IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

giovedì 24 maggio 2018

I MISTERI DELL'UNIVERSO E L'AMBIZIONE UMANA...


Attivato SuperKEKB, l’acceleratore di particelle a più alta luminosità al mondo

Iniziate le collisioni tra elettroni e antielettroni: i fisici dell’Università di Pisa nella collaborazione internazionale che conduce l’esperimento che si svolge in Giappone

Partite le prime collisioni tra elettroni e antielettroni nell’acceleratore SuperKEKB, progettato per diventare l’acceleratore di particelle a più alta luminosità al mondo. Il 25 aprile nel Laboratorio KEK, a Tsukuba, in Giappone, è entrato nel vivo l’esperimento Belle II, frutto di una vasta collaborazione internazionale (750 fisici e ingegneri provenienti da 25 paesi), al quale partecipa anche l’Università di Pisa. L’obiettivo degli scienziati è chiarire alcuni misteri ancora aperti che riguardano ad esempio l’asimmetria tra materia e antimateria, la materia oscura o le onde gravitazionali esplorando i territori della fisica oltre il Modello Standard. La ricerca si baserà sulla misura di altissima precisione di decadimenti rari di particelle elementari, come i quark beauty, i quark charm e i leptoni tau. “Queste prime collisioni rappresentano una pietra miliare nello sviluppo dell’acceleratore e dell’esperimento – sottolinea Francesco Forti dell’Università di Pisa e dell’INFN, presidente del comitato esecutivo dell’esperimento – Per quanto siano il punto di arrivo del lavoro di costruzione, sono soltanto il punto di partenza della presa dati e delle analisi, che ci porteranno a esplorare nuovi territori della fisica”. “È emozionante osservare per la prima volta nel nostro rivelatore i segnali delle particelle prodotte nelle collisioni elettrone-positrone”, commenta Giuseppe Finocchiaro, ricercatore dei Laboratori Nazionali di Frascati dell’INFN, che coordina la partecipazione italiana all’esperimento. “Terminata la costruzione, inizia ora una nuova fase dell’esperimento, in cui raccoglieremo i primi dati e dovremo imparare a decodificare con precisione la risposta dei nostri complessi strumenti di misura.” A differenza del Large Hadron Collider (LHC) del CERN a Ginevra, che è l’acceleratore più potente del mondo dove vengono fatti scontrare protoni e ioni a energie record, SuperKEKB è stato progettato per essere l’acceleratore di elettroni e positroni a più alta luminosità. Nei prossimi 10 anni di attività di SuperKEKB si prevede che saranno generati circa 50 miliardi di eventi di produzione di coppie di mesoni B e anti-B: una quantità 50 volte superiore all’intero campione di dati del progetto KEKB/Belle. Oltre a Francesco Forti, il gruppo di ricerca dell’Università di Pisa che partecipa all’esperimento è composto da Giovanni Batignani, Stefano Bettarini, Eugenio Paoloni, Giuliana Rizzo, Giulia Casarosa, Thomas Lueck, Laura Zani, Luigi Corona, Michael De Nuccio, ed opera in stretta collaborazione con l’INFN.


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"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
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domenica 20 maggio 2018

SAN MARINO 2018: DUE EVENTI IN UNO...

... ALCUNE IMMAGINI DAI CONVEGNI APPENA CONCLUSI:


                                 Intervento di Marco La Rosa - seduti G. Pattera V. Bibolotti

Comunicazione Interstellare: "dalle onde elettromagnetiche all I.S.A." (interconnessione degli spin accoppiati) di Marco La Rosa

per rivedere la presentazione accedi alla pagina: http://marcolarosa.blogspot.it/p/blog-page_21.html


  Intervento di Giorgio Pattera: da sinistra: R.Pinotti, G. Pattera, A. Magenta, V. Bibolotti

Intervento dell'Ing. Alfredo Magenta

Intervento di Jerry Douglas U.S. Air Force (in congedo)

                              Paolo Guizzardi traduce Robert Salas U.S. Air Force (in congedo)






PER APPROFONDIMENTI:







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mercoledì 16 maggio 2018

I MIRACOLOSI GENI "IMMUNO-MIMETICI"




CNR: Distrofia di Duchenne, un gene artificiale apre la strada a nuove terapie

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Progettati nuovi geni artificiali "immuno-mimetici" in grado di favorire il recupero muscolare. I risultati dello studio, condotto dal CNR (Istituti di biologia e patologia molecolare e di biologia cellulare e neurobiologia), sono stati pubblicati su BBA Molecular Basis of Disease.

Si chiama Jazz-Zif1 (JZif1) il nuovo gene artificiale capace di aumentare i livelli di utrofina, una proteina in grado di supplire parzialmente l’assenza o il mal funzionamento della distrofina, causa di una delle malattie genetiche più difficili da trattare, la Distrofia Muscolare di Duchenne (DMD). A descriverne l'azione terapeutica, uno studio condotto dagli Istituti di biologia e patologia molecolare (Ibpm) e di biologia cellulare e neurobiologia (Ibcn) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Roma, dal titolo Utrophin up-regulation by artificial transcription factors induces muscle rescue and impacts the neuromuscular junction in mdx mice. Il lavoro è stato pubblicato su BBA Molecular Basis of Disease.

“La Distrofia Muscolare di Duchenne (DMD) è una patologia genetica che colpisce un bambino maschio su 3.500 e provoca una degenerazione del tessuto muscolare in tessuto fibroso e adiposo, con progressiva perdita di forza muscolare e delle abilità motorie”, spiega Claudio Passananti ricercatore dell’Ibpm-Cnr, coordinatore della ricerca. “La DMD è dovuta alla mancanza di una proteina chiamata distrofina: è stato dimostrato che l’utrofina è in grado di vicariarne le funzioni, migliorando le condizioni dei topi mdx, modello murino della Distrofia Muscolare di Duchenne. L’obiettivo della ricerca è definire possibili strategie terapeutiche che vadano al di là dei trattamenti palliativi, disponibili al momento”. Da qui la realizzazione di un gene regolatore artificiale denominato Jazz che è in grado di riconoscere il gene dell’utrofina e di aumentare la produzione di proteina nel muscolo scheletrico. “Gli avanzamenti della ricerca si sono articolati, quindi, nella realizzazione di nuovi geni artificiali immuno-mimetici, a partire dal gene prototipo Jazz”, aggiunge il ricercatore. “In particolare, il gene artificiale di ultima generazione Jazz-Zif1 (JZif1) è estremamente simile a un gene normalmente presente ed espresso nel genoma umano. La forte somiglianza dei geni artificiali a quelli naturali sarebbe in grado di diminuire, se non azzerare, un’eventuale risposta immunitaria dell'ospite”. È stato, infatti, progettato e brevettato un vettore virale chiamato adeno-associato (AAV) per la terapia genica, in cui l'espressione dei geni artificiali è preferenzialmente diretta al distretto muscolare. “Questo nuovo vettore, chiamato muscle AAV (mAAV), con alto tropismo muscolare, garantisce un'ottima tessuto specificità, contribuendo ad abbassare l’eventuale risposta immunitaria diretta contro i geni artificiali immuno-mimetici”, prosegue Passananti. “Il recupero muscolare, indotto dal trattamento con i geni artificiali (Jazz e JZif1) nei topi distrofici mdx, è stato verificato nel muscolo adulto, in particolare studiando le giunzioni neuromuscolari in cui si concentra la presenza dell’utrofina. Sia in linee cellulari muscolari in coltura che in muscoli di modello murino sani e distrofici, il trattamento con Jazz e JZif1 incrementa quantità e qualità delle giunzioni neuromuscolari.  Questi dati, che nel lungo periodo potrebbero rappresentare una strategia terapeutica molto promettente per la DMD, hanno dato il via a numerosi brevetti internazionali a firma Cnr, concessi in licenza alla company Israeliana Zingenix Ltd”.

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sabato 12 maggio 2018

IL CERVELLO E LA MORTE


Cervello vivo per 36 ore fuori dal corpo: morte messa in discussione?

Il cervello è l’organo principale del sistema nervoso centrale, presente nei vertebrati e in tutti gli animali a simmetria bilaterale, compreso l’uomo. Nei vertebrati il cervello è situato all’apice del nevrasse, all’interno del cranio. Nell’uomo l’attività del cervello, studiata dalle neuroscienze, dà vita alla mente con le sue funzioni cognitive superiori e più in generale alla psiche con le sue funzioni psichiche, studiate nell’ambito della psichiatria. Il cervello è tutt’oggi considerato l’organo più complesso e misterioso del nostro organismo, in grado di controllare molteplici funzioni molto diverse tra loro e alla base della vita di tutti noi, quali la memoria, il linguaggio, i movimenti di braccia e gambe e il funzionamento in genere di tutti gli organi presenti nel corpo con conseguente regolazione ad esempio del respiro e del battito cardiaco. Il cervello adulto è composto da miliardi di neuroni e le connessioni che sviluppano tra loro sono decine di migliaia. Il cervello è così complesso che da vent’anni, ogni anno, gli è dedicata una settimana a livello internazionale. Venne istituita nel 1996 dalla Dana Alliance for Brain Initiatives. Un evento di portata internazionale dove ogni anno, a marzo, sono coinvolti, oltre alle società scientifiche, neuropsichiatri, psicologi, psicoterapeuti, biologi, neuroscienziati e tutti i professionisti del settore. Una comunità che, per una settimana, si prodiga nello spiegare, a tutti quelli interessati, come funziona il cervello, i progressi raggiunti e quanto ancora rimane un mistero nel funzionamento del pensiero. E per svelare ancora qualcuno di questi misteri insondati gli scienziati si stanno spingendo sempre più oltre: dei ricercatori americani, per esempio, sono riusciti a ripristinare la circolazione e a mantenere in vita il cervello di decine di maiali decapitati, il tutto per 36 ore. Nello specifico, un gruppo di ricercatori dell’università di Yale negli Stati Uniti pare abbia tenuto in vita i cervelli di circa 200 maiali per almeno 36 ore fuori dal corpo degli animali, ottenuti da un Mattatoio questi organi sono stati rianimati con una nuova tecnica di irrorazione sanguigna. Le cellule nervose sono attive e soprattutto sane tanto da mettere in discussione lo stesso concetto di morte dell’organo. La tecnica, chiamata BrainEx, consiste nel collegare il cervello a un circuito di pompe e tubi nei quali circola sangue artificiale a una temperatura pari a quella corporea dell’animale, permettendo all’ossigeno di fluire nel cervello. Il dibattito è già acceso: mentre gli esperti di bioetica si chiedono se un cervello umano trattato allo stesso modo sarebbe da considerare vivo, gli esperti di neuroscienze vedono la possibilità di studiare malattie come Alzheimer e tumori del cervello. La scoperta è stata presentata in un convegno sulle neuroscienze organizzato dai National Institutes of Healt, ma per ora non è stata ancora pubblicata su alcuna rivista scientifica. «Anche se il cervello è danneggiato, le cellule sono vive, dunque si tratta di un organo vivente – le parole di Steve Hyman, uno degli specialistici che ha valutato la ricerca, al Mit Technology Review – si tratta di un risultato ad un livello estremo di conoscenza tecnica, ma non così diverso da quanto avviene nella conservazione di un rene». Non è comunque la prima volta che un cervello animale è stato tenuto in vita al di fuori del corpo. Precedentemente la stessa impresa fu raggiunta con l’uso di cavie. 

da:
http://va.newsrepublic.net/article/i6549485775002534410?user_id=6499149907327206410&language=it&region=it&app_id=1239&impr_id=6552035141307353353&gid=6549485775002534410&c=sys&language=it

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mercoledì 9 maggio 2018

TUT...NEFERTITI E... L'ULTIMO MISTERO?



Non c'è alcuna camera segreta nella tomba di Tutankhamun

Sfatata la leggenda della regina Nefertiti. Lo dimostrano le ricerche del Politecnico di Torino.


Una ricerca guidata dal Politecnico di Torino ha accertato che non vi sono «camere nascoste» nella tomba di Tutankhamun nella Valle dei Re e quindi è infondata la tesi che il suo sepolcro potesse nascondere quello di un altra icona dell’egittologia: Nefertiti, la regina egizia la cui bellezza immortale è conservata nel busto esposto a Berlino. L’annuncio è stato dato dal ministero delle Antichità egiziano in un comunicato che sottolinea come «ricerche geofisiche di alto livello forniscono la prova conclusiva della non-esistenza di camere nascoste adiacenti o dentro la tomba di Tutankhamun», indicata con la sigla «KV62» e situata nel sud dell’Egitto nei pressi di Luxor. «Le ipotesi dell’esistenza di camere segrete o corridoi adiacenti la tomba di Tutankhamun non è supportata dai dati GPR», precisa la nota riferendosi alla tecnologia «Ground Penetrating Radar (GPR)». La ricerca, coordinata da Franco Porcelli del Politecnico torinese, era la terza di questo tipo ed era stata richiesta dal ministero egiziano per derimere indicazioni contrastanti venute dalle precedenti due indagini condotte da un team giapponese e uno americano, ricorda il dicastero.  L’obiettivo era quello di vagliare la tesi di un egittologo britannico, Nicholas Reeves, che aveva ipotizzato l’esistenza della tomba di Nefertiti dietro i dipinti murali della parete nord ed ovest della camera mortuaria di Tutankhamun, il faraone morto giovanissimo e noto soprattutto per il suo tesoro funerario con la maschera icona dell’egittomania. Il gruppo di Porcelli comprende anche ricercatori dell’Università di Torino e delle aziende Geostudi Astier di Livorno e 3DGeoimaging sempre del capoluogo piemontese.  In febbraio scorso erano state eseguite misurazioni mediante tre sistemi geo-radar di frequenze comprese tra 200 MHz e 3 GHz che hanno ricolto un mistero archeologico che incrocia due nomi leggendari dell’egittologia, Tutankhamun e Nefertiti.

…ma sarà davvero l’ultimo mistero apparentemente svelato?

da:

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venerdì 4 maggio 2018

IL SEGRETO DELLA SALAMANDRA MESSICANA



Sequenziato il genoma della salamandra messicana: istruzioni per la rigenerazione dei tessuti

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

È stato sequenziato l’intero genoma della salamandra Ambystoma mexicanum. Questo genoma, che è il più lungo mai sequenziato, promette di essere un potente strumento per studiare le basi molecolari per la ricrescita degli arti e altre forme di rigenerazione. La neotenia è stata osservata in tutte le famiglie di anfibi urodeli come la salamandra e l'axolotl (larva di Ambystoma mexicanum) in cui sembra essere un meccanismo di sopravvivenza solo in ambienti acquatici di montagna e di collina con poco nutrimento e in particolare con poco iodio. In questo modo le salamandre possono riprodursi e sopravvivere nella forma piccola e meno dispendiosa dello stadio larvale, il quale essendo acquatico richiede cibo di minore qualità e quantità rispetto al più grosso adulto, che è terrestre e carnivoro. Se le larve di salamandra ingeriscono una sufficiente quantità di iodio, direttamente o indirettamente attraverso il cannibalismo, rapidamente iniziano la metamorfosi e si trasformano in forme adulte terrestri più grosse e con maggiori richieste alimentari.

Un animale neotenico:

L'aspetto bizzarro dell'axolotl è ascrivibile alla sua biologia; si tratta infatti di una specie neotenica, ovvero, in grado di raggiungere la maturità sessuale – e quindi di riprodursi – mantenendo la morfologia larvale senza metamorfosare. È come se una rana decidesse di restare girino e riprodursi in questo stadio, anziché trasformarsi in un animale terrestre (seppur fortemente legato all'acqua). Perché l'axolotl si è evoluto in questo modo? La risposta va ricercata nel suo habitat naturale, dove il cibo di cui si nutre (pesci e crostacei) può risultare piuttosto scarso. La forma larvale richiede un minor contributo energetico per sostenersi, dunque questi animali hanno privilegiato una forma meno dispendiosa per sopravvivere. Nonostante ciò, nel caso in cui vi fossero particolari condizioni di stress, magari per mancanza di ossigeno o sovrappopolazione, anche l'axolotl può effettuare la metamorfosi in animale terrestre.

Riproduzione::

Si riproduce per pedogenesi: “La pedogenesi è una riproduzione per partenogenesi che si svolge in organismi di sesso femminile che sono ancora allo stadio giovanile e non completano il loro sviluppo ontogenetico. Questo comportamento si riscontra in alcuni insetti e, precisamente, in Ditteri Cecidomiidi e Coleotteri Micromaltidi”.

Le larve prodotte in un primo tempo non porteranno a individui maturi, solamente da larve venute fuori da una seconda riproduzione si avranno individui adulti.

Rigenerazione dei tessuti:

Se danneggiato, questo animale è capace di rigenerare senza cicatrici arti, polmoni, midollo spinale e persino parti del cervello. Sembra che questa caratteristica molto particolare derivi da delle cellule molto simili a quelle staminali adulte presenti nei mammiferi.

Il segreto della rigenerazione:

Gli anfibi sono noti per essere i vertebrati con le migliori capacità di rigenerazione, ma l'axolotl è un vero e proprio ‘campione'. Può infatti ricreare velocemente e senza cicatrici interi organi, arti, il midollo spinale, vari tessuti e persino parte del cervello, se asportati. Non è un caso che si tratti di un organismo modello utilizzato di frequente nella sperimentazione. Le sue capacità rigenerative sono così efficaci che non rigetta i trapianti di tessuti prelevati da altri esemplari, inoltre può persino sviluppare un numero superiore di zampe e teste, che ne aumentano l'appeal in ambito collezionistico. Tra i tetrapodi esistenti, le salamandre (Ordine Urodela) sono gli unici organismi che hanno la capacità di rigenerare completamente gli arti e la coda. Studi molecolari hanno rilevato che la capacità rigenerativa è evolutivamente e meccanicisticamente collegata con il modello di sviluppo degli arti che nelle salamandre differisce da quello di tutti gli altri tetrapodi attuali, ma che, come indicato dai dati fossili, era la condizione ancestrale degli anfibi vissuti oltre 300 milioni di anni fa (Pikaia ne ha già parlato qui). Tale caratteristica  poi si è persa almeno una volta nel lignaggio che porta agli amnioti. A causa di queste peculiarità, le salamandre sono utilizzate come preziosi modelli biologici per gli studi sullo sviluppo la riprogrammazione nucleare, la rigenerazione e l’evoluzione. Tra le salamandre, la specie modello per eccellenza, utilizzata in laboratorio da più di 150 anni, è Ambystoma mexicanum (comunemente chiamata axolotl) che può far ricrescere entro poche settimane un arto completo di ossa, muscoli e nervi nei punti giusti e, ancora più affascinante, può riparare il midollo spinale e il tessuto retinico.

Per studiare la biologia cellulare e molecolare della rigenerazione degli arti e del midollo spinale in A. mexicanum e come questi meccanismi si sono evoluti, un gruppo di ricerca internazionale che fa capo a Elly Tanaka dell’Istituto Max Planck di biologia e genetica cellulare molecolare (MPI-CBG) di Dresda, ha sviluppato un ampio kit di strumenti molecolari che ha permesso loro di identificare le cellule staminali responsabili del processo di rigenerazione e i segnali che guidano il processo.

Però per studiare la regolazione e l’evoluzione dei geni che controllano questo processo ,e scoprire perché esso è così limitato nella maggior parte delle specie, era necessario aver accesso alle informazioni contenute nel genoma. Finora era disponibile solo il genoma di un’altra salamandra, Pleurodeles waltl, che, al contrario  di axolotl, compie sempre la metamorfosi in animale adulto, e attiva un modello di rigenerazione tissutale diverso. Il genoma di A. mexicanum non era mai stato sequenziato completamente a causa delle difficoltà tecniche legate alle sue dimensioni: con 32 miliardi di paia di basi, è più di quasi un terzo più grande di quello di P. waltl (20 miliardi di basi) e più di dieci volte più grande del genoma umano e la grande quantità di sequenze ripetute al suo interno creava notevoli difficoltà nella fase di assemblaggio effettuato con le tradizionali metodiche bioinformatiche. Recentemente, Tanaka e colleghi sono riusciti ad ottenere la prima mappatura completa del genoma di A. mexicanum e i primi risultati dell’analisi sono stati pubblicati su Nature. Il sequenziamento genico si basa sulla possibilità frazionare l’intero genoma in frammenti casuali lunghi poche decine di basi che possono essere copiati migliaia di volte in maniera precisa ed efficiente. Come in un puzzle. La sequenza completa si ricostruisce poi “allineando” i frammenti che hanno la stessa sequenza alle estremità. Questo tipo di metodica è generalmente molto efficiente ed affidabile, ma può generare errori e “buchi” nell’allineamento delle regioni geniche che presentano la stessa sequenza ripetuta più volte, come nel caso di A. mexicanum.

Per ovviare a questo problema, il gruppo di ricerca di Tanaka ha sequenziato il genoma di A. mexicanum due volte: una volta partendo da frammenti corti, e un’altra volta partendo da frammenti più lunghi, per inglobare le sequenze ripetute e fornire una sorta di “impalcatura” su cui poi allineare i frammenti corti. Per assemblare i diversi tipi set di sequenze ottenuti i ricercatori hanno anche sviluppato un nuovo algoritmo (chiamato MARVEL).

Le prime analisi sul genoma di A. mexicanum così assemblato hanno evidenziato alcune caratteristiche che sembrano indicare in cosa consista la sua unicità.

Una prima sorpresa è stata la scoperta che un gene essenziale per lo sviluppo chiamato PAX3 è completamente assente dal genoma di A. mexicanum e le sue funzioni sono state rilevate da un altro gene chiamato PAX7. Entrambi i geni giocano un ruolo chiave nello sviluppo muscolare e neurale di tutti i vertebrati. I ricercatori hanno poi identificato alcuni geni che sembrano essere esclusivi di A. mexicanum e delle altre specie di anfibi capaci di qualche forma di rigenerazione ed hanno scoperto che tali geni sono espressi specificatamente nel tessuto rigenerante degli arti. Il sequenziamento poi ha permesso di stabilire che le grandi dimensioni del genoma di questa specie di salamandra sono dovute all’aumento delle sequenze di retrotrasposoni LTR, cioè di dei frammenti di DNA capaci di trascriversi autonomamente in un intermedio a RNA e conseguentemente replicarsi in diverse posizioni all’interno del genoma.
Un’altra particolarità che ha destato l’interesse dei ricercatori è stato notare che, in contrasto con l’espansione delle dimensioni degli introni (cioè le regioni non codificanti) della maggior parte dei geni, in A. mexicanum i geni (come per esempio HOXA) che sono coinvolti alla rigenerazione degli arti tendevano ad avere introni di dimensioni simili a quelle degli altri vertebrati. Questa caratteristica potrebbe essere il risultato di una selezione positiva che manterrebbe stabile la lunghezza dei geni responsabili della rigenerazione, forse per renderne più veloce ed efficiente la trascrizione. Queste sono solo le prime informazioni che il sequenziamento di A. mexicanum ha rivelato. Ora questa potente risorsa per comprendere i meccanismi di rigenerazione è a disposizione dei ricercatori tutto il mondo.

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