IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

giovedì 31 agosto 2017

LA GRAVITA', LE NOSTRE MANI E...LA MAPPATURA DELLO SPAZIO



La nostra mano è una mappa dello spazio che ci circonda

da:


“Se sappiamo come muoverci nello spazio attorno a noi è anche grazie alla nostra mano, nella quale si trova una mappa dello spazio intorno a noi, dove al pollice è associato il basso e all’indice l’alto. Lo rivela uno studio appena pubblicato sulla rivista Cognition, realizzato da ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università di Reno (Nevada, Stati Uniti). A 40 volontari, sottoposti a un breve e leggero stimolo vibro-tattile su un pollice o un indice, è stato chiesto di valutare se lo stimolo ricevuto fosse nella posizione alta o bassa dello spazio intorno a loro. Le mani erano posizionate in modo tale che una coppia di stimoli fosse più in alto dell’altra in modo che il pollice e l’indice di una mano fossero più in alto dell’altra. L’esperimento ha dimostrato che le persone sono più rapide e accurate nell’individuare lo stimolo quando questo viene dato sul pollice della mano posizionata più in basso e sull’indice della mano in posizione alta. Lo studio ha rivelato che esistono delle associazioni tra i concetti spaziali - come le posizioni alto e basso - e le parti del nostro corpo, in questo caso le dita pollice e indice delle mani. Queste associazioni suggeriscono che le informazioni relative allo spazio siano codificate all’interno delle parti del corpo. Non è solo il nostro corpo a essere mappato nello spazio, come intuitivamente è necessario fare per muoversi e interagire con gli oggetti, ma anche lo spazio viene mappato nel corpo. Le associazioni tra i concetti spaziali e le parti del nostro corpo rifletterebbero anche una postura preferenziale. I dati della ricerca, infatti, suggeriscono che la postura standard del nostro corpo abbia le mani estese in avanti, con il pollice in basso e le altre dita in alto, come se fossero pronte ad afferrare un oggetto. Ciò significa che il cervello parte sempre da una stessa configurazione-base che poi trasforma durante l’elaborazione dello stimolo per individuarne la reale posizione nello spazio. Questa rappresentazione – spiegano gli autori dello studio – dimostra, per la prima volta nei soggetti con il sistema nervoso completamente funzionante, che la nostra interazione con il mondo esterno passa attraverso la codifica spaziale e la postura del nostro corpo. Finora, infatti, questa relazione era stata osservata solo in persone con disfunzioni del sistema nervoso (amputazione, anestesia, lesioni nervose), ma questi dati sembrano darne la prima conferma su individui sani”.

COMMENTO:

Per chi fosse interessato ad approfondire questa interessante teoria, consiglio la lettura dello studio che ho pubblicato insieme con il biologo Dr. Giorgio Pattera dal titolo: “IL VINCOLO PLANETARIO”


gia presente anche sul nostro libro: “IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA, neo-eso-biologia”.


MLR





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sabato 26 agosto 2017

COLONIA "TITANO"


 mosaico di immagini della superficie di Titano riprese dalla sonda Cassini, filtrando l'atmosfera
 
 
Titano sarebbe la migliore colonia nel sistema solare per gli esseri umani, ECCO LE ULTERIORI CONFERME:

Titano, satellite di Saturno nonché uno dei più grandi corpi rocciosi di tutto il sistema solare, avrebbe energia in quantità abbondante secondo un recente studio del Planetary Science Institute e del California Institute of Technology. La conclusione alla quale sono arrivati i ricercatori è basata sull'analisi dei dati di Titano (ormai davvero copiosi ed affidabili) e dei modelli matematici che funzionano sulla terra: Titano potrebbe garantire abbastanza energia per illuminare una colonia grande quanto gli interi USA, includendo opzioni come l'energia nucleare, solare, eolica e idroelettrica.
Le dimensioni di Titano, in basso a sinistra, comparate con quelle della Terra e della luna.
Secondo gli scienziati, appena sarà possibile disporre della tecnologia che permetta di portare gli umani a grandi distanze senza che vengano investiti dalle intense radiazioni dello spazio, Titano sarebbe la meta migliore in tutto il sistema solare, (come già ampiamente teorizzato nei decenni passati da molti studiosi e non solo…). L'insediamento risiederebbe ad una distanza di 1,3 miliardi di chilometri dalla terra quindi dovrebbe potersi sostenere da solo, ed il satellite di Saturno presenterebbe le risorse necessarie per l'obiettivo. L'insediamento potrebbe essere sfruttato per altre missioni che possano scrutare ancor di più lo spazio sconosciuto.
                    La prima foto dalla superficie di Titano, catturata dalla sonda Huygens
Recentemente un'altra ricerca ha anche confermato che i laghi di idrocarburi di Titano possono essere sfruttati per un ipotetico atterraggio essendo sostanzialmente poco mossi. Per ora non è chiaro se l'opzione dell'energia nucleare possa essere fattibile o meno, invece la grande quantità di metano liquido è sfruttabile come carburante per i missili o per sistemi di energia idroelettrica. Anche l'energia solare sembrerebbe un'opzione nonostante la lontananza dal sole, mentre i forti venti permetterebbero l'uso di sistemi che sfruttano l'energia eolica. Dunque tutta la tecnologia presente sulla terra sembrerebbe essere sfruttabile su Titano e quindi da prendere in considerazione per future missioni.

da:


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martedì 22 agosto 2017

LA CANNABIS TERAPEUTICA IN ITALIA

Perché in Italia la cannabis terapeutica di stato rischia di non funzionare


da: http://newscdn.newsrep.net/h5/nrshare.html?id=038C2168D910100001_it&r=3&lan=it_IT&pid=14&app_lan=&mcc=222&declared_lan=it_IT&pubaccount=ocms_0&referrer=200620&showall=1&mcc=222

Lucia Spiri ha 36 anni e vive a Racale, un piccolo paese in provincia di Lecce. A 18 anni, poco prima dell'esame di maturità, le viene diagnosticata la sclerosi multipla. Per anni si è sottoposta a cure lunghe e pesanti a base di antidepressivi, antiepilettici e chemioterapici. Nel 2011, stanca di non avere alcun beneficio, ne ha cominciata una a base di cannabis. Oggi ne assume tra i sette e i dieci grammi al giorno tramite olio, capsule, estratti e vaporizzazione, e la sua vita è decisamente migliorata: quando riesce a mantenere la continuità terapeutica ha appetito, è di buon umore, non ha rigidità alle gambe, ha meno tremori e riesce anche ad alzarsi dalla sedia a rotelle e a fare una serie di cose che prima non riusciva a fare. “La cosa che più mi fa piacere è sentirmi dire 'Lucia, ti vedo bene', invece del solito 'come stai' che il più delle volte viene detto con il timore di avere di fronte una persona che sta vivendo una situazione di difficoltà”, dice. Il caso di Lucia è analogo a quello di migliaia di persone che in Italia oggi hanno visto la propria vita migliorare grazie alla cannabis terapeutica. Malati di sclerosi multipla o che hanno subìto lesioni al midollo spinale che la usano come analgesico; pazienti in chemioterapia o radioterapia che la prendono contro nausea e vomito; malati di aids o anoressia nervosa che la usano per stimolare l'appetito; persone con la sindrome di Tourette che la utilizzano per ridurre i movimenti involontari del corpo. Anche se non esiste un dato preciso su quante siano, si può dire che il loro numero è in costante aumento. Basti pensare che tra il 2014 e il 2016 il consumo di cannabis medica è passato da 20 chilogrammi a oltre cento all'anno. Due obiettivi In Italia la possibilità di ricorrere legalmente a farmaci cannabinoidi esiste dall'aprile del 2007. In questi dieci anni i pazienti hanno potuto usare solo i prodotti della Bedrocan, e in alcuni casi c'è chi ha dovuto pagare fino a 70 euro al grammo per la cannabis olandese, un prezzo proibitivo per la maggior parte dei malati. Per la prima volta, dal gennaio 2017 è possibile comprare anche la Fm2, la cannabis prodotta nello stabilimento militare di Firenze, l'unico autorizzato dal governo a coltivarla. Un'iniziativa ambiziosa che ha suscitato attenzione anche all'estero. L'Italia è infatti il primo paese in Europa a tentare un approccio industriale in questo settore. L'intera filiera è sotto il controllo dell'agenzia italiana del farmaco (Aifa), che registra e regolamenta le attività in collaborazione con i ministeri della difesa e della salute.

 
L'operazione ha due obiettivi. Da un lato, allinearsi agli studi scientifici sui benefici terapeutici della sostanza. Dall'altro, costruire un apparato produttivo capace di evitare i costi dell'importazione (la cannabis medica italiana costa circa 15 euro al grammo, quella olandese tra i 18 e i 22) e garantire che la materia prima sia sempre disponibile. Tuttavia, nonostante l'entusiasmo iniziale, il progetto si è scontrato con una realtà particolarmente complessa e, a conti fatti, stenta a decollare. Le zavorre che non gli hanno permesso di farlo sono essenzialmente tre. Le reazioni dei pazienti Per prima cosa, l'accoglienza riservata all'Fm2 da parte di chi l'ha usata è stata quantomeno discordante. Lucia, ad esempio, pur riconoscendo che si tratta un prodotto con un buon potenziale, lamenta il fatto che per ottenere gli stessi effetti dell'olandese Bediol ha dovuto aumentare le dosi e che l'Fm2 le è stato imposto senza lasciarle libertà di scelta. Critico è anche Carlo Monaco, fondatore di Canapa caffè, locale a Roma dove si può consumare la cannabis terapeutica in una therapy room e comprare prodotti a base di canapa. “La genetica è buona”, spiega Monaco, “ma la cannabis ci arriva troppo macinata e questo comporta dei problemi a chi come me la assume tramite vaporizzazione. Inoltre, dopo qualche utilizzo mi fa venire la nausea”. Possono sembrare banali problemi di praticità di utilizzo del prodotto e di gusto, ma in molti casi questi non sono aspetti secondari. Monaco soffre di anoressia nervosa e spiega: “Per una patologia come la mia, il sapore è fondamentale, perché serve a stimolare l'appetito”. Paragonando la cannabis prodotta in Italia a quella olandese, aggiunge che “quella coltivata dall'esercito è sotto la media, da rivedere. Per ora in molti qui a Roma preferiscono pagare per continuare a comprare quella olandese”. Lo scorso aprile, il mensile Il Salvagente ha pubblicato un articolo sui risultati del confronto dell'Fm2 con i farmaci olandesi Bediol, Bediolite e Bedrocan. I redattori hanno fatto analizzare in laboratorio i campioni dei quattro medicinali per capire se i princìpi attivi dichiarati nell'etichetta fossero quelli effettivamente presenti nel prodotto. Secondo le analisi, l'Fm2 rispetta i valori dichiarati; mentre nel caso delle varietà olandesi i risultati parlano di prodotti con una quantità di delta-9-tetraidrocannabinolo (thc) leggermente superiore a quella indicata. Del resto, se è vero che il primo impatto con l'Fm2 per alcuni non è stato positivo, va detto che per altri, soprattutto quelli che l'hanno assunta sotto forma di olio, è stato più che soddisfacente. Franca Brescia, 45 anni di Mantova, ha visto la propria vita cambiare da quando ne fa uso. “Fino a qualche mese fa, cioè prima che cominciassi una terapia a base di Fm2, provavo una stanchezza continua, come se fossi senza energia”, spiega. “Tra il 2004 e il 2008 ho subìto quattro interventi tra la spina dorsale e il cervelletto dovuti a una malattia rara, la sindrome di Arnold-Chiari, e non mi sono mai ripresa del tutto. Oggi grazie alla cannabis riesco a lavorare tutto il giorno, cosa che prima non riuscivo a fare assolutamente, e per la prima volta ho iniziato a pensare che col tempo riprenderò la mia vita di prima”. È positivo anche il riscontro di Paolo Poli, direttore del reparto di terapia del dolore dell'ospedale Santa Chiara di Pisa e presidente della Società italiana ricerca cannabis. “Per il momento, l'esperienza con l'Fm2 è buona”, afferma Poli, che dal 2012 ha curato più di 2.500 pazienti con la cannabis medica. “Dall'inizio dell'anno ho dirottato molti pazienti dal Bediol verso l'Fm2, e nessuno ha avuto da ridire”. Come si conciliano dunque le reazioni differenti dei pazienti, e le loro critiche, con i risultati delle analisi in laboratorio fatte fare da Il Salvagente?

 
Che il gradimento dell'Fm2 sia soggetto a interpretazioni opposte lo sa bene anche il colonnello Antonio Medica, direttore dello stabilimento di Firenze. La struttura occupa un'area di circa 55mila metri quadrati nel quartiere di Rifredi ed è protetta da alte mura bianche. In un ampio ufficio, il colonnello mi spiega che “la cannabis è una sostanza dalle potenzialità terapeutiche straordinarie, ma bisogna tenere in considerazione che stiamo parlando di un fitocomplesso in cui, a differenza di farmaci classici dotati di un singolo principio attivo, agiscono circa 500 tra cannabinoidi, terpeni, clorofille e alcaloidi, alcuni dei quali presentano attività che non sono ancora del tutto chiare”. “Da un punto di vista clinico”, prosegue Medica, “è l'interazione di tutti gli elementi, e non solo l'azione di thc e cannabidiolo (cbd), a conferire alla cannabis la sua efficacia terapeutica complessiva. Ed è proprio questa complessità quella che porta ad una differente ricezione da parte di ogni singolo paziente. Inoltre, l'effetto finale non è dato solo dalla coltivazione, ma anche dal tipo di preparazione galenica fatta nei laboratori delle farmacie”. Quello che si chiedono i più critici è se l'Fm2 non sarebbe potuto essere un prodotto compiuto sin da subito. “Nessuno di noi ha mai detto che saremmo usciti sul mercato con un prodotto impeccabile”, afferma il colonnello, “per questo le critiche che riceviamo ci aiutano”. Medica è consapevole che il margine di miglioramento è ancora ampio. “La scelta di macinare le infiorescenze, per esempio, è stata dettata dalla volontà di omogeneizzare i princìpi attivi”, dice, “ma siamo consci che dobbiamo trovarne una che funzioni di più e siamo già al lavoro per farlo”. “Stiamo inoltre anche lavorando per trovare forme di estrazione più pratiche”, aggiunge, “e per diversificare la nostra offerta. Per esempio, presto comincerà una coltivazione sperimentale il cui obiettivo è quello di ottenere un prodotto privo di cbd e con un contenuto maggiore di thc”. Medica si riferisce all'Fm19, una varietà simile al Bedocran: per produrla sarà recuperata un'area di 600 metri quadrati sulle colline di Rifredi, in un capannone dove trent'anni fa si fabbricava sapone. L'investimento iniziale sul progetto italiano è stato di un milione di euro, sufficienti per coprire i costi per la produzione dei primi mille chilogrammi di cannabis. “L'obiettivo”, spiega Medica, “è quello di raggiungere un regime produttivo in grado di assicurare cento chilogrammi entro la fine del 2017, e arrivare un giorno a coprire l'intero fabbisogno nazionale, attualmente stimato in circa trecento chilogrammi all'anno”. Disinformazione e farmacie Oltre alle critiche dei consumatori, l'Fm2 soffre anche di alcuni problemi legati sia alla mancanza di comunicazione per farla conoscere ai medici sia alla distribuzione nelle farmacie. “I medici che la conoscono e la prescrivono sono pochissimi e questo complica le cose”, afferma Marco Ternelli, proprietario di una farmacia a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, e responsabile di farmagalenica.it. “Rispetto ai farmaci tradizionali, la cannabis ha tempi di scadenza molto più brevi e non può essere lasciata nei magazzini troppo a lungo”, spiega. E aggiunge: “Il guaio è che le prescrizioni sono così poche che non creano mercato, e nel caveau dello stabilimento rimangono quantità così ingenti che poi arrivano ai pazienti con scadenze troppo ravvicinate, a volte di un solo mese, come sta accadendo con questo primo stock”. Secondo Ternelli, l'Fm2 è stata penalizzata anche da problemi di distribuzione: “La prima volta che l'ho ordinata ci ha impiegato un mese ad arrivare, la seconda 22 giorni. Sono tempi decisamente troppo lunghi, soprattutto se si considera che nelle terapie a base di farmaci cannabinoidi la continuità terapeutica è imprescindibile”.

 

Il basso tasso di prescrizione rientra in un contesto nazionale in cui la cannabis è un'opzione terapeutica a cui si ricorre ancora poco rispetto ad altri paesi, complice anche una legge che ne prevede l'uso solo nel caso in cui il trattamento con antinfiammatori non steroidei, farmaci cortisonici o oppioidi si riveli inefficace. Tenere conto fedelmente delle indicazioni terapeutiche e posologiche del farmaco è fondamentale ed è responsabilità dei medici. “È un lavoro complesso, che richiede parecchio tempo. Capisco che molti non vogliano fare”, afferma Poli, che per assistere i suoi molti pazienti all'ospedale di Pisa si avvale della collaborazione di tre assistenti. “Prima di tutto è fondamentale trovare il dosaggio adatto per ogni singolo paziente, che viene poi seguito nel tempo per vedere se e come risponde alla terapia”. Ma secondo Poli esiste anche un motivo scientifico dietro la ritrosia dei medici a prescrivere cannabis per scopi terapeutici. “È vero che su PubMed oggi ci sono più studi sulla cannabis che sul paracetamolo, ma sono perlopiù studi generici che non contribuiscono ad ampliare la conoscenza dei singoli princìpi attivi”. “Quando si parla di cannabis medica si parla di una sostanza conforme a tutti i più alti standard farmaceutici europei, e non della classica cannabis di strada che può contenere di tutto”, afferma Poli. La mancanza di chiarezza crea un clima di diffidenza, a cui contribuisce in larga parte un discorso pubblico avvelenato da posizioni ideologiche e poco informate. “Molti medici italiani non conoscono le potenzialità terapeutiche della cannabis e quindi non la prescrivono, perché in generale, la mentalità è ancora molto arretrata”, afferma Daniele Conti, responsabile area progetti dell'Associazione malati reumatici Emilia-Romagna. “Qui una delibera regionale stabilisce che tutti i medici possono prescrivere cannabis terapeutica con ricetta elettronica. Ma quelli che lo sanno fare sono veramente pochi, colpa anche del fatto che in Italia le istituzioni non fanno informazione scientifica”. A ciò si aggiunge un atteggiamento ambiguo da parte dello stato nei confronti delle farmacie. Il caso più paradossale, e al tempo stesso più emblematico, è senza dubbio quello della multa di oltre ottomila euro inflitta lo scorso maggio a sei farmacie che preparavano, tra gli altri, farmaci a base di cannabis. La colpa di queste farmacie sarebbe, secondo il ministero della salute, il fatto di essere presenti su motori di ricerca come Let's Weed o Cercagalenico – dove si trovano le farmacie che effettuano preparazioni a base di cannabis – e per questo di aver violato il divieto di propaganda diretta e indiretta di sostanze stupefacenti. “Per un farmacista, secondo il ministero, anche solo pronunciare la parola cannabis equivale a fare pubblicità. Io non potrei in assoluto parlarne”, dice Paolo Mantovani, titolare della farmacia San Carlo a Ferrara, uno degli esercizi sanzionati, controllato all'inizio del 2017 anche dai nuclei antisofisticazioni e sanità dei carabinieri. “Ora dovremo comparire davanti a un giudice, spendere soldi e perdere tempo semplicemente perché un paziente non può sapere quali sono le farmacie che hanno laboratori attrezzati per questo tipo di preparazioni. Io capisco che la cannabis, in quanto stupefacente, sia un argomento da trattare con le pinze. Ma il mondo è andato avanti, e internet e i social network cadenzano il ritmo della nostra vita, che ci piaccia o meno, non possiamo non stare anche lì”, aggiunge Mantovani. In effetti, basta fare un giro sul web o parlare con qualche malato per capire quanta confusione ci sia sulla cannabis terapeutica. Per questo i malati diventano spesso attivisti. Come Elisabetta Biavati, 49 anni di Bologna affetta da fibromialgia, che lo scorso anno ha aperto su Facebook il gruppo Dolore e cannabis terapeutica (3.500 iscritti). “Oggi un paziente che volesse essere trattato con la cannabis terapeutica deve fare i conti con l'assenza quasi totale di indicazioni chiare sui medici a cui rivolgersi e, una volta ottenuta la prescrizione, sul come, da chi e dove farsi preparare il prodotto galenico”, dice. “Io stessa sono stata costretta a infiniti pellegrinaggi prima di riuscire a raggiungere il regime di cura attuale”. Disparità di trattamento Un'ulteriore criticità è legata al differente trattamento che i malati possono ricevere anche vivendo a distanza di pochi chilometri l'uno dall'altro. Dipende tutto dalla regione in cui abitano, visto che parecchie non prevedono rimborsi a carico del servizio sanitario regionale. Cosa significa concretamente me lo spiega Andrea Mastrangelo, 36 anni, abruzzese, che soffre di esostosi multipla ereditaria, una rara patologia congenita che colpisce l'apparato osteoarticolare: “Data la sua natura, il mio disturbo non ha indicazioni terapeutiche e quindi non è presente nella lista di patologie per le quali si ha accesso ai farmaci cannabinoidi gratuiti. La cannabis però mi aiuta a dormire e a superare i momenti in cui il dolore è davvero forte, e se voglio continuare a seguire l'attuale regime dovrei assumerne circa 30 grammi al mese, e spendere così sui 400 euro”. Oggi la cannabis terapeutica è a carico del servizio sanitario solo in undici regioni. Quindi, dal momento che in questo tipo di terapie assumerla quotidianamente è fondamentale, per farlo molti pazienti sono costretti a pagare cifre consistenti. Me lo conferma anche William Verardi, uno dei fondatori dell'associazione LapianTiamo: “Qui in Puglia ci sono persone che arrivano a spendere più di mille euro al mese per curarsi”. Per superare il problema, Verardi si batte da tempo per l'autoproduzione, che però il tar del Lazio ha vietato. “È l'unica soluzione, soprattutto dove il servizio sanitario non copre le spese”, dice Verardi. Qualche anno fa, LapianTiamoera riuscita a comprare un capannone di seimila metri quadrati a Racale per produrre un prodotto simile al Bedrocan. “Con la regione Puglia, quando c'era Nichi Vendola, siamo andati vicini ad avere l'autorizzazione per un progetto pilota che prevedeva il coinvolgimento di esperti di tutto il mondo. Poi però il governo ha deciso di centralizzare la produzione senza nemmeno fare una gara di appalto”, spiega Verardi. “Quello che chiediamo è semplicemente un maggiore coinvolgimento dei pazienti, perché è solo tramite le loro esperienze che si può migliorare”. A guardare il quadro nel suo complesso, quello che si coglie è che per la prima volta in Italia lo stato produce un prodotto a base di cannabis che ha il potenziale per aiutare molte persone, facendolo pagare meno rispetto a quello comprato all'estero. Ma le istituzioni finora non hanno valutato tutte le criticità, e altre ne hanno sottovalutato, tanto da impedire alla cannabis medica di diffondersi come opzione terapeutica. Affrontare il dibattito in maniera più obiettiva, e senza contrapposizioni ideologiche, facendo leva sulle conoscenze che associazioni e malati già hanno in questo campo, gioverebbe a tutti. Specialmente ai malati.

fonte:
http://newscdn.newsrep.net/h5/nrshare.html?id=038C2168D910100001_it&r=3&lan=it_IT&pid=14&app_lan=&mcc=222&declared_lan=it_IT&pubaccount=ocms_0&referrer=200620&showall=1&mcc=222



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giovedì 17 agosto 2017

LA GENETICA E I POPOLI ANTICHI : I CANANEI ESISTONO ANCORA, NONOSTANTE LA BIBBIA...


SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO)

PREMESSA (MLR)

Cananea (ebraico classico: כְּנַעַן, [kənaʕan], dal greco della koinè: Χαναάν, da cui latino: Canaan; è un antico termine geografico che si riferiva ad una regione che comprendeva, grosso modo, il territorio attuale di Libano, Israele e parti di Siria e Giordania. Il termine ebraico è di origini oscure, un'ipotesi accreditata è la connessione col termine hurrita kinahhu, trovato a Nuzi (c. 1450 a.C.) o ancora all'accadico Kinaḫḫu, che si riferiscono al colore rosso porpora che tali popolazioni lavoravano. Come d'altra parte il significato di Fenici (dal greco Φοινίκη: Phoiníkē) ha la medesima ragione, i due termini sono sinonimi utilizzati per indicare le popolazioni della terra oggi compresa tra il nord Israele, Libano e parte di Siria e Giordania. Secondo la tradizione biblica deriva dal nome di un personaggio della Bibbia, Canaan figlio di Cam e nipote di Noè, dal quale sarebbe disceso il popolo cananeo (mentre gli ebrei e gli arabi erano chiamati semiti in quanto discendenti di Sem). Il nome viene utilizzato comunemente nella Bibbia ebraica, con particolare descrizione di riferimenti geografici in Genesi 10,15-19 e Numeri 34, dove la "Terra di Canaan" viene descritta estendersi dal Libano verso sud fino al "torrente d'Egitto" e verso est fino alla valle del fiume Giordano. I riferimenti alla terra di Canaan nella Bibbia sono di solito al passato, riferendosi a una regione che era diventata qualcosa d'altro (ad esempio, la Terra d'Israele), ed i riferimenti ai Cananei spesso parlano di loro come di un popolo che era già stato completamente annientato. Dal 1200 a.C., la terra di Canaan iniziò a essere colonizzata dagli ebrei (secondo il Libro di Giosuè) nella parte centro-settentrionale, e dai Filistei, nella parte costiera-meridionale. Una parte della regione tuttavia resistette all'occupazione e continuò a lungo ad essere abitata da popolazioni canaanite. La parte meridionale di questa regione(corrispondente all'incirca all'attuale Striscia di Gaza) seppure infine colonizzata dai Filistei, mantenne ancora per lungo tempo idiomi e influenze culturali cananee.

da:


Negli ultimi giorni si è molto parlato della Bibbia, soprattutto in relazione alla sua interpretazione. Questo perché un professore della University of California di Los Angeles (UCLA), ovvero Henry Ansgar Kelly, ha sostenuto di aver dimostrato che il diavolo non era cattivo. Quest'affermazione ha aperto una sterminata gamma di problematiche che partono dall'iconografia ecclesiastica e finiscono alla caratterizzazione di altre figure presenti nel testo sacro cristiano. Ma è stata condotta dagli scienziati un'altra ricerca che dimostra che Dio non riuscì di sterminare un antico popolo. Andiamo a vedere nel dettaglio la questione.

Il Deuteronomio:

Il quinto libro della Bibbia, nonché della Torah ebraica, riporta al verso 20:16 le seguenti parole: "Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita nessun essere che respiri". Dopo questo verso, vengono annoverate le città entrate nelle mire del Signore "cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Perizziti, i Cananei, i Gebusei e gli Evei". E sono proprio i Cananei ad essere al centro della ricerca condotta dal gruppo di scienziati che hanno analizzato il DNA di 99 persone libanesi, incrociandolo con quello dei resti di alcuni abitanti dell'antico territorio di Canan di 3700 anni fa. Andiamo a vedere che cosa hanno scoperto.

Il popolo è stato sterminato?

Possiamo dire, a grandi linee, che l'antico territorio di Canaan corrisponda all'attuale Libano, Israele e alcune parti della Siria. I resti presi in analisi appartenevano ad antichi abitanti di Sidone e il loro DNA corrisponde per il 99% con quello degli attuali abitanti del Libano. La ricerca, pubblicata sul giornale American Journal of Human Genetics, afferma che la Bibbia riporta la distruzione dell'intero popolo di Canaan e delle sue città. Oltre alla evidente continuazione genetica della popolazione, l'archeologia moderna non ha trovato alcuna traccia che suggerisca la distruzione delle città, che è invece riportata nella Bibbia. I versi dell'Antico Testamento risultano quindi essere in evidente contrasto con le analisi di laboratorio. Differentemente, invece, le analisi del presunto sangue di Gesù [VIDEO] condotte dall'Istituto di Cristallogia di Bari, secondo gli studiosi dimostrano come i Vangeli riportino correttamente il martirio di Cristo. Non ci resta adesso nient'altro che attendere nuove notizie in campo biblico.

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venerdì 11 agosto 2017

IL PIU' GRANDE PARADOSSO DEL VOLO SPAZIALE UMANO


« Ero convinto che poi saremmo andati oltre. Quando tornai sulla Terra mi dissi: in 25 anni siamo su Marte, invece a quasi mezzo secolo di distanza non abbiamo fatto un solo passo avanti, pensavo fosse un inizio, invece era un epilogo”.

Charlie Duke – astronauta dell’Apollo 16 (1972)


VIAGGIARE NELLO SPAZIO (CON EQUIPAGGIO UMANO) OLTRE LA TERRA; ESSERE ANDATI  SULLA LUNA DAL 1969 AL 1972 PER BEN 6 VOLTE :
Apollo XI, allunaggio il 20 Luglio 1969
Apollo XII, allunaggio il 16 Dicembre 1969
Apollo XIV, allunaggio il 5 Febbraio 1971

Apollo XV, allunaggio il 30 Luglio 1971

Apollo XVI, allunaggio il 21 Aprile 1972

Apollo XVII, allunaggio l’11 Dicembre 1972.

 ED ORA…NON ESSERNE PIU’ CAPACI? UN PARADOSSO DIFFICILE DA DIGERIRE! LO RIPETO: E’ SOLAMENTE UNA QUESTIONE DI COSTI? OPPURE C’E’ DI PIU?
 

Ristregati dalla Luna: avanti c'è spazio

Aveva cominciato Hawking: «L’uomo deve tornarci presto, la Terra non basta più». Ora è un coro: americani, europei, cinesi e giapponesi studiano nuove missioni. Abbiamo incontrato i fan della riconquista

 
TRONDHEIM (Norvegia). Sulla Luna, torniamo sulla Luna. Come quarantotto anni fa, quando l’Apollo 11 compì la sua missione e in una manciata di giorni di luglio rapì l’immaginazione del mondo. Chi c’era lo ricorda bene. Perché poi è cresciuto con un vuoto difficile da colmare: pensavano fosse un inizio, era un epilogo. Persino astronauti come Charlie Duke, che sull’Apollo 16 nel 1972 ha passato sette ore a scorrazzare «in quel deserto senza fine dalle mille sfumature di grigio», era convinto che poi saremmo andati oltre. «Quando tornai sulla Terra mi dissi: in 25 anni siamo su Marte», racconta lui stesso quando lo incontriamo allo Starmus Festival organizzato dalla Norwegian University of Science and Technology (Ntnu), singolare serie di conferenze fra scienza e musica create dal matematico Brian May, il chitarrista dei Queen. «A quasi mezzo secolo di distanza non abbiamo fatto un solo passo avanti» continua Duke. Oltre sono andate le sonde e i rover del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. Ma ora le cose stanno cambiando: sulla Luna vuol mettere piede la Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa) entro il 2030, la China National Space Administration (Cnsa), l’Agenzia Spaziale Europea (Esa), diverse aziende a stelle e strisce come la Moon Express, startup di Bangalore come Team Indus, colossi della Silicon Valley del peso di Google. Si progettano vettori, moduli per l’atterraggio, soprattutto basi permanenti. Perfino Elon Musk, a capo di Tesla e Space X, sta rivedendo i suoi piani per la conquista di Marte. Quest’estate, all’International Space Station Research and Development Conference a Washington, ha ammesso: «Per accendere davvero la fantasia del pubblico serve una base sulla Luna». E così ci ritroveremo di nuovo davanti al televisore, stavolta piatto e in ultradefinizione, con il fiato sospeso al momento del lancio della navicella. E poi usciremo con lo sguardo all’insù a riveder le stelle in attesa dell’atterraggio dopo tutti questi anni passati  ad osservare il paesaggio dei social network attraverso lo schermo dello smartphone. Sarà un nuovo sogno collettivo, condiviso, in una corsa allo spazio alla quale vogliono partecipare in tanti...

estratto dal Venerdi di Repubblica del 4 Agosto 2017.



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