelligenze extraterrestri lo videro per anni come un segno dell'esistenza di ET. Le congetture si sono raffreddate a luglio 2016, quando l'astrofisico Antonio Paris del St Petersburg College (Florida) ha ripreso in mano i dati e ha concluso che il suddetto segnale non proveniva dagli alieni, ma da due comete (266P/Christensen e 335P/Gibbs) che furono scoperte rispettivamente nel 2006 e nel 2008, quindi erano sconosciute all'epoca del lavoro di Ehman. Tutto sembrava chiarito, invece molti astronomi - fra cui lo stesso Ehman - sono convinti che l'ipotesi di Paris sia errata, nonostante l'origine cometaria del segnale sia stata accettata nel 2017 dalla rivista dell'Accademia nazionale delle scienze di Washington. Ehman in particolare ha analizzato lo studio di Paris insieme a Robert Dixon, direttore del radio osservatorio presso la Ohio State University (Big Ear è stato smantellato nel 1997) e ha rilevato due incongruenze. Prima di tutto il segnale Wow! non fu ripetuto, e durò per un tempo troppo breve. Ehman fa notare che il radiotelescopio Big Ear aveva un doppio sistema di "ascolto", che forniva due campi di vista leggermente differenti. Se fosse stata una cometa "si sarebbe dovuta rilevare una fonte duplice nell'arco di circa 3 minuti: una della durata di 72 secondi (dovuta alla larghezza della finestra osservativa di Big Ear e alla velocità di rotazione terrestre) e una della stessa durata, circa un minuto e mezzo dopo" ha spiegato Ehman, che però aggiunge: "non abbiamo rilevato il secondo." A suo avviso inoltre una cometa non produrrebbe questo tipo di segnale, sia perché i gas che circondano il nucleo coprono ampie aree diffuse, sia perché una cometa non potrebbe essere uscita così velocemente dal campo del radiotelescopio.

                                                                       Big Ear

La spiegazione aliena comunque non convince del tutto Ehman, perché ci sono molti fenomeni che generano segnali radio improvvisi, fra cui gli FRB (fast radio burst), lampi radio veloci di origine misteriosa che generano segnali irregolari della durata di millisecondi. Ehman ammette di non saper ancora oggi spiegare il segnale che ha rilevato, e non esclude che potrebbe persino essere riconducibile a un problema del radiotelescopio. L'altra questione è la frequenza di trasmissione: secondo Paris le comete possono emettere segnali nell'intervallo del segnale Wow!, ma l'astronomo del SETI Seth Shostak è scettico. Dalla sua esperienza di studioso delle emissioni da idrogeno nella gamma dei 1.420 MHz non si dice sicuro che le comete possano emettere un segnale nitido come quello Wow!. In sostanza, a distanza di 40 anni e nonostante i rilevanti progressi scientifici, la questione del segnale Wow! non è chiusa. Resta ancora il mistero sulla sua provenienza, e a quanto pare tutte le ipotesi resteranno possibili, fino a prova contraria.
da:
 per approfondimento sulla storia del segnale WOW leggi qui:

PER APPROFONDIMENTI:






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venerdì 16 giugno 2017

TRANSUMANESIMO, SINGOLARITA' TECNOLOGICHE E ...ALIENI


 
Voglio proporvi l’articolo che segue, poiché l’argomento è direttamente correlato all’intervento che ho tenuto quest’anno al “18° Simposio Mondiale sull’esplorazione dello spazio e la vita nel cosmo”, che si è tenuto a San Marino il 13 Maggio scorso. Il mio commento lo trovate in calce alla notizia.

da:


Il Paradosso di Fermi inquieta astrofisici e astrobiologi. L’affermazione- attribuita al grande fisico italiano- suona più o meno così: se davvero l’universo infinito pullula di vita, dove sono tutti gli altri? Perché non vediamo e non sentiamo la presenza di altre civiltà oltre la nostra? Di volta in volta, gli studiosi hanno cercato una risposta a questa domanda non certo trascurabile. E sono arrivati a diverse ipotesi.

SE ESISTONO, DOVE SONO LE ALTRE FORME DI VITA INTELLIGENTE?

Una delle ultime è stata formulata da tre ricercatori- due neuroscienziati esperti di intelligenza artificiale di Oxford, Anders Sandberg e Stuart Armstrong, e un astronomo dell’Osservatorio di Belgrado, Milan Ćirković- in un articolo già postato online su ArXiv.org, ma accettato per la pubblicazione anche sulla rivista scientifica Journal of the British Interplanetary Society. La loro è un’idea piuttosto bizzarra.

Per spiegare il silenzio che ci circonda, hanno infatti immaginato che le civiltà più evolute del cosmo si siano volutamente auto-ibernate, in attesa che l’universo raggiunga la temperatura ideale per svolgere una serie di attività e di processi che noi al momento possiamo solo sognare. Adesso- hanno spiegato sul loro blog- la radiazione cosmica di fondo rende l’universo più caldo di 3 gradi Kelvin, ma con l’espansione dell’universo questa temperatura andrà diminuendo esponenzialmente. E ci saranno le condizioni ideali per organismi non più biologici. Questa è infatti la premessa del ragionamento dei tre ricercatori: l’evoluzione porta in direzione dell’ intelligenza artificiale, dei circuiti a scapito dei neuroni. Già in parte accade qui, sulla Terra: anche noi stiamo progettando e costruendo parti del corpo artificiali- protesi, organi e così via…- da collegare al nostro cervello attraverso microchip. Eppure esistiamo come civiltà tecnologica da un tempo irrisorio. A che punto potrebbero essere arrivati altri esseri con una storia evolutiva più antica di migliaia, se non di milioni di anni? Potrebbero già aver abbandonato il corpo fatto di cellule deperibili, a favore di una struttura sintetica molto più resistente.

L’EVOLUZIONE PORTA VERSO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Sandberg, Armstrong e Ćirković ipotizzano che civiltà molto più avanzate della nostra abbiano trovato il modo di liberarsi dei corpi biologici, inefficienti e destinati a morire, trasferendo le loro menti in un corpo robotico, come noi carichiamo i dati in un computer. Ma le macchine lavorano meglio a determinate temperature: ecco perché- in presenza di un universo troppo caldo- queste creature iper evolute potrebbero aver scelto la strada del letargo forzato. “C’è un costo termodinamico per eseguire l’elaborazione delle informazioni che dipende dalla temperatura: in linea di principio, il processo diventa 10 volte più efficiente se il computer è 10 volte più freddo, misurato in gradi Kelvin” , hanno spiegato. E visto che tra qualche milione di anni il cosmo in espansione dovrebbe raffreddarsi, questi alieni post-biologici potrebbero aver deciso di mettersi in modalità “risparmio energetico” per evitare le condizioni attuali.  Se una civiltà tanto evoluta vuole massimizzare l’elaborazione dei dati, non dovrebbe farlo ora, ma attendere un futuro nel quale potrà farlo incredibilmente meglio, 10 alla trentesima volte di più!” L’idea dei tre studiosi può apparire uno scherzo, una provocazione e forse in parte lo è, visto che loro stessi hanno ammesso che la spiegazione più probabile della mancanza di segnali da parte di altre creature intelligenti nello spazio è che semplicemente non esistono. Ma hanno giustificato il loro studio così: ”Se non metti alla prova anche le ipotesi meno preferite, non fai vera scienza.” Non solo, questo modo di pensare ci può dare un’importante visione delle nostre possibilità e di quello che potrebbe essere il nostro futuro nell’universo.

ANCHE NOI CI TRASFORMEREMO IN ORGANISMI NON BIOLOGICI?

Ovviamente, non mancano altre possibili spiegazioni al Paradosso di Fermi, alcune delle quali trovano maggior consenso nella comunità scientifica. Non troviamo tracce di Alieni attorno a noi perché sono troppo lontani oppure perché nel frattempo si sono già estinti. O ancora, ci sono e ci osservano, senza farsi vedere però, perché ci reputano troppo inferiori o forse troppo pericolosi, come noi facciamo quando andiamo allo zoo per guardare- a debita distanza- le belve in cattività. Si rifà alla teoria dello “zoo cosmico” l’ipotesi di Evan Solomonides, studente di matematica e astrofisica alla Cornell University. Il suo calcolo è semplice: l’universo ha circa 13,8 miliardi di anni, il nostro sistema solare poco più di 4, ma i nostri antenati sono comparsi appena qualche milione di anni fa. Noi, come Homo Sapiens, siamo ancora più giovani: abbiamo 300 mila anni di storia. Agli occhi di civiltà sorte quando noi neppure esistevamo come specie, dobbiamo apparire ancora come scimpanzé. Creature primitive alle quali non hanno nulla da dire . Ma negli ultimi decenni, le nostre conoscenze sono aumentate in modo esponenziale e stiamo diventando sempre più tecnologici. E quindi più interessanti. Secondo Solomonides, nel giro di 1500-2000 anni, raggiungeremo un livello tale da diventare interlocutori degni per gli Alieni più evoluti e capteremo i loro segnali. Chissà, magari quando entreremo in contatto con loro, anche noi avremo già optato per corpi sintetici e cervelli artificiali…

da:


COMMENTO:

Senza dilungarmi dirò subito che personalmente non concordo affatto con l’ipotesi poc’anzi descritta, poiché in realtà l’Universo non sta andando verso la morte termica o verso il livellamento energetico:


di conseguenza ciò esclude che tutte o la maggior parte delle eventuali forme di vita intelligente (avanzata) nell’Universo, siano proiettate verso un’evoluzione cibernetica. Non si potrà escludere a priori che questo non possa succedere localmente; di fatto il concetto di “singolarità tecnologica” era già stato ampiamente discusso fin dall’inizio del secolo scorso: “Nella futurologia, una singolarità tecnologica è un punto, congetturato nello sviluppo di una civiltà, in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani. La singolarità può, più specificamente, riferirsi all'avvento di una intelligenza superiore a quella umana (anche artificiale), e ai progressi tecnologici che, a cascata, si presume seguirebbero da un tale evento, salvo che non intervenga un importante aumento artificiale delle facoltà intellettive di ciascun individuo. Se una singolarità possa mai avvenire, è materia di discussione. Tra i primi teorici possiamo citare J. von Neumann e nel 1965 lo statistico I. J. Good descrisse un concetto anche più simile al significato contemporaneo di singolarità, nel quale egli includeva l'avvento di una intelligenza superumana: « Diciamo che una macchina ultraintelligente sia definita come una macchina che può sorpassare di molto tutte le attività intellettuali di qualsiasi uomo per quanto sia abile. Dato che il progetto di queste macchine è una di queste attività intellettuali, una macchina ultraintelligente potrebbe progettare macchine sempre migliori; quindi, ci sarebbe una "esplosione di intelligenza", e l'intelligenza dell'uomo sarebbe lasciata molto indietro. Quindi, la prima macchina ultraintelligente sarà l'ultima invenzione che l'uomo avrà la necessità di fare. »

Ancora prima, nel 1954 lo scrittore di fantascienza Fredric Brown, nel brevissimo racconto “La risposta”, anticipava il concetto di singolarità tecnologica immaginando la costruzione di un "supercomputer galattico" al quale viene chiesto come prima domanda, dopo l'accensione, se esiste Dio; il supercomputer rispondeva "Ora sì".

Quindi il concetto di ricerca del DNA come “principio” influente sulla costante cosmologica, che a sua volta avrà bisogno continuo di “arricchimento” per arrivare alla comprensione del perché l’Universo non è affatto proiettato verso la morte termica, ci fa ben sperare che la componente biologica sarà sempre più importante ed oserei dire: FONDAMENTALE e PREDOMINANTE.

per maggiori chiarimenti vi invito alla lettura di questo riassunto:


MLR



PER APPROFONDIMENTI:






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lunedì 12 giugno 2017

ANTICORPI MONOCLONALI PER LA CURA AI TUMORI POLMONARI


 
Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Ringrazio il Dr. Cotellessa che come sempre è attentissimo nella segnalazione delle eccellenze in campo medico –scientifico. Già nell’Ottobre 2015 ci aveva preannunciato il percorso che l’immuno-oncologia avrebbe preso:

leggi qui il post relativo del 20 Ottobre 2015:

Oggi finalmente possiamo (ragionevolmente) ritenere che le promesse, per una cura davvero efficace, siano state mantenute.

Buona lettura.

MLR

Tumore al polmone, dopo 40 anni cambia la cura d'attacco

                        riproduzione in 3D di una cellula del tumore al polmone.

Qualcuno l'ha chiamata rivoluzione, qualcun altro tsunami: fatto sta che per la prima volta dopo 40 anni, un anticorpo monoclonale in grado di potenziare il sistema immunitario nella lotta contro il tumore del polmone entra in terapia come 'farmaco di prima linea' (e in certi casi anche di seconda linea), dove finora c'era solo la chemioterapia.     Si chiama 'pembrolizumab', approvato 18 maggio scorso dall'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e ora in attesa di essere pubblicato dalla 'Gazzetta ufficiale'. In particolare, le indicazioni dell'Aifa per utilizzare questo farmaco come primo approccio al paziente con tumore del polmone richiedono che sia un 'carcinoma polmonare metastatico non a piccole cellule in cui i tumori esprimano alti livelli del recettore PD-L1'. Quest'ultimo ha la peculiarità di inattivare i linfociti T specifici e così blocca la risposta del sistema immunitario contro il tumore. Il farmaco in questione ha dimostrato di inibire i recettori PD-L1, così che il sistema immunitario possa aggredire il tumore.     "Il melanoma ha rappresentato il modello per l'applicazione di questo approccio innovativo (l'immuno-oncologia, ndr) - spiega Carmine Pinto, Presidente dell'Associazione Nazionale Oncologia medica (Aiom) - che ora si sta estendendo con successo a diversi tipi di tumore, come quello del polmone. Ed è un'arma che si affianca a quelle tradizionali rappresentate da chirurgia, chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche. Un passo avanti verso la sconfitta o la cronicizzazione della malattia".     Lo studio che ha condotto all'approvazione della molecola in prima linea (su oltre 300 persone) ha dimostrato che a un anno il 70% dei pazienti trattati con pembrolizumab è vivo, rispetto a circa il 50% di quelli trattati con chemioterapia. Inoltre sono stai osservati un 40% di riduzione del rischio di morte e un 50% di riduzione del rischio di progressione della malattia ed è risultata triplicata la sopravvivenza libera da progressione della malattia che, a un anno, raggiunge il 48% rispetto al 15% con chemioterapia. "Pembrolizumab - precisa Filippo De Marinis, Direttore della Divisione di Oncologia toracica all'IEO di Milano - è l'unico farmaco immuno-oncologico basato sulla definizione di un biomarcatore, PD-L1, che permette di scegliere il trattamento giusto per il paziente giusto. In base al livello di espressione di PD-L1 - spiega - può essere utilizzata l'immuno-oncologia nel modo più efficace. In particolare, il 75% dei pazienti con istotipo squamoso in fase metastatica che oggi in primo livello sono trattati con chemioterapia, potranno trarre importanti benefici dall'immuno-oncologia se risponderanno a certi criteri". E' infatti stato dimostrato che pembrolizumab è più efficace della chemioterapia quando la proteina PD-L1 è espressa a livelli elevati, in misura uguale o superiore al 50% della cellule tumorali. Ma il nuovo farmaco rappresenta una importante opzione anche in seconda linea, su pazienti cioè che sono già stati trattati con chemioterapia, a condizione che il loro tumore esprima livelli di PD-L1 uguali o superiori all'1%.

Da:




PER APPROFONDIMENTI:






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mercoledì 7 giugno 2017

UNA MOLECOLA PRIMORDIALE ALL'ORIGINE DELLA VITA?



Come già ampiamente illustrato da me e dal Dr. Pattera nel nostro saggio:
IL PRINCIPIO DELL'IMMORTALITA', NEO-ESO-BIOLOGIA
altri studi riprendono ed estendono il concetto fondamentale della "panspermia".

Una molecola primordiale all'origine della vita, avrebbe generato i 'mattoni' del Dna e dell'Rna

Ci sarebbe un'unica molecola primordiale alle origini della vita sulla Terra, un progenitore comune dal quale si sarebbero formati sia i 'mattoni' del Dna che quelli dell'Rna attraverso un processo chimico del tutto simile. A ricostruirne i passaggi, approdando ad una nuova teoria unificatrice inseguita da oltre mezzo secolo, sono i ricercatori dello University College di Londra in collaborazione con i colleghi dell'Università di Harvard e del Massachusetts General Hospital, che pubblicano i risultati sulla rivista Nature Communications.  Quando la vita è comparsa sulla Terra, le sue 'istruzioni' erano probabilmente scritte in una molecola di Rna. Per produrla erano necessari due tipi di 'mattoni': i nucleotidi purinici e i nucleotidi pirimidinici. "Entrambi dovevano essere simultaneamente presenti", sottolinea Matthew Powner dello University College di Londra. Tutte le teorie proposte fino ad oggi, però, prevedevano che le due classi di nucleotidi si fossero formate separatamente, in condizioni mutualmente incompatibili. "La soluzione a questo problema - aggiunge Powner - è stata elusiva per più di 50 anni". Ora, però, potrebbe emergere grazie ad un radicale cambio di prospettiva suggerito da questo nuovo studio, che formula la 'ricetta' più semplice che sia mai stata proposta per la produzione simultanea di nucleotidi purinici e pirimidinici: la soluzione starebbe in un'unica molecola primordiale progenitrice, comparsa prima della vita, che avrebbe generato tutti i componenti dell'Rna e del Dna nelle stesse condizioni chimiche.

 
PER APPROFONDIMENTI:






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venerdì 2 giugno 2017

IL MIRAGGIO (PER ORA) DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA NELLO SPAZIO


da:
http://www.lescienze.it/news/2017/05/25/news/topi_nati_spermatozoi_conservati_spazio-3541283/?refresh_ce

Topi sani nati da spermatozoi conservati nello spazio

Embrioni di topo fecondati con spermatozoi rimasti per nove mesi sulla Stazione spaziale internazionale hanno portato a cuccioli che non hanno mostrato anomalie genetiche né malattie di rilievo rispetto alla norma. Questo risultato rappresenta una prima indicazione dell'affidabilità delle tecniche di procreazione assistita che potrebbero diventare la norma nella futura colonizzazione umana dello spazio. In un laboratorio di ricerca biologica del Giappone è nata una nuova cucciolata di topi. Non ci sarebbe ovviamente nulla di eccezionale in questo evento, se non fosse per il fatto che questi roditori sono nati da spermatozoi conservati per nove mesi nello spazio, a bordo della Stazione spaziale internazionale, e che nonostante ciò non mostrano né anomalie genetiche né malattie di rilievo. L’annuncio è stato dato in un articolo su "Proceedings of the National Academy of Sciences" da Sayaka Wakayama dell'Università di Yamanashi e colleghi.

Un'immagine della Stazione spaziale internazionale (Credit: NASA/Wikimedia Commons)

Si tratta di un risultato per nulla scontato, considerato che la dose media di radiazione sulla Stazione spaziale internazionale, dovuta ai raggi cosmici, le particelle cariche che provengono dallo spazio esterno, è 100 volte maggiore che sulla Terra e che questa radiazione potrebbe creare notevoli problemi riproduttivi agli organismi che permangono nello spazio per lungo tempo. Compresi gli esseri umani.  Wakayama e colleghi hanno usato campioni di spermatozoi di topo disidratati, congelati e conservati nello spazio per 288 giorni, tra agosto 2013 e maggio 2014. Una volta rientrati, li hanno confrontati con un campione di spermatozoi conservato sulla Terra in condizioni simili, rilevando un numero di danni a carico del DNA degli spermatozoi spaziali superiore a quelli degli spermatozoi terrestri.  In seguito, gli autori hanno fecondato in vitro alcuni embrioni con i due tipi di spermatozoi e li hanno poi impiantati in alcune femmine per la gravidanza. I tassi di natalità nei due casi sono risultati confrontabili, senza anomalie di rilievo per gli spermatozoi tornati dallo spazio.  Successive analisi genetiche hanno rivelato solo minime differenze rispetto ai piccoli nati da spermatozoi controllo, ovvero quelli conservati sulla  Terra. Infine, i piccoli generati da spermatozoi conservati nello spazio hanno a loro volta generato adulti normalmente fertili, il che indica che il danno al DNA rilevato in precedenza era stato (presumibilmente ? – ndr -MLR) riparato negli embrioni dopo la fecondazione.  Il risultato dimostra così la possibilità di applicare in modo affidabile le tecniche di fecondazione assistita nello spazio (??? – ndr - MLR); si tratta di un risultato importante considerando le prospettive a lunga scadenza della colonizzazione umana dello spazio. In questo contesto, è probabile che le tecniche di riproduzione assistita debbano diventare la regola, ed è perciò essenziale avere una conoscenza approfondita della capacità di ovociti e spermatozoi conservati di resistere alle difficili condizioni ambientali presenti al di fuori dell'atmosfera terrestre.

da:


 COMMENTO:
 Ritengo importante commentare l’ultima parte dell’articolo sopra esposto, quella sottolineata, semplicemente citando un paragrafo dello studio che ho pubblicato insieme con il Dr. Giorgio Pattera dal titolo: IL VINCOLO PLANETARIO che potrete trovare qui sotto:

GdM n. 530 Marzo- Aprile 2017 (rivista cartacea)


e per ulteriori approfondimenti qui:

cito: 

…” Gli esperimenti di genetica molecolare sui cosiddetti “organismi modello” in bassa gravità (per intenderci, quelli effettuati sulle stazioni spaziali orbitanti) ci hanno dimostrato che la morfogenesi delle strutture viventi è stata pensata, generata e calibrata da “qualcuno”, che ha predisposto nei minimi dettagli i confini specifici (i pianeti adatti), oltre i quali nessuna Vita sarebbe possibile: “Esperimenti di riproduzione animale eseguiti nello spazio possono in parte aiutarci a trarre conclusioni sugli umani. La maggior parte degli animali si riproduce per uova (noi compresi) e la struttura dell’uovo o dell’ovulo contiene una grande quantità di acqua e una simmetria rispetto ad un asse. In alcuni animali, quali ad esempio la rana Xenopus Laevis utilizzata per gli esperimenti nello spazio, l’asse polare anticipa l’asse principale del corpo dell’embrione e la direzione di arrivo della piccola cellula spermatica contribuisce ad indicare la direzione in cui si svilupperà il dorso o il ventre dell’embrione stesso. Quando queste simmetrie vengono disturbate, come appunto in microgravità, anche dopo la fertilizzazione il tuorlo può spostarsi determinando cambiamenti nella struttura dell’embrione. Sulla base degli esperimenti realizzati, embrioni di Xenopus allevati nello spazio mostrano la loro perdita di simmetria, sviluppando una spina dorsale distorta e varie altre anomalie…” (citazione da: Astrobiologia: le frontiere della vita. La ricerca della vita extraterrestre – Giuseppe Galletta e Valentina Sergi – Hoepli, 2009). “

A tutt’oggi quindi è quanto mai azzardato parlare di FECONDAZIONE ASSISTITA NELLO SPAZIO (senza un simulatore di gravità). Ritengo pertanto che lo studio sopra citato, per il momento, si debba fermare alla possibilità di fecondazione assistita ma a gravità 9,80665 m/s² (media convenzionale a livello del mare lat. 45,5), poi delle proprietà di riparazione del DNA danneggiato possiamo anche parlare…

MLR

BIBLIOGRAFIA:

“IL PRNCIPIO DELL’IMMORTALITA’, neo-eso-biologia” di Marco La Rosa & Giorgio Pattera  (CreateSpace Edition USA 2016).

“ASTROBIOLOGIA: LE FRONTIERE DELLA VITA”: La ricerca della vita extraterrestre – Giuseppe Galletta e Valentina Sergi (Hoepli, 2009).

“CRESCITA E FORMA”  di D'Arcy Wentworth Thompson, (J. T. Bonner, Bollati Boringhieri, Torino 1992).

“LA VITA NELLO SPAZIO” Scienza e Rivoluzione I Vol. (Pubblic. Enne più uno quinterna.org).





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