IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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LA NUOVA CONOSCENZA

domenica 31 dicembre 2017

L'UMANITA' E LE RIVELAZIONI ...SCOMODE - STUDIO INCHIESTA


COME REAGIREBBE L'UMANITÀ ALLA SCOPERTA DI FORME DI VITA EXTRATERRESTRI?


Uno studio condotto da uno psicologo ha analizzato la possibile reazione degli esseri umani all'annuncio della scoperta di vita extraterrestre.

Non è certo da poco che gli esseri umani si interrogano sulla possibilità che esistano forme di vita aliena nel sistema solare, nella Via Lattea o nel resto dell'universo. Eppure ora che le agenzie spaziali stanno sviluppando strumentazioni sempre più precise ed avanzate c'è un maggiore interesse verso la ricerca di una forma di vita diversa da quella che conosciamo qui sul nostro pianeta. Non è dato sapere fin da oggi se sarà semplice o meno trovare della vita nello spazio o se esiste la possibilità che si sia sviluppata in altri punti dell'universo, ma sarebbe interessante prevedere la reazione di tutti gli esseri umani di fronte ad un annuncio su scala mondiale. Lo psicologo Michael Varnum della Arizona State University si è interrogato sulla possibile reazione dell'umanità di fronte alla scoperta di una forma di vita aliena. "Una delle domande iniziali di questa iniziativa è capire come potremmo reagire se scoprissimo delle prove sull'esistenza di vita extraterrestre".




Il primo esperimento:

Varnum ha creato un gruppo di lavoro che comprende scienziati di tutto il pianeta ed ha condotto tre esperimenti, pubblicandone i risultati nel mese di novembre 2017, nonostante lo studio sia ancora sotto revisione. Le reazioni sono state suddivise in base al tipo di notizia comunicata alla popolazione: sapere che è stata scoperta una civiltà extraterrestre intelligente o che sono state identificate le prove dell'esistenza di vita microbica al di fuori della terra sono chiaramente due casi ben distinti. Nel primo esperimento sono stati analizzati tutti gli annunci passati che potevano essere ricondotti alla possibilità della scoperta di extraterrestri. Parliamo della prima pulsar nel 1967, un tipo di stella di neutroni che emette degli intensi impulsi alle radiofrequenze come un metronomo. Nel 1977 è stato dato l'annuncio dell'identificazione di un segnale radio davvero ambiguo, mentre nel 1996 è stata divulgata la notizia della scoperta di microbi fossilizzati in un meteorite marziano. Nel 2015 è stata la volta della stella di Tabby e delle sue strane fluttuazioni di luminosità e nel 2017 c'è stato l'annuncio della scoperta di esopianeti che orbitano nella zona abitabile di una stella (CHZ - ndr). Gli psicologi hanno analizzato le parole di 15 articoli del New York Times, del Wall Street Journal e del The Post tramite un programma che analizza se le parole utilizzate sono negative o positive, ovvero favorevoli o contrarie all'approccio a una civiltà aliena o allo studio di microbi extraterrestri. Complessivamente i giornalisti hanno sempre descritto i cinque eventi che vi abbiamo appena nominato in modo positivo, facendo una media tra tutti i termini usati. La reazione, secondo Varnum, è stata estremamente positiva piuttosto che negativa. La tecnica di analisi utilizzata è assolutamente robusta e viene già sfruttata per analizzare testi online. Secondo Pennycook, uno psicologo della Yale University, il modello utilizzato può essere considerato affidabile, tuttavia generalmente le persone tendono ad esprimersi con un linguaggio positivo e dunque il risultato del primo esperimento non rivela nessuna informazione particolarmente utile a capire come reagirebbe la stampa alla scoperta di vita aliena.

Il secondo esperimento:

Nella seconda parte della ricerca sono stati pagati dei partecipanti online, più di 500, per descrivere la loro reazione ad un ipotetico annuncio sulla scoperta di forme di vita aliene microbiche. Tutte le persone coinvolte hanno anche dovuto immaginare e descrivere la reazione dell'intera umanità dopo essere venuta a conoscenza di una scoperta del genere.
Come nel caso dei giornalisti, anche qui la maggior parte delle risposte in media sono caratterizzate da termini positivi. Non c'è stato nessun modo di identificare specifici clusters tra le persone, ovvero non è stato possibile distinguere i tipi di risposta in base all'etnicità, al sesso, all'orientamento politico o qualsiasi altro dato in possesso degli scienziati. Curioso il fatto che, in generale, la maggior parte delle persone pensi che altri individui, provenienti da paesi diversi, siano meno propensi ad accettare la vita aliena. Secondo Vernum, il cittadino americano medio ha la tendenza a pensare di essere migliore rispetto agli altri.

Il terzo esperimento:

Per il terzo esperimento il gruppo di ricerca è stato più subdolo, presentando ad un campione di 250 persone un articolo del New York Times del 1996 che tratta di batteri fossilizzati marziani: la data, però, è stata cambiata in quella del giorno dell'esperimento per far sembrare la notizia attuale. Il meteorite era un frammento proveniente da Marte e caduto in Antartide e i ricercatori hanno trovato su di esso delle molecole organiche complesse e piccole cellule, insieme ad indizi di vita marziana fossilizzata. Al tempo, Bill Clinton invitò la comunità scientifica a studiare in maniera più approfondita i campioni e a revisionare gli studi effettuati per risultati più certi. Con il tempo l'idea di vita marziana fossilizzata fu controversa, ma questo non è stato detto alle persone che hanno partecipato allo studio. Anche in questo caso la maggior parte dei partecipanti si sono espressi con parole positive, ovvero come negli altri casi le persone che accettano la scoperta sono un numero di gran lunga maggiore di quelle che invece si esprimono negativamente sulla vicenda.

I risultati:

Il risultato della ricerca parla in modo chiaro: le persone accetterebbero senza panico, e senza la classica paura dello straniero, la scoperta di una sorta di vita aliena batterica o di una civiltà intelligente extraterrestre. Tuttavia Varnum ha voluto precisare che questo studio ha come campione di riferimento solamente cittadini americani e non è detto che nel resto del mondo gli individui siano altrettanto positivi. Inoltre c'è anche da mettere in conto un altro aspetto interessante: negli USA c'è una tendenza generale a vedere il mondo "bianco o nero", ovvero nonostante la ricerca confermi che la maggior parte degli individui è disposta ad accettare la vita aliena, la restante minoranza si è espressa in maniera estremamente negativa. In precedenti studi è stato possibile mostrare che in nazioni come la Cina i cittadini sono mediamente più indecisi, ed espongono sia i rischi che i benefici di un futuro contatto alieno, mentre gli americani tendono a schierarsi "a favore" o "contro" il contatto con gli extraterrestri. Inoltre c'è da dire che in alcuni casi il consenso nella ricerca di Varnum non è stato così netto come suggerisce il risultato finale. In situazioni più specifiche come la scoperta di campioni di vita batterica marziana portati sulla terra e la riproduzione di questi esseri viventi nel nostro ambiente terrestre, le persone si sono mostrate più restie ad accettare l'idea visto il pericolo di contaminazione. Dunque è giusto affermare che la ricerca mostra come gli essere umani sono mediamente disposti ad accettare l'approccio della nostra specie con una forma di vita aliena, ma è sbagliato pensare che non vi siano oppositori o che la stessa maggioranza più ottimista non converga anch'essa nel gruppo anti-alieno in casi più estremi.

Da:

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DI MARCO LA ROSA
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giovedì 28 dicembre 2017

L'ENIGMA DEI "FOTONI INCOSTANTI"


E se la velocità della luce non fosse costante?

Che la velocità della luce nel vuoto fosse la stessa per tutti i fotoni è da sempre uno dei pilastri della fisica e della relatività. Ma alcune teorie alternative non la vedono così. I risultati dello studio di un gruppo di ricercatori guidato da Maria Grazia Bernardini forniscono un nuovo limite sull'energia dei fotoni oltre il quale gli effetti di gravità quantistica diventano importanti

Rappresentazione artistica di due stelle di neutroni piccolissime, ma molto dense, sul punto di fondersi e esplodere come kilonova. L’impulso di radiazione emessa è un lampo di raggi gamma (Grb) corto. Crediti: Eso/L. Calçada/M. Kornmesser

La velocità della luce nel vuoto è una costante di natura. Anzi, non proprio. Alcune teorie quantistiche della gravità minano questa certezza, suggerendo che i fotoni, i “quanti” di luce, potrebbero viaggiare a velocità diverse che dipendono dalla loro energia. Per indagare questa ipotesi e soprattutto provare a quantificare l’entità di questo effetto, un gruppo di ricercatori guidati da Maria Grazia Bernardini, ora in forza all’Università di Montpellier in Francia e associata Inaf, che ha visto la partecipazione di colleghi dell’Istituto nazionale di astrofisica di Milano, ha realizzato uno studio sulla luce emessa dai lampi di raggi gamma (Gamma-Ray Burst, Grb) corti, potenti esplosioni cosmiche legate alla fusione di stelle di neutroni. I risultati di questa indagine, pubblicati in un articolo sulla rivista Astronomy & Astrophysics, forniscono un nuovo limite sull’energia dei fotoni oltre il quale gli effetti di gravità quantistica diventano importanti e rappresentano un passo importante per l’utilizzo dei GRB corti come strumento per studiare gli aspetti più estremi della Fisica. Uno dei concetti fondamentali della fisica moderna riguarda la cosiddetta duplice natura della luce. La luce infatti si può descrivere come un’onda elettromagnetica ma, allo stesso tempo, ha proprietà tipiche delle particelle, che in questo caso vengono chiamate fotoni. Ad ogni determinata lunghezza d’onda della luce corrisponde un’energia del fotone associato. La teoria della relatività speciale di Einstein prevede che la luce nel vuoto viaggi ad una velocità costante “c” circa uguale a 300mila chilometri al secondo, quale che sia l’energia dei fotoni. Tuttavia, alcune teorie quantistiche della gravità considerano il vuoto come un “mezzo gravitazionale”. Secondo queste teorie, questo “mezzo gravitazionale” conterrebbe delle disomogeneità – o fluttuazioni – estremamente piccole, dell’ordine della cosiddetta “lunghezza di Planck” pari a 10-33 cm, ovvero 10 miliardi di miliardi di volte più piccola del diametro di un protone. Una sorprendente conseguenza della presenza di queste disomogeneità sarebbe che fotoni di diversa energia non viaggerebbero più tutti a alla stessa velocità nel vuoto, ma potrebbero avere velocità differenti che dipendono dalla loro energia: maggiore è l’energia del fotone, maggiore sarà l’effetto dovuto alla gravità quantistica. Se così fosse, verrebbe però violata la cosiddetta Invarianza di Lorentz, che è proprio il principio fisico alla base della relatività speciale.
«Considerando l’ipotesi che effettivamente la velocità dei fotoni sia anche legata alla loro energia, avremmo che due fotoni emessi nello stesso momento con energia diversa e che si propagano nel vuoto quantistico, accumulano un ritardo l’uno rispetto all’altro» dice Bernardini. «Questo ritardo, se misurato, può essere usato per studiare le proprietà dello spazio-tempo e della gravità quantistica». Il problema è che questo effetto è talmente piccolo che è necessario che i fotoni viaggino per miliardi di anni per accumulare un una separazione temporale dell’ordine del millesimo di secondo. «Quindi, cosa ci serve per poter sperare di misurare un effetto di gravità quantistica? Una sorgente molto luminosa, distante da noi almeno qualche miliardo di anni luce e che emetta fotoni ad alta energia» prosegue la ricercatrice. «Ma si deve anche comportare bene: vorremmo che emettesse i fotoni allo stesso istante, quindi processi intrinseci che comportino che alcuni fotoni partano prima o dopo altri non andrebbero bene. Un modo per andare sul sicuro, è selezionare sorgenti astrofisiche che abbiano processi di emissione elettromagnetica di durata il più breve possibile e di avere molti oggetti, in modo da contaminare poco la nostra misura con eventuali ritardi dovuti a processi intrinsechi”.
In questo contesto, i lampi di raggi gamma rappresentano le sorgenti ideali per questo tipo di studi. Si tratta infatti di esplosioni talmente potenti che è possibile osservarle fino a distanze di decine di miliardi di anni luce. I ricercatori hanno così studiato il ritardo di arrivo dei fotoni a energie di qualche decina-centinaia di kiloeletronvolt emessi dai Grb corti rilevati dal satellite Swift, una missione Nasa con partecipazione del Regno Unito e dell’Italia grazie al contributo di Inaf e Asi. Conoscendo la distanza di questi eventi e potendo sottrarre l’effetto intrinseco di ritardo dell’emissione dei fotoni il team ha ottenuto un nuovo limite sull’energia oltre la quale gli effetti di gravità quantistica diventano importanti. «Il lavoro mette in luce quanto sia necessario avere satelliti che misurano con precisione l’energia e il tempo di rivelazione dei fotoni emessi da queste sorgenti per misurare un effetto così piccolo come quello indotto dalla gravità quantistica sulla velocità di propagazione della luce» conclude Bernardini. Anche se il limite ottenuto non permette ancora di convalidare o escludere alcuna teoria di gravità quantistica, il metodo di analisi proposto mostra come in futuro sarà possibile usare i Grb corti come sonde per studiare la ‘rugosità’ dello spazio-tempo con gli strumenti di nuova generazione previsti per i prossimi anni. Ad esempio, con il Cherenkov Telescope Array sarà possibile rivelare l’emissione elettromagnetica dei Grb ad energie pari a qualche teraelettronvolt (migliaia di miliardi di elettronvolt), dove fino ad ora queste sorgenti non sono ancora state rivelate, ma anche la rete di microsatelliti Hermes potrà contribuire significativamente a questi studi. Con le sue capacità di risoluzione temporale, Hermes rappresenterà infatti una sorta di cronometro estremamente preciso per la misura di eventuali ritardi nell’arrivo dei fotoni alle diverse energie emessi dai Grb.

Da:
http://www.media.inaf.it/2017/11/24/speed-light-bernardini/

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venerdì 22 dicembre 2017

CACCIA AGLI ESOPIANETI


La caccia ai pianeti rocciosi extrasolari entra in una nuova avanzatissima fase grazie a uno strumento innovativo che promette rivelazioni sensazionali. Si chiama "Espresso" acronimo inglese che sta per Spettrografo echelle per osservazioni di esopianeti rocciosi e spettroscopia ad alta precisione ed è installato sul telescopio Vlt dell'Eso, all'Osservatorio del Paranal, nel Cile settentrionale. "Espresso" è uno spettrografo di terza generazione e sarà il successore dello strumento Harps dell'Eso installato all'Osservatorio di La Silla e, il 27 novembre 2017, ha già visto la sua prima luce. Secondo gli esperti, il salto in avanti rispetto al predecessore è enorme, con una precisione di appena pochi centimetri al secondo. Per la prima volta in assoluto, "Espresso" sarà in grado di combinare la luce di tutti e quattro i telescopi principali del telescopio cileno, raggiungendo il potere di raccolta della luce equivalente a quella di un singolo telescopio da 16 metri di diametro.


 Il progetto vede un importante contributo italiano attraverso l'Istituto Nazionale di Astrofisica. "'Espresso' è uno strumento fuori dal comune - ha spiegato Filippo Maria Zerbi, direttore scientifico dell'Inaf - e fuori dal comune è stata la sfida decennale per concepirlo, realizzarlo e portarlo pienamente funzionale al telescopio". Il nuovo spettrografo rivela minuscoli cambiamenti nello spettro della stella dovuti al movimento del pianeta che le orbita intorno. Questo metodo, detto delle velocità radiali, funziona perché l'attrazione gravitazionale del pianeta influenza la stella madre, facendola oscillare leggermente. Meno massiccio è il pianeta e più piccola è l'oscillazione: di conseguenza, per trovare pianeti rocciosi, che abbiano anche la possibilità di ospitare la vita, è necessario uno strumento di altissima precisione. Con questo metodo, "Espresso" sarà in grado di rivelare alcuni dei pianeti più leggeri mai trovati.

da:

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martedì 19 dicembre 2017


CORSI E RICORSI…PROTOSTORICI?

ANCHE L’HOMO SAPIENS E’ UN PRODOTTO DELL’EDITING GENETICO ANTE LITTERAM?

VEDIAMO COSA SONO E A COSA SERVONO I “GENE DRIVE”…E RIFLETTIAMO!

GENE DRIVE da Wikipedia:
"Nella genetica , il gene drive è il fenomeno in cui l' ereditarietà di un particolare gene o gruppo di geni è favorevolmente distorta. L'impulso genetico può sorgere attraverso una varietà di meccanismi e determina un aumento della prevalenza in una popolazione. Le unità genetiche ingegnerizzate sono state proposte per fornire un mezzo efficace per modificare geneticamente popolazioni o anche intere specie."



Perché la DARPA è così interessata ai metodi di estinzione genetica?

I finanziamenti militari degli USA a questo ramo della ricerca genetica hanno scatenato un nuovo dibattito.

Una delle possibilità più straordinarie date dalle nuove tecniche di editing genetico è quella di costruire i cosiddetti "gene drive": sistemi che assicurano che un gene sia sempre trasmesso a tutta la generazione successiva, aggirando la selezione naturale. Le applicazioni di questa tecniche sono moltissime: dal creare popolazioni selvatiche di zanzare immuni alla malaria, all’estinguere specie invasive, come vorrebbe fare la Nuova Zelanda. Non è una novità che la DARPA — l’agenzia della ricerca militare statunitense — stia studiando da vicino queste tecnologie, in particolare per quanto riguarda la possibilità di renderle reversibili. Questo interesse, però, si direbbe più consistente di quanto dichiarato in passato, per un ammontare di cento milioni di dollari in fondi dedicati: una serie di email ottenute dall’ONG anti-biotech ETC Group ha infatti appena rivelato che la DARPA sarebbe il primo finanziatore al mondo delle ricerche sui gene drive. Proprio in questi giorni, a Montreal, si è riunito il gruppo di consulenza tecnica dell’ONU Convention on Biological Diversity (UNCBD), che ha un ruolo fondamentale nel formare le linee guida internazionali su questo tema. Lo scorso anno, l’ETC Group aveva presentato senza successo proprio all’UNCBD una petizione per l’istituzione di una moratoria sulla ricerca e l’uso dei gene drive.  Jim Thomas, co-direttore dell’ETC group, sostiene che l’influenza sullo sviluppo della tecnologia esercitata dalla DARPA rafforzi la necessità di una moratoria. "La possibilità che questa tecnologia possa essere utilizzata con la doppia finalità di alterare o estinguere popolazioni naturali è una minaccia non solo per l’ecosistema ma anche per la pace" ha dichiarato al Guardian. “Il finanziamento da parte di una agenzia militare alla ricerca sui gene drive potrebbe violare la Convenzione sul divieto dell'uso di tecniche di modifica dell'ambiente a fini militari”. La DARPA sembra condividere alcune delle preoccupazioni degli attivisti. “Le tecniche di gene editing, in particolare i gene drive, stanno facendo passi da gigante," ha spiegato un portavoce della DARPA a Gizmodo. "Al progresso non sono però corrisposti i miglioramenti negli standard di bio-sicurezza necessari a proteggere da possibili rischi.” Effettivamente, cinque dei sette team che le mail hanno rivelato essere finanziati dall’agenzia militare lavorano proprio sulla bio-sicurezza della tecnica, con in particolare un gruppo dell’MIT che studia come rendere queste tecniche reversibili. Molti degli scienziati personalmente identificati nelle mail non hanno preso bene le accuse degli attivisti anti-biotech di voler influenzare segretamente il processo decisionale delle Nazioni Unite verso una regolamentazione più lassa. “Vogliono far credere che c’è un fine secondario spregevole in cose che io credo essere fondamentalmente per il bene comune, come se fossimo una cabala,” ha dichiarato a Science Robert Friedman del J. Craig Venter Institute, uno degli esperti di Montreal il cui nome ricorre nelle e-mail, in particolare per quanto riguarda il reclutamento di altri esperti per il forum dell'UNCBD. “La petizione per una moratoria con firme da oltre 170 ONG invece è nata per immacolata concezione?,” ha detto Friedman, insinuando che i gruppi di scienziati raramente sono così ben organizzati. Un editoriale non firmato su Nature ha chiamato l’intera faccenda un "tentativo non fondato di polarizzare la questione", paragonando la vicenda al Climategate, in cui email di ricercatori che si occupavano dei cambiamenti climatici erano state fatte trapelare alla stampa subito prima di un meeting delle Nazioni Unite sul tema, ed estrapolate dal contesto per delegittimare la ricerca nel campo. Gli scienziati coinvolti sembrano in larga misura condividere le preoccupazioni sui potenziali effetti collaterali dei gene drive: esistono linee guida volontarie stilate dai ricercatori e dei principi generali per il finanziamento di progetti sul tema, anche se la regolamentazione nazionale e internazionale continua a latitare. Il problema non è da sottovalutare, specialmente visto che tanto i vantaggi quanto i rischi dei gene drive in natura certamente trascendono i confini nazionali. Il coinvolgimento della DARPA e la mancanza di trasparenza, reale o percepita che sia, potrebbero fare tutta la differenza sull’uso di queste tecniche fuori dal laboratorio.

Da:

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venerdì 15 dicembre 2017

ANCORA...PANSPERMIA!


SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO)

LA VITA SULLA TERRA POTREBBE ESSERE NATA PRIMA NELLO SPAZIO?

Negli ultimi decenni gli scienziati si sono più volte interrogati sulla natura della vita sulla Terra, ipotizzando vari possibili scenari e pubblicando molte teorie a riguardo. A gettare ancora più interrogativi sulla questione ci ha pensato il Journal of Chemical Physics. Nell'ultima pubblicazione, infatti, gli scienziati ipotizzano che la vita come la conosciamo oggi, potrebbe aver avuto origine nello spazio, all'interno del Sistema Solare, per poi svilupparsi sul nostro pianeta. Lo studio pubblicato dal giornale, e ripreso anche dall'Istituto Nazionale di Astrofisica, sostiene che piccole molecole organiche sarebbero in grado di svilupparsi anche in ambienti gelidi ed esposti a forti radiazioni, appunto come lo spazio. Tuttavia, è estremamente difficile portare queste condizioni in laboratorio, ma i ricercatori dell'Università di Sherbrooke, in Canada ci sono andati vicini, servendosi di alcune pellicole estremamente sottili di ghiaccio che contengono metano ed ossigeno. In questo modo, sottoponendo le lastre ad un vero e proprio bombardamento di elettroni ed altre radiazioni, hanno potuto osservare le reazioni delle molecole di ghiaccio, che hanno portato alla creazione di altre molecole. Il tutto è stato effettuato in condizioni di vuoto, che sono necessarie per riprodurre quanto più fedelmente possibile le condizioni a cui si trova la materia fuori dall'atmosfera del nostro pianeta. Si tratta della prima volta che viene portato a termine uno studio sugli elettroni secondari a bassa energia. Nello studio, visualizzabile per intero a questo indirizzo:


si legge che le lastre sottoposte al bombardamento di elettroni secondari hanno portato alla creazione di molecole di acetilene, etano e propilene, e sono anche stati trovati collegamenti con altre molecole organiche come metanolo, formaldeide ed acido acetico.

Da:
https://tech.everyeye.it/notizie/la-vita-sulla-terra-potrebbe-essere-nata-nello-spazio-secondo-alcuni-ricercatori-314865.html

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martedì 12 dicembre 2017

MODIFICARE L'RNA PER CURARE LE MALATTIE :FORSE ORA SI PUO' !





Ora siamo in grado di applicare modifiche temporanee all’rna


Il nuovo sistema Repair modifica l’rna, piuttosto che il dna, nelle cellule umane. Uno nuovo strumento fondamentale per poter curare le malattie, senza così modificare il genoma .


A ormai cinque anni dalla sua comparsa nel mondo della medicina e delle genetica, dimostrando applicazioni promettenti dalla cura per i cancro e hiv ai biocarburanti e all’agricoltura, Crispr continua a sorprenderci. Infatti, la più avanzata tecnica di manipolazione del dna, che permette di intervenire con estrema precisione su specifici segmenti di dna per eliminare geni e mutazioni dannose o inserirne di utili, da ora in poi potrà operare anche sull’rna, acido nucleico implicato in vari ruoli, come appunto la codifica, la trascrizione, la regolazione ed l’espressione dei geni. E questo grazie a Repair, il nuovo sistema messo appunto dai ricercatori del Broad Institute e del Mit, che appunto si basa su Crispr per riuscire a modificare l’rna nelle cellule umane. Come hanno spiegato i ricercatori sulle pagine di Science, questo nuovo modo di manipolazione, che altera i prodotti genetici senza però modificare il genoma, sarà uno strumento fondamentale per la ricerca e il trattamento delle malattie. Più precisamente Repair, acronicmo di Rna Editing for Programmable A to I Replacement, è in grado di operare su singoli nucleotidi che costituiscono la catena dell’rna, che ha il compito di trascrivere le informazioni del dna necessarie per la sintesi proteica, consentendo agli scienziati di correggere mutazioni in diverse finestre temporali, anche durante i periodi fondamentali di sviluppo umano. In questo caso, precisano gli autori, non si manipolerebbe il dna, sollevando così gli scienziati dalle preoccupazioni etiche legate alle modifiche dirette e permanenti sul genoma.“La capacità di correggere le mutazioni che causano malattie è uno degli obiettivi primari dell’editing genomico”, spiega l’autore Feng Zhang. “Finora disattivavamo alcuni geni, ma in realtà non sappiamo ancora come recuperare la funzione della proteina persa. Questa nuova capacità di modificare l’rna apre più opportunità per recuperare questa funzione e trattare molte malattie, in quasi ogni tipo di cellula”. Infatti, a differenza delle modifiche permanenti al codice genetico richieste per la modifica del dna, l’editing dell’rna offrirà un modo più sicuro e flessibile per effettuare correzioni nelle cellule. “Il nuovo sistema può riparare le mutazioni (a livello dell’rna) senza alterare il genoma e, quindi, è una correzione potenzialmente reversibile”, precisa il co-autore David Cox. Per progettare Repair, i ricercatori hanno analizzato la famiglia di enzimi Cas13, selezionando dal batterio Prevotella l’enzima PspCas13b, e lo hanno successivamente combinato con una proteina chiamata Adar2. Un composto che si è mostrato il più efficace per scegliere a una sequenza bersaglio di rna e intervenire senza danneggiare le altre sequenze. “Il successo che abbiamo avuto con questa tecnica è davvero incoraggiante e ci sono chiari segni che potrà evolversi ulteriormente, migliorando precisione ed efficacia”, spiega Omar Abudayyeh, co-autore dello studio. Per dimostrare il potenziale terapeutico di Repair, il team ha per prima cosa sintetizzato le mutazioni patogene che causano l’anemia di Fanconi e diabete insipido nefrogenico. Poi le ha introdotte nelle cellule umane e le ha corrette con Repair, dimostrando quindi il successo e l’efficacia di questa nuova tecnica.


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