IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
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* MISTERI DELLA STORIA *

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LA NUOVA CONOSCENZA

mercoledì 29 novembre 2017

GLI ESSENI E I TESTI DI QUMRAN


Rotoli del Mar Morto, gli scheletri di 2200 anni fa che "forse" svelano chi li ha scritti

A Qumran la scoperta di 33 scheletri risalenti a 2.200 anni fa collegati agli Esseni potrebbe avvalorare l’ipotesi che a scrivere e custodire i Rotoli del Mar Morto sia stata proprio la comunità religiosa ebraica. I resti umani, trovati vicino al luogo in cui sono stati scoperti i Rotoli, alcuni dei più antichi testi biblici mai ritrovati, si ritiene siano degli Esseni, una pacifica setta ebraica vissuta nell’antica Palestina, dedita al celibato e alla castità. I Rotoli del Mar Morto hanno affascinato studiosi e storici poiché, circa 70 anni fa, gli antichi testi furono trovati sparsi in una serie di grotte in Cisgiordania. 

Si pensava fossero stati scritti tra il 200 a.C. e il 100 d.C., le pergamene comprendono copie di testi dell’Antico Testamento. Nonostante gli esperti li ritengano come tra i più grandi ritrovamenti archeologici del XX secolo, le loro origini e la loro paternità per decenni sono rimaste avvolte nel mistero, commenta il Daily Mail. Fin dalla loro scoperta, sono stati proposte diverse ipotesi su chi avesse scritto o supervisionato i testi, inclusi soldati, artigiani, uomini dell’Età del Ferro o beduini. Un’analisi dei resti trovati nelle 33 tombe potrebbe aiutare gli esperti a comprendere la storia dei misteriosi Rotoli. Le analisi delle ossa sono a sostegno di una precedente teoria secondo cui i Rotoli erano scritti o custoditi dagli Esseni, il cui nome deriva da Essen, celibe, comunità ebraica esclusivamente maschile. Il misterioso gruppo fiorì in Palestina dal II secolo a.C. alla fine del I secolo d.C. Come le pergamene, anche le tombe sono state ritrovate a Qumran, una regione archeologica della Cisgiordania, lungo la costa nord-occidentale del Mar Morto. Gli antropologi dell’Israel Antiquities Authority a Gerusalemme hanno datato il radiocarbonio delle ossa, rivelando che hanno circa 2200 anni, più o meno la stessa età dei Rotoli. Ma non è solo l’età delle ossa a essere collegata agli antichi testi: tutti, tranne tre dei 33 scheletri, sono stati identificati come probabilmente maschi, sulla base della dimensione del corpo e la forma pelvica. Dei 30 scheletri identificati come maschi, al momento della morte ciascuno era di età compresa tra i 20 e i 50 anni o più. Data la mancanza di ferite sulle ossa, è improbabile che gli uomini fossero soldati. Gli indizi farebbero pensare a una comunità monastica che conduceva nel deserto una vita di ascetismo: appunto, una comunità di Esseni. Non si può dire (con assoluta certezza) che siano stati gli autori dei Manoscritti del Mar Morto, ma data la vicinanza fisica e temporale, può darsi che questi uomini ne custodissero il segreto, e ne portassero avanti la tradizione.

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lunedì 27 novembre 2017

QUALCOSA DI UNICO NEL NOSTRO CERVELLO CI RENDE DAVVERO UMANI (?)

Scoperto il segreto dell’evoluzione del cervello umano ?

Tutto sta nei neuroni della dopamina. Lo studio firmato dal Dipartimento di Biologia dell’ateneo  di Pisa, partner della Yale University.

Esiste qualcosa che ci rende umani?

Un team internazionale di ricercatori ha scoperto nella corteccia cerebrale dell’uomo un particolare tipo di neuroni, gli interneuroni dopaminergici, che sono invece assenti in quella delle grandi scimmie, i nostri parenti più prossimi esistenti. Lo studio, durato sei anni, è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista «Science» e come unico italiano fra gli autori c’è Marco Onorati, ricercatore al Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa e “visiting scientist” alla Yale University, nel laboratorio del professore Nenad Sestan.

“Il nostro cervello possiede capacità cognitive che lo rendono unico – spiega Onorati – e l’identificazione nella corteccia cerebrale umana degli interneuroni dopaminergici, non presenti in quella delle grandi scimmie africane come scimpanzé, bonobo e gorilla, costituisce un passo importante nella comprensione di cosa ci rende umani”. L’analisi comparativa del profilo genico del cervello umano e di quello degli altri primati ha dunque rivelato la presenza di alcuni geni specificamente arricchiti nel nostro cervello fra cui quelli per la sintesi della dopamina. I neuroni dopaminergici si trovano infatti nella sostanza nera del mesencefalo sia dell’uomo che degli altri primati, ma solo nell’uomo sono presenti anche nella corteccia cerebrale. E proprio capire la loro funzionalità è stato il compito del ricercatore dell’Ateneo pisano che li ha generati in laboratorio grazie all’utilizzo di cellule staminali pluripotenti.
“Per quanto riguarda i numeri, questi interneuroni sono rari, meno dell’1% – conclude Onorati – e tuttavia, essendo coinvolti nella sintesi della dopamina, possono regolare funzioni cognitive superiori tipiche dell’uomo, come la memoria e il comportamento, oltre ad essere coinvolti in malattie come il Parkinson o alcune forme di demenza, per le quali questo studio potrà in futuro fornire nuove prospettive”.

Qui il link all’articolo su «Science»: http://science.sciencemag.org/content/358/6366/1027/tab-pdf di cui sono primi autori i ricercatori Andre M. M. Sousa e Ying Zhu della Yale University.

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domenica 26 novembre 2017

CLONAZIONE E...RICLONAZIONE


Riclonato in laboratorio il primo cane clonato

La clonazione animale non ha più limiti. È stato, infatti, riclonato in laboratorio un cane da uno già clonato qualche tempo fa.

L’annuncio è stato dato dalla Seoul National University dove in gran segreto è stata effettuata tale operazione. Tutto iniziò nel 2005 quando venne clonato il primo cane al mondo da un levriero afgano il cui nome era Tai. Per clonarlo, gli scienziati inserirono delle cellule di Tai negli ovuli della femmina donatrice (impiantandole poi nell’utero della femmina) e da tale esperimento nacque Snuppy, il primo cane clone al mondo che riuscì a sopravvivere nel campus Seoul National University insieme ai ricercatori. In seguito anche Snuppy venne clonato in quanto i ricercatori impiantarono 94 embrioni grazie ai quali nacquero quattro cuccioli, uno dei quali morì. Al momento in vita esistono solo tre cloni di Tai in quanto anche Snuppy è morto 13 giorni dopo il suo decimo anno di vita di cancro così come successe a Tai.

La riclonazione di Tai

Nonostante il primo studio risalga al 2005, è solo ora che i ricercatori hanno pubblicato un articolo sullo Scientific Reports nel quale hanno spiegato di aver clonato un cane per scoprire se la clonazione accelera il processo di invecchiamento o causa degli effetti di nascita che sono ancora sconosciuti. In merito a Snuppy, ricercatori hanno comunicato che la longevità sia del donatore che del cane clonato era vicina alla durata media della razza di cani afgani che si aggira intorno agli 11,9 anni di età. Quando Snuppy aveva cinque anni, poi, costoro, prelevarono delle cellule staminali, stavolta dal clone, per impiantare 94 embrioni dai quali nacquero quattro cuccioli di cui uno morì. I cloni del cane hanno oggi circa sette anni e, nonostante lo scetticismo, sono cresciuti senza difetti e con una crescita normale. I ricercatori hanno anche spiegato che sia la formazione dei gameti che delle gonadi è stata anch’essa nei limiti. L’equipe ha infine comunicato di aver effettuato una clonazione del cane per vari scopi come quello della conservazione delle specie minacciate, per la clonazione di cani da compagnia ed infine per la produzione di cani con delle abilità eccezionali.

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venerdì 24 novembre 2017

IL MISTERO DEL TRONO DI CHEOPE

Piramide di Cheope: «Nella camera segreta un trono di ferro meteoritico» (?)

A sostenere l'ipotesi, basata sullo studio degli antichi testi egizi, è l'archeoastronomo Giulio Magli del Politecnico di Milano. Per verificarlo bisognerebbe usare dei piccoli robot esploratori.

Potrebbe essere scritta nelle stelle la soluzione al mistero della cavità nella piramide di Cheope appena scoperta dagli archeologi. Al suo interno, infatti, potrebbe custodire il trono di ferro del faraone, ovvero il sedile del corredo funerario realizzato con il ferro portato sulla Terra dai meteoriti.


L'IPOTESI DELL'ARCHEOASTRONOMO. A sostenere questa ipotesi, basata sullo studio degli antichi testi delle piramidi, è l'archeoastronomo Giulio Magli del Politecnico di Milano, che con un articolo pubblicato sul sito ArXiv suggerisce di tentare una nuova esplorazione nella tomba con l'ausilio di piccoli robot. L'idea ha preso corpo dopo il clamore suscitato dalla scoperta della cavità della piramide, annunciata su Nature dall'equipe del progetto ScanPyramids.

IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DELL'ASSE NORD-SUD. «Valutando la statica della struttura, è chiaro che questa camera non poteva avere una funzione di scarico del peso, come invece avevano suggerito alcuni egittologi», ha spiegato Magli. La radiografia fatta con i muoni, particelle prodotte dallo scontro dei raggi cosmici con l'atmosfera, «ha evidenziato che la cavità si trova lungo l'asse Nord-Sud della piramide e questo ha un particolare significato simbolico».

L'ANIMA DEL FARAONE "SEDUTA" TRA LE STELLE. Secondo gli antichi testi, infatti, «l'anima del faraone defunto avrebbe preso il suo posto fra le stelle che non muoiono mai, quelle circumpolari delle costellazioni dell'Orsa e del Drago, dopo aver attraversato le porte del cielo. Due porticine sono state già identificate nella piramide: quella del condotto Sud (un quadrato di appena 20 centimetri per lato) non porta a nulla, mentre quella del condotto Nord è ancora inesplorata. È probabile che comunichi con la nuova camera, dove si potrebbe trovare il trono su cui il faraone avrebbe dovuto sedersi fra le stelle».
ANCHE LA MADRE DI CHEOPE AVEVA UN TRONO. Anche la madre di Cheope, la regina Hetepheres I, si era fatta realizzare un trono: «Una sedia bassa, fatta di legno di cedro ricoperto di lamine d'oro», ha detto ancora Magli, «è dunque probabile che anche il trono del figlio sia una piccola sedia di legno, adornata però con lamine di ferro».

IL FERRO DEGLI EGIZI VENIVA DAL CIELO. Ferro non comune, però, ma venuto dal cielo: «Al tempo di Cheope non c'era alcun tipo di attività estrattiva del ferro. Dunque l'unico che gli egizi conoscevano era quello portato sulla Terra dai meteoriti: lo fondevano per produrre piccoli oggetti rituali. Anche la lama del pugnale di Tutankhamon era fatta di ferro meteoritico, come ha dimostrato un recente studio internazionale a cui ha partecipato il Politecnico di Milano».

COME VERIFICARE L'IPOTESI. Per scoprire se questo trono è davvero nascosto nel cuore della piramide «bisognerebbe usare dei piccoli robot esploratori, capaci di addentrarsi in cunicoli grandi pochi centimetri. È una vita che aspettiamo, ma la decisione spetta solo alle autorità egiziane».

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lunedì 20 novembre 2017

RITIRATO UNO STUDIO CHE COLLEGAVA AUTISMO E VACCINI...





Lo studio che collegava autismo e vaccini nei topi? È stato ritirato


Gli stessi ricercatori sostengono che i dati del “paper” che collegava il vaccino all’autismo nei topi sono stati manipolati. Ma il laboratorio ora non è in grado di smentire le accuse, perché i dati originali non sono in loro possesso. I ricercatori della University of British Columbia hanno appena ritrattato questo studio, che collegava l’alluminio, ovvero un componente presente nei vaccini, all’autismo nei topi, utilizzzati come cavie.  Questo perché uno dei co-autori ha dichiarato che i dati pubblicati erano sono stati modificati prima della pubblicazione (?). Inoltre, il ricercatore ha precisato alla Cbc News che non c’è modo di sapere il perché e come questi dati sono stati alterati, in quanto quelli originali citati nello studio sono ora inaccessibili: una vera e propria violazione della politica dell’università in materia di ricerca scientifica.


Lo studio, apparso sulle pagine del Journal of Inorganic Biochemistry il 5 settembre scorso, esaminava gli effetti dei componenti di alluminio nei vaccini sulla risposta immunitaria nel cervello di alcuni topi. In altre parole, nella ricerca si sosteneva che basandosi su esperimenti fatti in topi trattati con una quantità di alluminio simile a quella presente nei vaccini, questo metallo in quelle dosi causasse neurotossicità e neuroinfiammazione. Dai risultati dello studio, coordinato da Chris Shaw e Lucija Tomljenovic, emergeva chiaramente che l’alluminio contenuto nei vaccini è coinvolto nell’insorgenza dell’autismo.


Tuttavia, a metà settembre alcuni (fantomatici) utenti di PubPeer, un database in cui si può esaminare e commentare ricerche scientifiche pubblicate, hanno sottolineato che i dati dell’articolo sembravano essere falsificati (?). Così, il 24 settembre scorso, Shaw ha chiesto il ritiro della ricerca dalla rivista, notificandolo all’università.


“Sembra che alcuni dati siano stati falsificati” , ha riferito Shaw alla Cbc News. “Non sappiamo perché e come, ma c’è un errore, non c’è dubbio”. Inoltre, come spiega il ricercatore, il suo team ora non è in grado di confermare come i dati siano stati modificati, in quanto quelli originali necessari per il confronto non sono più nel suo laboratorio. Ma precisamente in Cina, nelle mani di un ricercatore che ha collaborato alla ricerca. “Anche se i dati originali vengono recuperati, penso che questo studio possa considerasi morto, per motivi di credibilità” (?) , precisa Shaw. Infatti, la politica universitaria impone che i dati originali debbano restare nel laboratorio per almeno cinque anni dopo le analisi e quindi, in questo caso, fino al 2018 (fatto davvero sospetto e anomalo !).Shaw ha inoltre precisato che dopo questo ritiro, probabilmente finirà di lavorare in studi sui vaccini. “Sono sinceramente dubbioso che mi occuperò più di vaccini”, conclude il ricercatore. “Abbiamo dei progetti in corso che sono stati finanziati e che ci sentiamo obbligati a completare. Ma francamente, dubito che lo farò”. In un post su Facebook del 9 ottobre, Guido Silvestri, immunologo e docente ad Atlanta negli Usa, li ha definiti “cialtroni smascherati”. Nel post infatti, si legge che l’articolo non solo era pessimo dal punto di vista metodologico e statistico, ma che conteneva una serie di immagini e figure manipolate in modo del tutto fraudolento. “Questa è una bella notizia per la scienza, e una bruttissima notizia per i cialtroni della pseudoscienza, che sono stati come sempre smascherati”, si legge nel post. “Piccoli episodi come questo ci danno la forza di andare avanti, perché dimostrano che la scienza e la verità alla fine trionfano sempre”.


MA E’ DAVVERO COSI? OPPURE SOTTO C’E’ QUALCOSA DI MOLTO PIU’ INQUIETANTE?


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venerdì 17 novembre 2017

BRODO PRIMORDIALE E...PANSPERMIA?


Ecco l’ingrediente chiave per la nascita della vita sulla Terra

Secondo un nuovo studio statunitense, l’ingrediente chiave che ha dato il via alla vita sulla Terra sarebbe stato il diamidofosfato, un composto in grado di assemblare i primi peptidi, lipidi e nucleotidi
Si chiama diamidofosfato (Dap) e sarebbe l’ingrediente chiave da cui ha preso il via la vita sul nostro pianeta. A identificarlo sono stati i ricercatori dello Scripps Research Institute (Stati Uniti), che sulle pagine di Nature Chemistry hanno raccontato come questo composto sia il plausibile catalizzatore primordiale per la fosforilazione, la reazione chimica cruciale nell’assemblaggio dei tre ingredienti base per le prime forme di vita: i primi peptidi (per svolgere il lavoro delle cellule), lipidi (per formare strutture protettive, come le pareti cellulari) e nucleotidi (per memorizzare informazioni genetiche), tutti precursori della vita sulla Terra. “Pensiamo che la fosforilazione abbia potuto dare origine a tutti gli oligonucleotidi, gli oligopeptidi e le strutture cellulari”, spiega l’autore Ramanarayanan Krishnamurthy. Questa ricerca appare proprio a una settimana di distanza da uno studio delle università della Carolina del Nord e di Auckland, pubblicato sulla rivista Molecular Biology and Evolution, secondo cui il brodo primordiale da cui ha avuto origine la vita sulla Terra sarebbe composto da un cocktail di acidi nucleici e di piccole proteine, i peptidi. L’ipotesi contraddice, quindi, la teoria più accreditata secondo cui la vita avrebbe avuto origine solamente dagli acidi nucleici (e che solo in un secondo momento si sarebbe arrivati alle proteine). Più precisamente, la ricerca evidenzia due famiglie di enzimi molto antichi, le cui tracce si trovano oggi in strutture come mitocondri e virus.
Questi enzimi sono esattamente 20, si chiamato aaRss (aminoacyl-tRna synthetases) e ognuno di questi riconosce uno dei 20 amminoacidi (i mattoni del dna), e oggi negli organismi servono a convertire le informazioni dei geni nelle proteine (processo noto come traduzione). In altre parole, secondo i ricercatori, questi enzimi vengono composti così semplicemente che lo stesso meccanismo potrebbe essere stato effettuato per dare origine alle prima forme di vita sul nostro pianeta. Tornando al nostro studio, il team di ricercatori statunitensi ha mostrato per prima cosa che il Dap potrebbe innescare la fosforilazione nei nucleosidi, ossia i blocchi costituenti l’rna. E, in presenza di acqua e imidazolo, un composto organico che si pensa fosse plausibilmente presente fin dai primordi, il Dap potrebbe innescare efficacemente la fosforilazione dei lipidi, che hanno il compito di bloccare il glicerolo e gli acidi grassi, portando così all’assemblaggio di piccole capsule (proprio come le vescicole moderne). Dap, infine, in acqua a temperatura ambiente ha anche fosforilato gli aminoacidi, come la glicina, acido aspartico e acido glutammico, collegando queste molecole in brevi catene peptidiche, ovvero versioni più piccole delle proteine. “Con il Dap è possibile ottenere queste tre importanti classi di molecole pre-biologiche, che si assembrano e si trasformano, creando così l’opportunità di interagire insieme”, spiega Krishnamurthy, evidenziando come il Dap avrebbe potuto avere un ruolo centrale nell’origine della vita.

CURIOSITA’ SUL “DIAMIDOFOSFATO”:

Il fosfato di diamido è un amido fosfatato che fa parte degli amidi modificati chimicamente (o fisicamente) e viene utilizzato nell'industria alimentare come additivo alimentare, addensante, stabilizzante e coadiuvante. In qualità di additivo, il fosfato di diamido è contrassegnato dal codice europeo E 1412. Si ricava da alcuni tipi di cereali e tuberi e la modifica a cui sono soggetti ha lo scopo di  renderli più resistenti alle lavorazioni di tipo industriale, soprattutto alle alte temperature, agi acidi e alle basse temperature. Proprio un ingrediente perfetto per l’atmosfera primordiale dei pianeti adatti ad ospitare la vita… (ndr MLR)

Da:
https://www.wired.it/scienza/lab/2017/11/07/dap-ingrediente-chiave-vita-terra/

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