IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
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LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 20 novembre 2017

RITIRATO UNO STUDIO CHE COLLEGAVA AUTISMO E VACCINI...





Lo studio che collegava autismo e vaccini nei topi? È stato ritirato


Gli stessi ricercatori sostengono che i dati del “paper” che collegava il vaccino all’autismo nei topi sono stati manipolati. Ma il laboratorio ora non è in grado di smentire le accuse, perché i dati originali non sono in loro possesso. I ricercatori della University of British Columbia hanno appena ritrattato questo studio, che collegava l’alluminio, ovvero un componente presente nei vaccini, all’autismo nei topi, utilizzzati come cavie.  Questo perché uno dei co-autori ha dichiarato che i dati pubblicati erano sono stati modificati prima della pubblicazione (?). Inoltre, il ricercatore ha precisato alla Cbc News che non c’è modo di sapere il perché e come questi dati sono stati alterati, in quanto quelli originali citati nello studio sono ora inaccessibili: una vera e propria violazione della politica dell’università in materia di ricerca scientifica.


Lo studio, apparso sulle pagine del Journal of Inorganic Biochemistry il 5 settembre scorso, esaminava gli effetti dei componenti di alluminio nei vaccini sulla risposta immunitaria nel cervello di alcuni topi. In altre parole, nella ricerca si sosteneva che basandosi su esperimenti fatti in topi trattati con una quantità di alluminio simile a quella presente nei vaccini, questo metallo in quelle dosi causasse neurotossicità e neuroinfiammazione. Dai risultati dello studio, coordinato da Chris Shaw e Lucija Tomljenovic, emergeva chiaramente che l’alluminio contenuto nei vaccini è coinvolto nell’insorgenza dell’autismo.


Tuttavia, a metà settembre alcuni (fantomatici) utenti di PubPeer, un database in cui si può esaminare e commentare ricerche scientifiche pubblicate, hanno sottolineato che i dati dell’articolo sembravano essere falsificati (?). Così, il 24 settembre scorso, Shaw ha chiesto il ritiro della ricerca dalla rivista, notificandolo all’università.


“Sembra che alcuni dati siano stati falsificati” , ha riferito Shaw alla Cbc News. “Non sappiamo perché e come, ma c’è un errore, non c’è dubbio”. Inoltre, come spiega il ricercatore, il suo team ora non è in grado di confermare come i dati siano stati modificati, in quanto quelli originali necessari per il confronto non sono più nel suo laboratorio. Ma precisamente in Cina, nelle mani di un ricercatore che ha collaborato alla ricerca. “Anche se i dati originali vengono recuperati, penso che questo studio possa considerasi morto, per motivi di credibilità” (?) , precisa Shaw. Infatti, la politica universitaria impone che i dati originali debbano restare nel laboratorio per almeno cinque anni dopo le analisi e quindi, in questo caso, fino al 2018 (fatto davvero sospetto e anomalo !).Shaw ha inoltre precisato che dopo questo ritiro, probabilmente finirà di lavorare in studi sui vaccini. “Sono sinceramente dubbioso che mi occuperò più di vaccini”, conclude il ricercatore. “Abbiamo dei progetti in corso che sono stati finanziati e che ci sentiamo obbligati a completare. Ma francamente, dubito che lo farò”. In un post su Facebook del 9 ottobre, Guido Silvestri, immunologo e docente ad Atlanta negli Usa, li ha definiti “cialtroni smascherati”. Nel post infatti, si legge che l’articolo non solo era pessimo dal punto di vista metodologico e statistico, ma che conteneva una serie di immagini e figure manipolate in modo del tutto fraudolento. “Questa è una bella notizia per la scienza, e una bruttissima notizia per i cialtroni della pseudoscienza, che sono stati come sempre smascherati”, si legge nel post. “Piccoli episodi come questo ci danno la forza di andare avanti, perché dimostrano che la scienza e la verità alla fine trionfano sempre”.


MA E’ DAVVERO COSI? OPPURE SOTTO C’E’ QUALCOSA DI MOLTO PIU’ INQUIETANTE?


Da:









PER APPROFONDIMENTI:






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LA VERA "GENESI" DELL'UOMO E' COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO? OPPURE E' UNA STORIA COMPLETAMENTE DIVERSA?

"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
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venerdì 17 novembre 2017

BRODO PRIMORDIALE E...PANSPERMIA?


Ecco l’ingrediente chiave per la nascita della vita sulla Terra

Secondo un nuovo studio statunitense, l’ingrediente chiave che ha dato il via alla vita sulla Terra sarebbe stato il diamidofosfato, un composto in grado di assemblare i primi peptidi, lipidi e nucleotidi
Si chiama diamidofosfato (Dap) e sarebbe l’ingrediente chiave da cui ha preso il via la vita sul nostro pianeta. A identificarlo sono stati i ricercatori dello Scripps Research Institute (Stati Uniti), che sulle pagine di Nature Chemistry hanno raccontato come questo composto sia il plausibile catalizzatore primordiale per la fosforilazione, la reazione chimica cruciale nell’assemblaggio dei tre ingredienti base per le prime forme di vita: i primi peptidi (per svolgere il lavoro delle cellule), lipidi (per formare strutture protettive, come le pareti cellulari) e nucleotidi (per memorizzare informazioni genetiche), tutti precursori della vita sulla Terra. “Pensiamo che la fosforilazione abbia potuto dare origine a tutti gli oligonucleotidi, gli oligopeptidi e le strutture cellulari”, spiega l’autore Ramanarayanan Krishnamurthy. Questa ricerca appare proprio a una settimana di distanza da uno studio delle università della Carolina del Nord e di Auckland, pubblicato sulla rivista Molecular Biology and Evolution, secondo cui il brodo primordiale da cui ha avuto origine la vita sulla Terra sarebbe composto da un cocktail di acidi nucleici e di piccole proteine, i peptidi. L’ipotesi contraddice, quindi, la teoria più accreditata secondo cui la vita avrebbe avuto origine solamente dagli acidi nucleici (e che solo in un secondo momento si sarebbe arrivati alle proteine). Più precisamente, la ricerca evidenzia due famiglie di enzimi molto antichi, le cui tracce si trovano oggi in strutture come mitocondri e virus.
Questi enzimi sono esattamente 20, si chiamato aaRss (aminoacyl-tRna synthetases) e ognuno di questi riconosce uno dei 20 amminoacidi (i mattoni del dna), e oggi negli organismi servono a convertire le informazioni dei geni nelle proteine (processo noto come traduzione). In altre parole, secondo i ricercatori, questi enzimi vengono composti così semplicemente che lo stesso meccanismo potrebbe essere stato effettuato per dare origine alle prima forme di vita sul nostro pianeta. Tornando al nostro studio, il team di ricercatori statunitensi ha mostrato per prima cosa che il Dap potrebbe innescare la fosforilazione nei nucleosidi, ossia i blocchi costituenti l’rna. E, in presenza di acqua e imidazolo, un composto organico che si pensa fosse plausibilmente presente fin dai primordi, il Dap potrebbe innescare efficacemente la fosforilazione dei lipidi, che hanno il compito di bloccare il glicerolo e gli acidi grassi, portando così all’assemblaggio di piccole capsule (proprio come le vescicole moderne). Dap, infine, in acqua a temperatura ambiente ha anche fosforilato gli aminoacidi, come la glicina, acido aspartico e acido glutammico, collegando queste molecole in brevi catene peptidiche, ovvero versioni più piccole delle proteine. “Con il Dap è possibile ottenere queste tre importanti classi di molecole pre-biologiche, che si assembrano e si trasformano, creando così l’opportunità di interagire insieme”, spiega Krishnamurthy, evidenziando come il Dap avrebbe potuto avere un ruolo centrale nell’origine della vita.

CURIOSITA’ SUL “DIAMIDOFOSFATO”:

Il fosfato di diamido è un amido fosfatato che fa parte degli amidi modificati chimicamente (o fisicamente) e viene utilizzato nell'industria alimentare come additivo alimentare, addensante, stabilizzante e coadiuvante. In qualità di additivo, il fosfato di diamido è contrassegnato dal codice europeo E 1412. Si ricava da alcuni tipi di cereali e tuberi e la modifica a cui sono soggetti ha lo scopo di  renderli più resistenti alle lavorazioni di tipo industriale, soprattutto alle alte temperature, agi acidi e alle basse temperature. Proprio un ingrediente perfetto per l’atmosfera primordiale dei pianeti adatti ad ospitare la vita… (ndr MLR)

Da:
https://www.wired.it/scienza/lab/2017/11/07/dap-ingrediente-chiave-vita-terra/

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martedì 14 novembre 2017

LA RICERCA DI ALTRI PIANETI ABITABILI...UNA PRIORITA' SECONDO HAWKING


Terra 2617: sarà una palla di fuoco, parola di Stephen Hawking

Il nostro Pianeta ha gli anni contati, non sono esattamente pochi - sono sicuramente superiori alla durata delle vite di chiunque sta leggendo questo post - ma non sono nemmeno quantificabili nell'ordine delle migliaia. Lo ha nuovamente affermato il noto fisico e cosmologo Stephen Hawking nel corso di un breve video intervento al Tencent WE Summit 2017 di Pechino. Hawking non è nuovo a tali previsioni catastrofiche, ma in questa occasione riduce ulteriormente le stime sulla durata del Pianeta Terra. Non più 1000 anni, come affermato alla fine dello scorso anno, ma "solo" 600 anni prima il Pianeta si trasformi in una palla di fuoco.All'epilogo si arriverà, secondo Hawking, a causa del sovraffollamento e delle conseguenti richieste energetiche sempre più onerose a carico del Pianeta. Se il trend non cambierà, l'unica alternativa per l'uomo sarà quello di trovare un nuovo Mondo. Anche in questo caso, non si tratta di una posizione inedita, ma di un motivo dominante del pensiero di Hawking, il quale sostiene da tempo la necessità di continuare a portare avanti l'esplorazione spaziale per trovare altri mondi da ''colonizzare". E anche sul ''come'' raggiungere lo scopo l'astrofisico ha qualcosa da dire.

Breakthrough Starshot: il progetto per raggiungere Alpha Centauri in 20 anni con nano navicelle mosse da raggi luminosi:

La soluzione per accelerare l'esplorazione dello Spazio non passa per il già di per sé futuristico progetto di Elon Musk, che punta al Pianeta Rosso con un tecnologia evoluta, ma tutto sommato ''convenzionale" - è pur sempre un razzo che manda in orbita una navicella. La speranza di Hawking è che l'uomo possa scoprire aspetti inesplorati dello Spazio utilizzando minuscole navicelle spaziali robotiche mosse da fasci di luce. Consentirebbero di percorrere distanze spaziali considerevoli, in intervalli temporali preclusi alle attuali tecnologie, come ricorda Hawking:  Un tale sistema potrebbe raggiungere Marte in meno di un'ora o Plutone in giorni, oltrepassare il Voyager in meno di una settimana ed arrivare ad Alpha Centauri in poco più di 20 anni. L'ambizioso obiettivo di Hawking viene attualmente perseguito dal progetto Breakthrough Starshot, attivato nel 2016 e finanziato dal miliardario russo Yuri Milner e dallo stesso numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg. Alpha Centauri dista oltre 4,37 anni luce dalla Terra e l'obiettivo è percorrerla in soli 20 anni. Per i mezzi da ''esodo di massa'' del genere umano si dovrà ovviamente guardare altrove, ma in 600 anni, si spera, la tecnologia riuscirà a tagliare traguardi che oggi appaiono irraggiungibili. Può risultare consolante sapere che né noi, né i nostri figli o nipoti, saremo chiamati a fare i conti con lo scenario prospettato da Hawking, le cui previsioni, comunque, possono essere lette come un monito per provare a rapportarsi in maniera più responsabile con le risorse che il nostro Pianeta offre (già oggi).

Da:
https://www.hdblog.it/2017/11/08/stephen-hawking-terra-palla-fuoco-spazio/

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sabato 11 novembre 2017

IL CERVELLO UMANO E LA GRAVITA': NON SIAMO FATTI PER VIAGGIARE NELLO SPAZIO


I viaggi nello spazio alterano la struttura del cervello

A rivelarlo è lo studio  “Effects of Spaceflight on Astronaut Brain Structure as Indicated on MRI”, pubblicato sul New England Journal of Medicine

I viaggi spaziali di lunga durata hanno un impatto sulla struttura del cervello. È quanto emerge dallo studio “Effects of Spaceflight on Astronaut Brain Structure as Indicated on MRI”, pubblicato sul New England Journal of Medicine, condotto da Donna Roberts, neuroradiologa alla Medical University of South Carolina, con altri ricercatori e che rappresenta l’analisi più completa dell’impatto che la lunga esposizione alla microgravità ha sul cervello. Negli astronauti che trascorrono mesi e mesi sulla Stazione spaziale internazionale i medici riscontrano, al loro ritorno sulla Terra, diversi problemi legati al volo nello spazio. Si va dal classico “mal di spazio”, o Sindrome da adattamento allo spazio (quindi nausea, vertigini, mal di testa che si verificano già poche ore dopo essere entrati in microgravità), a veri e propri danni a organi e apparati, dal cuore alle ossa, passando per il cervello e gli occhi. Gli studi su questi argomenti sono numerosi ma nello studio appena pubblicato, Roberts e colleghi, riprendendo e ampliando ricerche effettuate in passato, sono arrivati a nuovi risultati. Al ritorno dallo spazio, – si legge su Media Inaf, il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica – tra i deficit più riscontrati dai medici che hanno in cura gli astronauti ci sono quelli causati dalle variazioni di pressione nel cervello e nel liquido spinale, causate dall’assenza di peso. Per descrivere questo sintomo, la Nasa ha coniato l’espressione visual impairment intracranial pressure syndrome (o Viip) e si verificherebbe quando i liquidi corporei vengono ridistribuiti verso la testa durante una lunga permanenza in microgravità; tuttavia, la causa esatta è sconosciuta. La priorità per la Nasa (anche in vista di futuri viaggi su Marte e di eventuali permanenze oltre l’orbita bassa della Terra) è quella di trovare una cura o in ogni caso di prevenire questo fenomeno che arreca gravi danni alla vista degli astronauti. Avendo lavorato per la Nasa negli anni ’90, la dottoressa Roberts era già consapevole delle sfide che gli astronauti si trovavano ad affrontare durante i voli spaziali di lunga durata e allo stesso tempo era preoccupata per la mancanza di dati che descrivono l’adattamento del cervello umano alla microgravità. Grazie a lei, la Nasa utilizza la risonanza magnetica per immagini (Rmi) per indagare l’anatomia del cervello umano prima e dopo i voli sulla Iss. Dalle risonanze magnetiche, effettuate prima e dopo un lungo riposo a letto, la dottoressa ha potuto studiare la neuroplasticità del cervello e i correlati esiti funzionali sui soggetti. Esaminando le scansioni cerebrali, la Roberts ha notato qualcosa di insolito: un “affollamento” al vertex (cioè il punto più elevato dell’eminenza parietale o la parte superiore del cervello) con un restringimento dei giri e dei solchi del cervello (cioè le depressioni cerebrali che gli conferiscono l’aspetto “a pieghe”). Questo dato è peggiore per i partecipanti allo studio che sono stati più a lungo a riposo sul letto. Dai test effettuati dal team di ricercatori sulla Terra ai volontari è emerso anche un secondo fenomeno: lo spostamento verso l’alto del cervello nella scatola cranica, cioè il restringimento dello spazio tra la parte superiore del cervello e l’interno del cranio. Accade anche agli astronauti? La Roberts ha acquisito scansioni cerebrali e dati correlati dal programma Lifetime Surveillance of Astronaut Health della Nasa per due gruppi di astronauti: 18 astronauti che erano stati nello spazio per brevi periodi di tempo a bordo dello Space Shuttle statunitense e 16 astronauti che erano stati nello spazio per periodi di tempo più lunghi, in genere tre mesi, a bordo della Stazione spaziale internazionale. Roberts e ricercatori di studio hanno osservato i ventricoli cerebrali e gli spazi subaracnoidei in cui scorre il fluido cerebrospinale e analizzato le risonanze magnetiche pre e post volo di 12 astronauti di lunga durata e di 6 astronauti di breve durata cercando qualsiasi spostamento nella struttura cerebrale. I risultati dello studio hanno confermato un restringimento del solco centrale del cervello, una scanalatura nella corteccia vicino alla parte superiore del cervello che separa i lobi parietale e frontale, nel 94 per cento degli astronauti che hanno partecipato a missioni di lunga durata e nel 18,8 per cento degli astronauti di missioni brevi. Le risonanze hanno mostrato anche la riduzione degli spazi in cui scorre il liquido cerebrospinale nella parte superiore del cervello tra gli astronauti di missioni lunghe, ma lo stesso non si è verificato nel cervello degli astronauti che sono stati meno tempo nello spazio. Andare su Marte (dovrebbe accadere dal 2033), dunque, avrà serie conseguenze sul cervello degli astronauti. Probabilmente nei prossimi anni la ricerca farà passi avanti e verrà trovata una soluzione a questo fenomeno. Per adesso gli studi confermano che questi significativi cambiamenti nella struttura cerebrale si verificano dopo voli di lunga durata. Per arrivare su Marte occorrono dai tre ai sei mesi e per ridurre i tempi di viaggio Terra e Marte devono essere allineati perfettamente, il che avviene approssimativamente ogni due anni. Durante questo periodo, i membri dell’equipaggio rimarrebbero su Marte, dove la gravità è circa un terzo di quella della Terra. Considerando i viaggi da e per Marte, e il tempo di permanenza sul pianeta, gli astronauti marziani verrebbero esposti a una gravità ridotta per almeno tre anni, secondo Roberts. Siamo sicuri che l’uomo possa sopravvivere così a lungo in queste condizioni proibitive? “Sappiamo che questi voli di lunga durata hanno un grosso impatto sugli astronauti; tuttavia non sappiamo se gli effetti negativi sul corpo continuano a progredire o se si stabilizzano dopo un po’ di tempo nello spazio. Queste sono le domande che ci interessano, soprattutto: cosa accade al cervello umano e alla funzione cerebrale?”, si chiede Roberts. Per capire meglio la durata e il significato dei cambiamenti rilevati nella struttura del cervello, serviranno ulteriori studi.

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mercoledì 8 novembre 2017

ALIENI: NOSTRI CUGINI?


Gli alieni secondo Darwin, potrebbero assomigliarci!

Secondo un gruppo di studiosi dell'Università di Oxford gli alieni potrebbero avere delle analogie con l'uomo dal punto di vista biologico, perché potrebbero aver seguito un percorso evolutivo simile al nostro.

Ammesso che esistano forme di vita su altri pianeti, come sono fatte? La domanda è lecita, ed è aperta da tempo la discussione sul fatto se sia lecito o meno immaginare che esseri extraterrestri possano essere simili agli umani, almeno biologicamente parlando. Una possibile risposta arriva dagli scienziati dell'Università di Oxford, che hanno pubblicato un articolo sul Journal International of Astrobiology in cui sostengono che in effetti potrebbero essere simili a noi dal punto di vista biologico, tenendo conto della teoria sull'evoluzione della specie e della selezione naturale proposta da Charles Darwin. Gli esperti sostengono infatti che - analogamente a quanto accaduto sulla Terra - la vita su altri pianeti, lune o asteroidi, qualora esista, sarebbe probabilmente soggetta alla selezione naturale. E se questo punto di partenza è valido, allora è probabile che gli alieni abbiano delle analogie con noi. È alla luce di questa considerazione che Samuel Levin dell'Università di Oxford afferma che "non possiamo ancora dire se gli alieni camminino su due gambe o abbiano grandi occhi verdi, tuttavia pensiamo che come noi umani siano composti da una gerarchia di entità, che cooperano a creare un unico organismo e che si occupano di svolgere diversi compiti [...] fra cui nutrirsi, sopravvivere, crescere, riprodursi". La base è appunto quel processo attraverso il quale la variazione ereditaria tra gli individui porta a differenze di successo e, in ultima analisi, alla sopravvivenza dei più forti. L'approccio di Levin e colleghi è differente rispetto a quello degli astrobiologi, che mediante un approccio "meccanicistico" studiano l'evoluzione della vita sulla Terra e cercano di applicare lo stesso meccanismo agli ambienti di pianeti lontani. Un metodo che, secondo Levin, ha i suoi punti di forza, ma anche le sue debolezze perché per noi il campione di pianeta che ospita la vita è solo uno, ed è difficile sapere cosa ci sia di unico sulla Terra rispetto a quello che si trova nello Spazio. Per esempio, gli occhi e le strutture simili all'occhio sulla Terra si sono evolute indipendentemente per circa 40 volte, ma non è chiaro se la vista sia un senso esclusivamente terrestre. A Oxford hanno quindi usato un approccio teorico, che "non è legato alle caratteristiche della Terra [...] ma considera se gli alieni abbiano un DNA o un 'XNA', se respirino ossigeno o azoto, eccetera". Il risultato è che la previsione teorica non può dare risposte specifiche sull'aspetto esteriore degli alieni, ma può aiutare a capire se la selezione naturale abbia portato o meno a determinati tipi di organismi. Sulla Terra i geni "hanno collaborato" a realizzare genomi, i genomi sono stati tasselli importanti per le cellule e le cellule primitive si sono unite per creare cellule eucariote più complesse. Le cellule si sono quindi unite per formare organismi multicellulari, e gli organismi multicellulari spesso cooperano nelle colonie o nelle società. Gli alieni che sono stati sottoposti a selezione naturale potrebbero avere seguito un percorso evolutivo simile. Un ragionamento che, come ammette lo stesso Levin, ancora "non può rispondere alla domanda se siamo soli, ma nel caso in cui non lo fossimo può dirci qualcosa sui nostri vicini".

Da: https://www.tomshw.it/alieni-secondo-darwin-potrebbero-assomigliarci-89403

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lunedì 6 novembre 2017

LA MOLECOLA DELLA FELICITA': ORA POSSIAMO VEDERLA



La felicità è anche nella testa: filmata per la prima volta l'attivazione nel cervello della serotonina, la molecola del "sorriso". E, per l'esperimento pubblicato nei giorni scorsi sulla prestigiosa rivista Cell reports, è stata decisiva la conferma di un team di ricercatrici dell'Università di Cagliari.
Lo studio è frutto della collaborazione tra il gruppo di ricerca guidato dal dottor Alessandro Gozzi del Center for Neuroscience and Cognitive System dell'Istituto Italiano di Tecnologia (CNCS - IIT di Rovereto) e quello del professore Massimo Pasqualetti del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa. Più nel dettaglio, la conferma della validità del modello ipotizzato dai ricercatori - passaggio fondamentale nel mondo della ricerca scientifica - è arrivata dalla misurazione dei livelli di serotonina in diverse aree cerebrali eseguita dalla professoressa Maria Antonietta De Luca e dalla sue collaboratrici Giulia Margiani e Maddalena Mereu dell'Università di Cagliari. Lo studio contribuisce a spiegare il meccanismo della neurotrasmissione serotoninergica dimostrando che i neuroni che rilasciano la "molecola della felicità" si attivano in tutte le aree cerebrali, ma in momenti diversi.  La scoperta è stata possibile grazie alla combinazione di tecniche di chemo-genetica e risonanza magnetica funzionale che hanno permesso di attivare selettivamente i neuroni che producono serotonina e di filmarne l'attività in tempo reale.



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