IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
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LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 20 febbraio 2018

CERVELLO UMANO E COMPUTER: SEMPRE PIU' SIMILI



Computer: ora possono funzionare come un cervello umano

Immaginati come un nuovo tipo di intelligenza artificiale, i nuovi computer aumenteranno la percezione e il processo decisionale per applicazioni per auto a guida automatica oltre a diagnosi sul cancro.

La tecnologia non è mai costante e le innovazioni sono sempre dietro l’angolo e pronte a cambiare il modo in cui viviamo. Mentre la tecnologia è in evoluzione e continua a stupirci, i ricercatori degli Stati Uniti hanno ora sviluppato un superconduttore che “impara” come la sua controparte biologica: il cervello umano. Lo switch, chiamato sinapsi, sviluppato presso il National Institute of Standards and Technology (NIST) in Colorado, collega i processori e memorizza le memorie all’interno di futuri computer. In questo modo, funzioneranno come se fossero dei cervelli umani. Immaginato come un nuovo tipo di intelligenza artificiale, i computer potranno aumentare la percezione ed il processo decisionale per le applicazioni quali auto a guida automatica e diagnosi di malattie importanti tra le quali il cancro, ha riferito Xinhua.

Computer sempre più simili a cervelli umani

La sinapsi biologica è una connessione o un passaggio tra due cellule cerebrali. La sinapsi artificiale del NIST, un cilindro metallico con un diametro di 10 micrometri, è un interruttore di collegamento tra i picchi elettrici in ingresso ed i segnali in uscita. Funziona nello stesso modo in cui una sinapsi umana passa rapidamente tra due cellule cerebrali. Secondo lo studio, la sinapsi del NIST verrebbe utilizzata in computer neuromorfici fatti di superconduttori, che possono trasmettere elettricità senza resistenza e, quindi, sarebbero più efficienti di altri progetti basati sui software.
I dati verrebbero trasmessi, elaborati e archiviati in unità di flusso magnetico. “La sinapsi del NIST ha un fabbisogno energetico inferiore rispetto alla sinapsi umana. Non conosciamo altre sinapsi artificiali che consumano meno energia”, ha riferito il fisico del NIST Mike Schneider in un comunicato stampa. La sinapsi del NIST è in grado di riconoscere miliardi di informazioni al secondo. Sia le sinapsi reali che quelle artificiali possono così mantenere vecchi circuiti e crearne di nuovi.

http://www.tecnoandroid.it/2018/01/30/computer-ora-possono-funzionare-come-un-cervello-umano-295683

PER APPROFONDIMENTI:






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LA VERA "GENESI" DELL'UOMO E' COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO? OPPURE E' UNA STORIA COMPLETAMENTE DIVERSA?

"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
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lunedì 19 febbraio 2018

CIBERNETICA, I.A.,EVOLUZIONE E...SINGOLARITA' TECNOLOGICA ?


"Io, primo uomo-robot. Parleremo col cervello"

Anno 1998: Kevin Warwick si fa impiantare un chip nel braccio, comincia una nuova era. Poi con gli elettrodi mette in comunicazione il suo sistema nervoso e quello della moglie

Kevin Warwick, classe 1954, è un professore universitario e ricercatore inglese di cibernetica e robotica applicata all’essere umano. Oggi è vicerettore dell’Università di Coventry, ma è diventato famoso vent’anni fa, nel 1998 con il ‘Progetto Cyborg’. Warwick fu il primo uomo-robot, ovvero il primo uomo a impiantarsi un chip nel braccio. Un esperimento che ha rivoluzionato la storia delle interazioni uomo-macchina. "Prima di allora, quel tipo di impianto era stato provato solo su animali, in particolare sui gatti, e sul loro sistema nervoso. E veniva tolto dopo tre giorni".

Per quanto tempo ha avuto quel chip nel braccio?

"Tre mesi. Solo il fatto di averlo tenuto così a lungo ha avuto un enorme impatto sulle ricerche mediche, perché ha dimostrato che non c’erano controindicazioni, che il corpo umano poteva ‘sopportare’ e interagire per lunghi periodi. Il che ha aiutato a superare le perplessità etiche sull’utilizzo in campo medico".

Tre mesi come primo uomo robot: per fare cosa?

"In realtà, molto di più del ‘controllare un braccio-robot’, come è stato a lungo semplificato. Certo, quella era la parte più facile da capire e da spiegare, e anche con più applicazioni pratiche".

Quali sono state?

"Oggi lo stesso tipo di chip aiuta molte persone paralizzate a recuperare almeno in parte i movimenti. In molti casi di paralisi, il cervello funziona ma i moto-segnali, se appaiono, non arrivano dove dovrebbero arrivare, causa le lesioni nel sistema nervoso o nel midollo, o altri problemi. Il primo giorno del nostro esperimento dimostrammo che si possono prendere segnali nervosi e ri-trasmetterli come se lo facesse il sistema nervoso".

E negli altri 89 giorni, cosa avete testato?

"Nuove forme di comunicazione nervi-cervello, input extrasensoriali, controllo di parti robotizzate, e anche ‘giochini’ come cambiare il colore dei gioielli".

Con quell’esperimento è arrivata la fama, la copertina di ‘Wired’… .

"Arrivarono anche moltissime critiche, attacchi che non mi sarei mai aspettato, accuse di aver fatto tutto ciò solo per la notorietà".

Poi però lei ha fatto una cosa ancora più rivoluzionaria: mettere in comunicazione due sistemi nervosi, il suo e quello di sua moglie, tramite due chip.

"È l’esperimento che mi ha dato più soddisfazione in assoluto, in tanti anni di ricerche. Ho un background nel campo della comunicazione e vedo che, come esseri umani, il modo in cui mandiamo segnali da cervello a cervello è molto povero, rispetto a come comunica la tecnologia. Quello che facemmo, con mia moglie, fu mandare segnali dal sistema nervoso dell’uno a quello dall’altra. Abbiamo dimostrato che l’uomo può espandere le proprie capacità sensoriali. Noi esseri umani saremo in grado di comunicare solo attraverso il pensiero".

Una prospettiva affascinante e paurosa allo stesso tempo.

"Cambierà completamente l’essere umano. La domanda è proprio: quanto saremo ancora umani? Non lo so, non siamo ancora in grado di comunicare così".

Quanto siamo lontani dal ‘comunicare solo attraverso la mente’? Lei ha salito il primo gradino.

"Siamo ancora su quel primo gradino, anche se penso che in tutto ne serviranno tre o quattro. Facemmo il primo passo, e anche quello fu cruciale. Credo che il prossimo esperimento sarà cruciale: cercare di connettere due cervelli".

Però sono passati 15 anni, e nessuno è andato avanti in questo filone di ricerca. Come se lo spiega?

"Ne sono sorpreso anch’io. Perché la scienza funziona così, un esperimento dopo l’altro. Certo, noi prendemmo dei rischi, che ora però non esistono più".

La scienza però incontra anche tanti ostacoli.

"Ricordo la prima volta che sono venuto a Napoli. Il taxi ha passato tre semafori rossi consecutivi. Per me era impensabile. ‘Qui fermarsi al rosso è opzionale’, mi spiegò il tassista. Mi è piaciuto molto come concetto, perché nelle ricerche che porto avanti, ci sono molti semafori rossi: non puoi far questo, non puoi far quello. E se ti fermi sempre a questi semafori rossi, non vai dove vuoi andare, la ricerca non procede".

Forse lo stop arriva dagli aspetti etici del ‘connettere due cervelli’?

"Per far esperimenti di questo genere devi avere approvazioni dal comitato etico, ma è proprio da un punto di vista etico che la ricerca deve andare avanti: scoprire se una cosa si può fare, se fa bene o se fa male".

Lei studia le connessioni fra mente e chip, eppure da sempre sottolinea i pericoli dell’intelligenza artificiale.

"Dico ‘attenzione a quel che creiamo’ fin dal 1997, col il libro ‘La marcia della macchine’. Oggi lo dicono anche Elon Musk e Stephen Hawking. È un bene che ci sia questa consapevolezza".

Ha paura di lasciare troppo spazio alle macchine?

"In un certo senso sì. Possono essere intelligenti in modi molto specifici e settoriali, ma non hanno l’intelligenza generale che ha il cervello umano. Non capiscono le battute, le sfumature, le emozioni".

Che cosa le piacerebbe sperimentare?

"Non ho abbandonato l’idea di connettere due cervelli, anche se mia moglie vorrebbe tanto che smettessi di pensarci. Ma ne ho avuto abbastanza delle critiche di 15 anni fa".




PER APPROFONDIMENTI:






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venerdì 16 febbraio 2018

LA NUOVA FRONTIERA DEI MICROCHIP RETINALI


Impiantato microchip sotto la retina contro la cecità, prima volta in Italia

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

E' un microchip di circa 3 millimetri e 1.600 sensoried è in grado di restituire una visione indipendente,senza la necessità di supporti esterni come telecamere o occhiali. Un vero e proprio modello di retina artificiale, impiantato all'ospedale San Raffaele di Milano" per la prima volta in Italia", fanno sapere dalla struttura del gruppo ospedaliero San Donato. La protesi sottoretinica hi-tech è stata utilizzata su una donna non vedente che ora "sta bene ed è stata dimessa dall'ospedale", dopo il delicato intervento durato quasi 11 ore, condotto da un'équipe di specialisti in chirurgia vitreo - retinica e oftalmo - plastica dell'Unità di Oculistica, diretta da Francesco Maria Bandello. L'operazione è stata interamente finanziata da Banca Mediolanum.


Ora la paziente attende l'accensione del microchip che stimolerà gradualmente la retina, consentendole di 'imparare' nuovamente a vedere. Il microchip, denominato Alpha Ams e prodotto dalla compagnia tedesca Retina Implant è stato pensato per persone che hanno perso la vista durante l'età adulta a causa di gravi malattie genetiche della retina, come la retinite pigmentosa. Il dispositivo può ripristinare la percezione della luce e delle sagome di alcuni oggetti e persone circostanti. Si tratta, spiegano gli esperti, "del sistema di visione artificiale più evoluto al mondo". Il funzionamento si basa sulla sostituzione dei fotorecettori della retina, cioè le cellule specializzate (i coni e bastoncelli) deputate a tradurre la luce in segnali bioelettrici che arrivano al cervello attraverso il nervo ottico. I fotorecettori ormai non più funzionanti vengono sostituiti da un fotodiodo, un microscopico apparato elettronico in grado di trasformare la luce in uno stimolo elettrico. Il microchip viene inserito al di sotto della retina, in corrispondenza della macula, in modo da stimolare il circuito nervoso che naturalmente collega l'occhio al cervello: in questo modo si sostituisce all'attività delle cellule non più in grado di fare il loro lavoro. L'équipe di camici verdi - diretta da Marco Codenotti, responsabile del servizio di Chirurgia vitreo-retinica dell'Irccs di via Olgettina, coadiuvato per la parte extraoculare da Antonio Giordano Resti, responsabile del servizio di Chirurgia oftalmo-plastica dello stesso ospedale - ha eseguito l'intervento il 20 gennaio. La paziente ha 50 anni e soffre fin da giovane di retinite pigmentosa, malattia genetica che provoca la graduale riduzione della vista. I primi sintomi sono iniziati durante l'adolescenza e in seguito la visione si è gradualmente ridotta fino a esaurirsi totalmente. Oltre al microchip che è stato inserito al di sotto della retina, è stato posizionato dietro all'orecchio - sotto la pelle nella regione retroauricolare - un circuito di collegamento che lo unisce all'amplificatore del segnale elettrico. Per Codenotti si può parlare di "un vero e proprio 'occhio bionico', perché il dispositivo è appunto all'interno dell'occhio e non ha bisogno di ausili esterni". Finora questo nuovo modello di protesi sottoretinica (Alpha Ams) è stato impiantato in pochissimi pazienti ed esclusivamente in 2 centri europei. Ora la prima italiana. "L'intervento - confida Codenotti - è stato il più complicato che abbia mai eseguito. Ogni passo è fondamentale e delicato e la riuscita dell'intervento può essere compromessa da un momento all'altro. L'aver visto il microchip posizionato correttamente è stato per me un sogno realizzato, una grandissima emozione". Adesso, continua lo specialista, "ci aspettiamo una stimolazione retinica che gradualmente potrà portare la paziente a reimparare a vedere, muovendo i propri occhi".Per l'ingegnere Elena Bottinelli, amministratore delegato del San Raffaele, l'intervento "conferma la vocazione dell'ospedale e di tutto il gruppo ospedaliero San Donato ad adottare le soluzioni più innovative per i propri pazienti. Grazie a Banca Mediolanum e all'esperienza della nostra oculistica, è stato possibile raggiungere questo importante risultato, sperimentando una nuova tecnologia. Un passo avanti importante per i pazienti affetti da queste gravi patologie".Banca Mediolanum, afferma l'amministratore delegato Massimo Doris, "ha deciso di finanziare interamente il primo impianto italiano di microchip sottoretinico, considerato il più evoluto sistema di visione artificiale al mondo. Un progetto pionieristico che apre una nuova strada nella chirurgia vitreoretinica e soprattutto accende una speranza nelle persone affette da malattie genetiche ereditarie, come la retinite pigmentosa. Poter essere al fianco di una realtà di eccellenza in campo medico e scientifico, quale l'Irccs ospedale San Raffaele, non vuol dire solo aver dato un sostegno economico, ma essere stato un tassello di un progetto innovativo che mi auguro possa coinvolgere numerosi altri finanziatori che intendano seguire il nostro esempio".

Da:

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martedì 13 febbraio 2018

IL MODULO SPAZIALE EUROPEO COLUMBUS …E LA VITA NELLO SPAZIO


Il  modulo Columbus sulla Stazione Spaziale Internazionale, il centro di ricerca europeo nello spazio. Negli ultimi 10 anni, è stato utilizzato dagli astronauti per condurre esperimenti su se stessi, coltivare piante e persino sviluppare nuovi metalli: scopriamone di più. Dieci anni fa, Columbus è stato lanciato nella stiva dello shuttle Atlantis. Il primo laboratorio europeo in orbita è stato costruito per la Stazione Spaziale Internazionale. Ora è un proficuo luogo di lavoro, il preferito dall'astronauta italiano Paolo Nespoli, recentemente tornato dallo spazio.


PAOLO NESPOLI, ASTRONAUTA:
"Per un astronauta europeo, è un po' come essere a casa: per definizione, quando un astronauta europeo vola, è responsabile di Columbus, del laboratorio stesso, il che significa mantenerlo, assicurarsi che tutto proceda al meglio". Dieci anni fa, l'astronauta Leopold Eyharts era sulla navetta per supervisionare l'installazione. Il modulo pesa ben 10 tonnellate.

LEOPOLD EYHARTS, ASTRONAUTA:
"Sono stato fortunato a far parte di questa missione ed essere il primo astronauta europeo ad entrare nel Columbus, in pratica è il posto principale a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, il modulo all'interno è molto ben organizzato: è un vero laboratorio scientifico". "Qui abbiamo un ambiente di microgravità permanente, quindi possiamo fare esperimenti con una lunga esposizione alla microgravità, è un'autentica infrastruttura scientifica". La crescita delle piante rappresenta un esempio di come gli esperimenti a lungo termine possano produrre risultati rivoluzionari, che potrebbero aiutare a nutrire gli astronauti nello spazio in futuro.



ANN-IREN KITTANG JOST, RESPONSABILE RICERCA INTERDISCIPLINARE:
"In realtà, possiamo coltivare piante in microgravità o assenza di peso: le piante possono adattarsi, possono germogliare dai semi, attraversare l'intero ciclo di vita e produrre nuovi semi, quindi si adattano abbastanza bene a queste condizioni, il che è piuttosto affascinante". Un altro esperimento di lunga data sul Columbus, chiamato Expose, ha visto forme di vita dalla Terra esposte al vuoto dello spazio, al di fuori del Columbus per diverse settimane.

ELKE RABBOW, ASTROBIOLOGA:
"Tre di queste forme sono finite dentro la missione Expose sino alla Stazione Spaziale: insieme ad esse, abbiamo inviato diversi microorganismi, dai batteri ai licheni e anche alcune larve di animali e, in effetti, quando sono tornati, diversi di questi organismi erano sopravvissuti". Molti degli esperimenti si svolgono sugli stessi astronauti, testando muscoli, ossa, sangue e cervello.

Tra le scoperte sorprendenti, il cervello degli astronauti ha una ridotta attività elettrica e una ridotta capacità nello spazio, sebbene nessuno sappia esattamente il perché. Un altro studio a lungo termine, chiamato Dosis, ha creato una mappa 3D dei cambiamenti abbastanza significativi nei livelli di radiazioni che gli astronauti incontrano in diverse parti del modulo Columbus. Si è scoperto, inoltre, che la dose di radiazioni che i loro corpi ricevono dipende anche da altri fattori.

THOMAS BERGER, RESPONSABILE GRUPPO RICERCA BIOFISICA CENTRO EUROPEO ASTRONAUTI:
"Poiché Dosis 3D è in funzione da molto tempo, potremmo anche vedere i cambiamenti nell'ambiente radiattivo, dovuti al fatto che, ad esempio, la Stazione Spaziale è stata sollevata di 70 km in altitudine, il che ha cambiato l'ambiente di radiazione: potremmo vedere le variazioni dovute al ciclo solare, a seconda che il Sole sia molto o poco attivo". Sperimentare in un ambiente privo di gravità ha permesso a questi scienziati di sviluppare nuove leghe metalliche, che vengono ora utilizzate in applicazioni ad alta tecnologia sulla Terra. E mentre a terra possono controllare e riconfigurare i loro strumenti, in orbita si affidano interamente all'equipaggio della Stazione Spaziale.

THOMAS VOLKMANN, CENTRO AEROSPAZIALE TEDESCO:
"Gli astronauti sono importanti per noi, hanno installato la struttura, cambiato i sistemi delle telecamere, per determinati esperimenti possiamo aver bisogno di fotocamere ad alta risoluzione spaziale, o per altri esperimenti abbiamo bisogno di un livello di frame elevato, tutto ciò è messo in atto dagli astronauti". Columbus è solo un modulo della Stazione Spaziale Internazionale, con a bordo anche laboratori americani, giapponesi e russi. La piattaforma, fondata da un modulo russo nel 1998, dovrebbe funzionare anche nel prossimo decennio.

LEOPOLD EYHARTS, ASTRONAUTA:
"La Stazione Spaziale Internazionale è anche un ottimo strumento per preparare il futuro dell'esplorazione, dal punto di vista medico sullo studio del corpo umano, ma anche tecnologico, della robotica ed altri tipi di cose utilizzabili nell'esplorazione futura".

PAOLO NESPOLI, ASTRONAUTA:
"È incredibile che in uno spazio relativamente piccolo, perché alla fine si tratta di un modulo, grande quanto una stanza, puoi fare tutto ciò che vuoi relativamente alla scienza nello spazio".

Da:
http://it.euronews.com/2018/01/18/space-il-centro-europeo-astronauti-e-il-columbus


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sabato 10 febbraio 2018

UN BARLUME DI SPERANZA PER LE VITTIME DELL'URANIO DEPLETO?


Uranio impoverito, «morti sconvolgenti tra i militari». E ora litigano tutti

Perché tutti quei morti di cancro tra i militari ma anche civili dentro o in prossimità di basi delle Forze Armate? Perché quei 1.101 tra morti e malati nella sola Marina Militare? E’ una relazione finale sconvolgente, quella dalla Commissione parlamentare che ha indagato sull’uso di uranio impoverito e di amianto nelle operazioni della Difesa. «Sconvolgente», è anche la parola usata dalla stessa commissione per definire le «criticità», l’approssimazione e le coperture delle autorità militari e di governo nel gestire una situazione che si è protratta troppo a lungo, quasi che vi fosse una presunzione di «impunità» da parte degli apparati militari. La relazione finale, passata con 10 voti a favore e 2 contro (quelli di Elio Vito e di Mauro Pili), è stata presentata oggi alla Camera dal presidente della Commissione, Gian Piero Scanu (Pd), che ha annunciato la trasmissione del documento (248 pagine) alla procura di Roma perché valuti eventuali ipotesi di reato.
Una relazione che diventa un atto di accusa pesantissimo, ma che ora fa litigare tutti. Litigano i politici, perché il centrodestra difende i capi delle Forze armate e definisce «antimilitarista» la relazione. Litigano i vertici della Difesa, infuriati e sdegnati per la relazione. Litigano persino gli scienziati, in maggioranza convinti che l’uranio sia un fattore cancerogeno, mentre altri (una minoranza) lo negano e addirittura uno degli esperti ascoltati dalla commissione nega di averlo detto.


La relazione:

«Mai più militari morti e ammalati senza sapere perché. Mai più una `penisola interdetta´, come quella Delta del Poligono di Capo Teulada. Mai più una gestione del territorio affidata in via esclusiva all’autorità militare, senza interlocuzioni con l’amministrazione dell’ambiente, con la Regione e con le Autonomie locali: ecco gli obiettivi perseguiti dalla quarta Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito». È quanto si legge nella relazione finale sull’attività svolta dalla Commissione. «Garantire al meglio la sicurezza e la salute dei militari non è un sogno, ed è un atto dovuto alle nostre Forze armate per l’impegno e lo spirito di sacrificio dimostrati ogni giorno al servizio del Paese», si legge ancora. La commissione spiega: «La Penisola Delta del Poligono di Capo Teulada è diventata il simbolo della maledizione che per troppi decenni ha pesato sull’universo militare: utilizzata da oltre 50 anni come zona di arrivo dei colpi, permanentemente interdetta al movimento di persone e mezzi. Le immagini satellitari ritraggono una discarica non controllata: sulla superficie tonnellate di residuati contenenti cospicue quantità di inquinanti in grado di contaminare suolo, acqua, aria, vegetazione, animali. E l’uomo. Non sorprendono, a questo punto, le indagini condotte dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari per il delitto di disastro doloso. L’omessa bonifica per ragioni di `convenienza´ economica e il prosieguo delle esercitazioni sono scelte strategiche che stonano a fronte di un crescente e assordante allarme prodotto dalla penisola interdetta tra cittadini e istituzioni».
L’uranio, ma anche l’amianto ed i poligoni sono stati usati usati come «discariche non controllate». Nel settore della salute e della sicurezza sul lavoro delle forze armate sono state scoperte «criticità sconvolgenti», che «in Italia e nelle missioni all’estero hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i militari», malgrado il «negazionismo» dei vertici della Difesa e gli «assordanti silenzi generalmente mantenuti dalle Autorità di Governo».


Lo sdegno delle autorità militari:

All’attacco frontale della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito replica con altrettanta durezza lo Stato Maggiore della Difesa: «accuse inaccettabili, noi tuteliamo la salute dei militari, adottando tutte le cautele e controlli sanitari periodici».
«I vertici militari - è scritto nel comunicato dello Stato Maggiore - sentono come prima responsabilità e dovere quello di preservare e difendere la salute del proprio personale in ogni circostanza». Lo Stato Maggiore ribadisce che le «Forze armate italiane mai hanno acquistato o impiegato munizionamento contenente uranio impoverito» e ciò è stato confermato «anche dalle commissioni tecnico-scientifiche ingaggiate dalle 4 Commissioni parlamentari che dal 2005 ad oggi hanno indagato su tale aspetto. Centinaia di ispezioni in siti militari, aree addestrative, poligoni con decine e decine di analisi di suoli e acque hanno concordemente escluso presenza di uranio impoverito da munizionamento e spiace che tale dato oggettivo e inoppugnabile sia stato omesso nelle dichiarazioni pubbliche della Commissione».


La polemica scientifica:

Il presidente della Commissione, Scanu, ha definito «pietra miliare» un passo del documento che parla di «nesso di causalità tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate» dal personale in divisa. Ma proprio su questo punto si è aperta una polemica scientifica. La Relazione cita infatti l’audizione di Giorgio Trenta, presidente dell’Associazione italiana di radioprotezione medica, che ha «riconosciuto la responsabilità dell’uranio impoverito nella generazione di nanoparticelle e micropolveri, capaci di indurre i tumori che hanno colpito anche i nostri militari inviati ad operare in zone in cui era stato fatto un uso massiccio di proiettili all’uranio». Il professore parla però di «parole travisate, non ho mai detto che l’uranio impoverito è responsabile dei tumori riscontrati nei soldati». Scanu replica citando un passo di una perizia firmata da Trenta dove ricorda la responsabilità dei proiettili all’uranio impoverito «nel generare le nanopolveri, che sono, in effetti, la vera causa dell’induzione di molte forme tumorali. In conclusione, si può affermare, mutuando dalla criminologia, che l’uranio depleto è il mandante e le nano-polveri l’esecutore». Sul tema interviene poi un altro esperto, Carmine Pinto, past president dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), secondo cui «potenzialmente l’esposizione continua ed a basse dosi all’uranio impoverito, come quella che potrebbe essersi determinata a danno dei militari in missioni ed esercitazioni, può essere cancerogena».
«Ci sono già 72 sentenze a favore del nesso causa-effetto tra inquinamento bellico e patologie dei soldati e dei cittadini che stanno attorno ai poligoni». Così interviene la fisica Antonietta Gatti, esperta di nanopatologia e consulente di diverse commissioni parlamentari sull’uranio impoverito e del Pm Domenico Fiordalisi, che in Sardegna ha aperto il primo processo sui cosiddetti «veleni» di Quirra nel poligono militare di Perdasdefogu. «A Quirra - spiega - oltre ai soldati ci sono dei pastori e loro famiglie che si sono ammalati di tumore. Queste persone hanno respirato le polveri delle esplosioni. Anni fa per il Pm Fiordalisi avevo analizzato il cadavere di un pastore che il magistrato aveva fatto riesumare: all’interno del canale midollare della tibia ho trovato la testimonianza dell’inquinamento bellico che lui aveva respirato e mangiato nel corso della sua vita».

Le accuse alla magistratura:

La Relazione mette nel mirino anche la magistratura penale che non interviene sistematicamente a tutela della sicurezza e della salute dei militari ed il risultato è «devastante»: nell’Amministrazione della Difesa continua, infatti, «a diffondersi un senso d’impunità» mentre tra le vittime e i loro parenti un dilaga «uno sconfortante senso di giustizia negata». E non c’è solo l’uranio a minacciare la salute di donne e uomini in divisa: l’amianto è presente in navi, aerei, elicotteri. Tanto che la Commissione ha accertato che «solo nell’ambito della Marina Militare 1.101 persone sono decedute o si sono ammalate per patologie asbesto-correlate». Criticità sono emerse nei poligoni (con Capo Teulada «simbolo della maledizione che per troppi decenni ha pesato sull’universo militare») e desta poi «allarme» la situazione missioni all’estero, con «l’esposizione a inquinanti ambientali in più casi nemmeno monitorati».

APPROFONDIMENTO:

L'uranio impoverito è lo scarto del procedimento di arricchimento dell'uranio. La miscela di 235U e 238U, con arricchimento maggiore in 235U della concentrazione naturale (0,7110%), costituisce l'uranio arricchito utilizzato come combustibile nelle centrali nucleari e come principale elemento detonante nelle armi nucleari. Il materiale risultante consiste principalmente in 238U, che ha una minore attività specifica dell'uranio naturale. Il termine è una traduzione dall'inglese depleted uranium, che a volte viene tradotto gergalmente con il termine uranio depleto.


Utilizzi civili:

L'uranio impoverito viene utilizzato in vari campi dell'industria civile. Questo utilizzo è favorito da alcune caratteristiche:
la sua alta densità, che si traduce in un elevatissimo peso specifico;
il basso costo;
la relativa abbondanza (dovuta al fatto che da più di 40 anni si accumula nei depositi materiale di scarto radioattivo);
duttilità;
capacità di assorbire le radiazioni.
I suoi due usi civili più importanti sono come materiale per la schermatura dalle radiazioni (anche in campo medico) e come contrappeso in applicazioni aerospaziali, come per le superfici di controllo degli aerei (alettoni e piani di coda), e navali. Nel disastro aereo di un Boeing 747 ad Amsterdam, nel 1992, si accertò la mancanza di circa 150 kg dell'uranio impoverito, su un totale di 282 kg[4][5]. Esso è usato anche nei pozzi petroliferi come parte delle sinker bars, cioè pesi usati per fare affondare strumentazioni nei pozzi pieni di fango. È usato anche nei rotori giroscopici ad alte prestazioni, nei veicoli di rientro dei missili balistici, negli yacht da competizione come componente della deriva, nelle frecce per il tiro con l'arco e nelle mazze da golf.

Utilizzi militari:


Munizione APFSDS Americana M829; la parte in bianco (a destra) è composta da una lega all'uranio impoverito

Oltre che in applicazioni civili, l'uranio impoverito viene usato nelle munizioni anticarro e nelle corazzature di alcuni sistemi d'arma. Se adeguatamente legato e trattato ad alte temperature (ad esempio con 2% di molibdeno o 0,75% di titanio; temprato rapidamente a 850 °C in olio o acqua, successivamente mantenuto a 450 °C per 5 ore), l'uranio impoverito diviene duro e resistente come l'acciaio temperato (sollecitazione a rottura di ca. 1600 MPa). In combinazione con la sua elevata densità, se usato come componente di munizioni anticarro esso risulta molto efficace contro le corazzature, decisamente superiore al più costoso tungsteno monocristallino, il suo principale concorrente. Per questo, ed essendo inoltre estremamente denso e piroforico (capace di accendersi spontaneamente), negli anni sessanta le forze armate statunitensi iniziarono ad interessarsi all'uso dell'uranio impoverito. La tipica munizione all'uranio impoverito è costituita da un rivestimento (sabot) che viene perduto in volo per effetto aerodinamico e da un proiettile penetrante, chiamato "penetratore", che è la parte che effettivamente penetra nella corazzatura, per il solo effetto dell'alta densità unita alla grande energia cinetica dovuta all'alta velocità. Il processo di penetrazione polverizza la maggior parte dell'uranio che esplode in frammenti incandescenti (fino a 3 000 °C) quando colpisce l'aria dall'altra parte della corazzatura perforata, aumentandone l'effetto distruttivo. Le munizioni di questo tipo vengono chiamate nella terminologia militare API, Armor Piercing Incendiary, ovvero munizioni perforanti incendiarie. Circa 300 tonnellate di uranio impoverito sono state esplose durante la prima guerra del Golfo, principalmente dai cannoni GAU-8 Avenger da 30 mm degli Aerei da attacco al suolo A-10 Thunderbolt, ogni proiettile dei quali conteneva 272 grammi di uranio impoverito. L'uranio impoverito è stato usato anche nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, nella guerra del Kosovo e, in misura minore, nella seconda guerra del Golfo.

Liceità dell'uso di uranio impoverito come arma:

I punti rossi indicano le zone in cui sono stati usati munizionamenti ad Uranio impoverito


Nel 2001 Carla del Ponte, allora a capo del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia affermò che l'uso di armi all'uranio impoverito da parte della NATO avrebbe potuto essere considerato un crimine di guerra. Tuttavia questo punto di vista non è però generalmente accettato, dato che non esiste un trattato ufficiale sul bando delle armi all'uranio impoverito, né leggi internazionali che le vietino espressamente, come fu concluso poco dopo da uno studio commissionato dal predecessore della del Ponte, Louise Arbour.









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