IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 12 dicembre 2017

MODIFICARE L'RNA PER CURARE LE MALATTIE :FORSE ORA SI PUO' !





Ora siamo in grado di applicare modifiche temporanee all’rna


Il nuovo sistema Repair modifica l’rna, piuttosto che il dna, nelle cellule umane. Uno nuovo strumento fondamentale per poter curare le malattie, senza così modificare il genoma .


A ormai cinque anni dalla sua comparsa nel mondo della medicina e delle genetica, dimostrando applicazioni promettenti dalla cura per i cancro e hiv ai biocarburanti e all’agricoltura, Crispr continua a sorprenderci. Infatti, la più avanzata tecnica di manipolazione del dna, che permette di intervenire con estrema precisione su specifici segmenti di dna per eliminare geni e mutazioni dannose o inserirne di utili, da ora in poi potrà operare anche sull’rna, acido nucleico implicato in vari ruoli, come appunto la codifica, la trascrizione, la regolazione ed l’espressione dei geni. E questo grazie a Repair, il nuovo sistema messo appunto dai ricercatori del Broad Institute e del Mit, che appunto si basa su Crispr per riuscire a modificare l’rna nelle cellule umane. Come hanno spiegato i ricercatori sulle pagine di Science, questo nuovo modo di manipolazione, che altera i prodotti genetici senza però modificare il genoma, sarà uno strumento fondamentale per la ricerca e il trattamento delle malattie. Più precisamente Repair, acronicmo di Rna Editing for Programmable A to I Replacement, è in grado di operare su singoli nucleotidi che costituiscono la catena dell’rna, che ha il compito di trascrivere le informazioni del dna necessarie per la sintesi proteica, consentendo agli scienziati di correggere mutazioni in diverse finestre temporali, anche durante i periodi fondamentali di sviluppo umano. In questo caso, precisano gli autori, non si manipolerebbe il dna, sollevando così gli scienziati dalle preoccupazioni etiche legate alle modifiche dirette e permanenti sul genoma.“La capacità di correggere le mutazioni che causano malattie è uno degli obiettivi primari dell’editing genomico”, spiega l’autore Feng Zhang. “Finora disattivavamo alcuni geni, ma in realtà non sappiamo ancora come recuperare la funzione della proteina persa. Questa nuova capacità di modificare l’rna apre più opportunità per recuperare questa funzione e trattare molte malattie, in quasi ogni tipo di cellula”. Infatti, a differenza delle modifiche permanenti al codice genetico richieste per la modifica del dna, l’editing dell’rna offrirà un modo più sicuro e flessibile per effettuare correzioni nelle cellule. “Il nuovo sistema può riparare le mutazioni (a livello dell’rna) senza alterare il genoma e, quindi, è una correzione potenzialmente reversibile”, precisa il co-autore David Cox. Per progettare Repair, i ricercatori hanno analizzato la famiglia di enzimi Cas13, selezionando dal batterio Prevotella l’enzima PspCas13b, e lo hanno successivamente combinato con una proteina chiamata Adar2. Un composto che si è mostrato il più efficace per scegliere a una sequenza bersaglio di rna e intervenire senza danneggiare le altre sequenze. “Il successo che abbiamo avuto con questa tecnica è davvero incoraggiante e ci sono chiari segni che potrà evolversi ulteriormente, migliorando precisione ed efficacia”, spiega Omar Abudayyeh, co-autore dello studio. Per dimostrare il potenziale terapeutico di Repair, il team ha per prima cosa sintetizzato le mutazioni patogene che causano l’anemia di Fanconi e diabete insipido nefrogenico. Poi le ha introdotte nelle cellule umane e le ha corrette con Repair, dimostrando quindi il successo e l’efficacia di questa nuova tecnica.


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venerdì 8 dicembre 2017

I MISTERI GENETICI DELL'ISOLA DI PASQUA



Forse scoperto il mistero dell’origine della civiltà dell’isola di Pasqua

gli abitanti dell’isola di Pasqua non erano in contatto con altre comunità umane e non lo sono stati per migliaia di anni prima dell’arrivo dei coloni europei



I paleogenetisti, per la prima volta nella storia, sono riusciti a decifrare il DNA degli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui) ed hanno concluso come essi fossero correlati ad una linea parentale con i polinesiani. Questi, infatti, non hanno mai avuto contatti con altri gruppi di persone prima degli europei, giunti su questa misteriosa isola. Lo riferisce un articolo pubblicato sulla rivista Current Biology.

Uno scienziato della University of California, Lars Feren-Schmitz, e colleghi hanno confrontato il DNA dei resti degli isolani che hanno vissuto prima dell’arrivo degli europei con il DNA di persone che popolavano la zona durante gli ultimi giorni di vita della civiltà locale. Gli studi hanno dimostrato che gli abitanti dell’isola di Pasqua non erano in contatto con altre comunità umane e non lo sono stati per migliaia di anni prima dell’arrivo dei coloni europei. “Non abbiamo trovato alcuna traccia di contatti tra gli abitanti dell’Isola di Pasqua e gli indiani del Sud d’America. Questo ci ha molto sorpreso perché c’erano molte indicazioni del fatto che tali contatti avevano avuto luogo“, ha dichiarato Feren-Schmitz.

Perché l’enigmatica civiltà si estinse?


L’Isola di Pasqua è uno dei luoghi più misteriosi della Terra. Circa 2.000 anni fa fu dimora di una strana civiltà polinesiana che lasciò su di essa un gran numero di vestigia sotto forma di idoli giganti, i Moai. Secondo gli scienziati, queste sculture sono figure divine degli antenati e dei parenti degli antichi abitanti dell’isola. Questa civiltà era praticamente scomparsa dall’Isola di Pasqua prima dell’arrivo dei primi coloni. La causa della loro estinzione potrebbe essere legata a due fattori: l’esaurimento delle risorse come risultato della deforestazione e dello sterminio degli animali da parte dei polinesiani e della guerra tra diverse tribù di aborigeni. Le guerre interne, invece, hanno portato alla quasi estinzione della cultura Moai. Alla fine, i resti della civiltà sull’isola di Pasqua furono distrutti a metà del XIX secolo, quando l’isola era occupata dagli schiavi. A causa dell’estinzione della loro cultura, l’unico sistema di scrittura (denominata “rongo rongo”) dell’isola deve ancora essere decifrato dagli scienziati.


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martedì 5 dicembre 2017

ANTIBIOTICO RESISTENZA: GRAVE PERICOLO SOTTOVALUTATO



Antibiotico resistenza: la bozza del Piano Nazionale manca completamente gli obiettivi
L’Italia ha bisogno di target più ambiziosi per tutelare la salute dei cittadini.
La bozza del Piano contro l’antibiotico resistenza del ministero della Salute manca totalmente gli obiettivi sulla riduzione del consumo di antibiotici in zootecnia; l’Italia ha bisogno di target più ambiziosi per tutelare la salute dei cittadini. È quanto ritengono Legambiente, CIWF Italia, AIAB, Altroconsumo, ARCI, CGIL, Cittadinanzattiva, Comuni Virtuosi, FederBio, Federazione Italiana Media Ambientali, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Fondazione Sviluppo Sostenibile, Fondazione Univerde, Greenpeace Italia, LIPU, Marevivo, Movimento Difesa del Cittadino, Slow Food Italia, Unione degli Studenti, WWF Italia. Il fenomeno dell’antibiotico resistenza in Italia è allarmante: il nostro Paese ha la maglia nera per lo sviluppo di resistenze, è fra i primi consumatori di antibiotici in UE e secondo un recente audit dell’ECDC (European Centre for Desease Control) “se il fenomeno dell’AMR non sarà limitato, nel breve futuro alcuni interventi chirurgici chiave saranno compromessi”; ma il ministero della Salute ha redatto una bozza di piano con obiettivi troppo blandi in ambito veterinario che non affrontano il problema con l’incisività necessaria considerata la gravità della situazione italiana. Già a giugno scorso le 20 associazioni hanno scritto al ministro Lorenzin, esprimendo preoccupazione sull’argomento e sollecitando un confronto. Ma non hanno ricevuto risposta e ribadiscono ora la loro richiesta, scrivendo al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Stefano Bonaccini, a cui il ministero della Salute ha trasmesso la bozza di Piano nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR). Oltre alla richiesta di consultazione sul testo, le associazioni sottopongono a Bonaccini osservazioni e soluzioni migliorative al piano. “Affinché il testo finale adottato – scrivono – consenta, in tempi brevi, di superare ritardi e modelli di gestione che hanno portato l’Italia ad essere tra i Paesi europei più esposti a questa gravissima minaccia”. Riduzione dei consumi –  L’ultimo report ESVAC, ad esempio, mostra che la vendita di antibiotici in Italia è stata enorme nel 2014, corrispondente a 359,98 mg/kg pf PCU (p. 33). La media UE nel 2014 era di 152,9 mg/kg (pp. 26 e 29), meno della metà. Sulla base di tali dati, il target di riduzione del 30% in ambito veterinario proposto dalla bozza di piano rischia, soprattutto, di non affrontare la minaccia in modo tempestivo e significativo. Inoltre, per quanto noto, non esistono ad oggi dati sul consumo in ambito veterinario. Il piano deve quindi spiegare quali dati di consumo, raccolti da chi e con quale metodo, utilizza relativamente all’anno 2016 per stabilire la riduzione del consumo prevista al 2020. Ipotizzando un consumo simile a quello sulle vendite dell’anno 2014 la riduzione del 30% entro il 2020 significherebbe, a quella data, un consumo di 251,98 mg/kg, quindi ancora eccezionalmente elevato, quasi il doppio della media europea nell’anno 2014. Il target di riduzione del consumo efficace, secondo le associazioni, dovrebbe puntare almeno al 70% entro il 2020. Raggiungere la riduzione del 70% in Italia è certamente possibile, considerando quanto sono elevati gli attuali livelli di consumo e sapendo che, ad esempio, l’uso di antibiotici in Svezia è già oggi di soli 11,5 mg/kg. In Olanda, dove sono presenti grandi allevamenti intensivi di maiali e vitelli, è stato stabilito un target di riduzione dell’uso pari al 50% fra il 2009 e il 2013, e del 70% fra il 2009 e il 2015. L’Olanda ha ridotto il suo consumo del 64,5% fra il 2009 e il 2016 e del 69% fra il 2007 e il 2016. Il livello olandese di uso nel 2007 era di 179 mg/kg, nel 2009 era di 165 mg/kg, nel 2014 era pari a 86,4 mg/kg, e nel 2016 era di 58 mg/kg. Questi dati mostrano che l’Italia, che parte da un consumo elevatissimo, deve puntare ad una riduzione del 70% del consumo nel 2020 rispetto all’anno 2014, il che porterebbe il consumo a 107,99 mg/kg, rimanendo comunque ancora ad un consumo doppio rispetto al consumo dell’Olanda nell’anno 2016.
Resistenze nei conigli e MRSA – Le associazioni chiedono inoltre che siano monitorate le resistenze nei conigli, considerato l’ampissimo uso di antibiotici in questa filiera, e che l’MRSA sia aggiunto ai patogeni da monitorare. Uso preventivo e routinario – La bozza di piano attualmente non fa nessun riferimento all’uso preventivo e routinario. Secondo le associazioni, per essere efficace, il piano deve assolutamente prevedere il divieto dell’uso routinario degli antibiotici, soprattutto nel caso di trattamenti di gruppi in cui nessun animale è malato. Mettere fine all’uso profilattico di routine non comprenderebbe la profilassi non di routine, come l’uso in caso di necessità dell’animale dopo un parto difficile, un’operazione o una ferita. Il piano deve prevedere che qualsivoglia uso preventivo di antibiotici di importanza critica sia assolutamente vietato. Gli antibiotici di importanza critica dovrebbero essere utilizzati solo su singoli animali in cui sia stata testata l’inefficacia di altri antibiotici. Tavoli tecnici con associazioni di categoria dell’industria della carne – Riguardo alla possibilità di creare tavoli tecnici con associazioni di categoria dell’industria della carne il piano deve garantire che ogni azione sia realizzata direttamente dal Ministero della Salute, dare pari possibilità a tutti gli allevatori di aderire alle azioni per la riduzione del consumo e per l’uso razionale, ed evitare qualsivoglia, anche potenziale, conflitto di interesse. Il piano inoltre deve prevedere che le associazioni che rappresentano la società civile e lavorano per il benessere degli animali siano attivamente e nella medesima misura coinvolte nei succitati tavoli tecnici. Le associazioni si augurano che considerata l’enorme importanza di tale Piano per la salute e il benessere delle attuali e future generazioni, le osservazioni e i suggerimenti proposti possano trovare il convinto supporto di tutte le Regioni e le Provincie autonome affinché il testo finale adottato consenta, in tempi brevi, di superare ritardi e modelli di gestione che hanno portato l’Italia a essere tra i Paesi europei più esposti a questa gravissima minaccia.
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sabato 2 dicembre 2017

PANSPERMIA: REALTA' E NON FANTASCIENZA!


ISS contaminata da batteri sopravvissuti nello Spazio: nessun pericolo per l’uomo


Batteri viventi attaccati alla stazione spaziale ISS: non è il film Alien, ma la realtà descritta dall’astronauta russo Anton Shkaplerov (nella foto in alto - al centro - con la nostra Samantha Cristoforetti) all’agenzia TASS. Secondo quanto riportato, durante una “passeggiata spaziale” all’esterno della stazione, sarebbero stati trovati sulla superficie del segmento russo batteri sopravvissuti nello spazio, immediatamente raccolti per essere inviati sulla Terra ed esaminati presso i laboratori della NASA. I tamponi hanno rilevato la presenza di batteri assenti durante il lancio della ISS, dunque depositatisi sulla sua superficie esterna quando la stazione era già in orbita.

 “Sono stati analizzati e pare che non rappresentino un pericolo”, ha rassicurato Shkaplerov.


Del resto, non è la prima volta che sulla superficie esterna della ISS si ritrovano dei batteri: eclatante fu ad esempio il caso dei batteri - di origine terrestre - che sopravvissero per ben 3 anni nello spazio con temperature comprese tra -150 e +150 gradi Celsius. Tali batteri furono trasportati attraverso un tablet ed altro materiale utilizzato dall’equipaggio all’interno della cabina.

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Lombrichi su Marte, possono vivere e riprodursi nel terreno marziano


I lombrichi sono fondamentali per la sopravvivenza di qualsiasi ecosistema e ora, per la prima volta, gli scienziati della Wageningen University, in Olanda, hanno scoperto che possono riprodursi nel “suolo marziano”.

Dai risultati della ricerca è emerso che i lombrichi potrebbero riprodursi su Marte, e ciò rappresenta un importante passo verso la colonizzazione dell’uomo sul pianeta rosso. I ricercatori hanno condotto un esperimento che simulava la vita su Marte e sul terreno identico a quello del pianeta, sono nati due lombrichi. Wieger Wamelink, autore principale dello studio, ha scoperto gli invertebrati nei campioni di suolo identico a quello marziano che ha ottenuto dalla Nasa. La superficie di Marte è coperta di sabbia e polvere, formata dall’erosione di rocce ignee ricche di ferro simili al basalto; conosciuto come “regolite”, questo materiale può essere a grana grossa, fine o in polvere. La riproduzione artificiale del suolo della Nasa è originaria di un vulcano delle Hawaii e Wamelink ha coltivato all’interno i lombrichi, aggiunto rucola e del letame suino simile agli escrementi umani; è rimasto sbalordito quando, inaspettatamente, ha scoperto che era avvenuta la riproduzione, c’erano un paio di nuovi arrivati. “Il letame ha stimolato la crescita, specialmente nella riproduzione artificiale del suolo marziano, e abbiamo visto che i lombrichi erano attivi”, ha detto Wamelink. “Ma la vera sorpresa è stata alla fine dell’esperimento, quando abbiamo trovato i due lombrichi appena nati”. Per nutrire i futuri esseri umani che vivranno su Marte, un ecosistema agricolo sostenibile è una necessità, e i lombrichi avranno un ruolo fondamentale rispetto all’abbattere e riciclare le sostanze organiche morte presenti nel suolo. Wamelink ha affermato che per fertilizzare il terreno avrebbero potuto utilizzare urina ed escrementi umani ma per “ragioni pratiche e di sicurezza” hanno optato per il liquame di maiale.


Il terreno artificiale di Marte ha ottenuto risultati migliori perfino della sabbia argentata, una sabbia bianca e fine usata dai giardinieri. “L’effetto positivo dell’aggiunta di letame non è stato inaspettato, ma siamo rimasti sorpresi dal fatto che il terreno artificiale marziano avesse un rendimento superiore alla sabbia argentata”. Il team di Wamelink ha aggiunto materia organica di precedenti esperimenti a sabbia e letame in alcuni vasi campione e, dopo la germinazione, posizionato dei lombrichi. “Abbiamo realizzato tutte le combinazioni possibili, ad accezione della materia organica che è stata aggiunta in tutti i vasi”, ha affermato Wamelink, i cui esperimenti sono fondamentali per determinare se su Marte le persone potranno sopravvivere grazie alle coltivazioni. I lombrichi sono necessari per ottenere un suolo sano non solo sulla Terra, ma anche nei futuri orti su Marte o sulla Luna. Questi invertebrati svolgono i compiti fondamentali di degradare i resti di piante, trasformandole in materia organica, e di smuovere il suolo creando gallerie, rilasciando sostanze nutrienti come azoto, fosforo e potassio. “Sembrano possibili, sul pianeta rosso, colture come fagiolini, piselli, ravanelli, pomodori, patate, rucola, carota”. Precedenti lavori dello stesso team avevano dimostrato che su questo suolo si possono coltivare vegetali sicuri da mangiare, nonostante le alte percentuali di metalli. “Dopo aver superato i test, abbiamo organizzato una cena con le piante da noi coltivate, con le persone che hanno sostenuto la ricerca attraverso la campagna di crowdfunding”, ha concluso Wamelink.

da:
https://www.blitzquotidiano.it/scienza-e-tecnologia/lombrichi-marte-scoperta-riprodursi-terreno-2795158/

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venerdì 1 dicembre 2017

LA RICERCA MOLECOLARE E L'APPRENDIMENTO AUTOMATICO


Il comportamento delle molecole non è un ambito di studio che possa definirsi semplice e l'utilizzo di computer è indispensabile per il suo avanzamento: un gruppo di scienziati ha pensato di applicare il machine learning in questo ambito cercando di prevedere il comportamento di una specifica molecola.

“L’apprendimento automatico (anche chiamato machine learning dall'inglese), rappresenta un insieme di metodi sviluppati negli ultimi decenni in varie comunità scientifiche con diversi nomi come: statistica computazionale, riconoscimento di pattern, reti neurali artificiali, filtraggio adattivo, teoria dei sistemi dinamici, elaborazione delle immagini, data mining, algoritmi adattivi, ecc; che "fornisce ai computer l'abilità di apprendere senza essere stati esplicitamente programmati".

 L'algoritmo di apprendimento automatico ha il compito di cercare un pattern, ovvero una sequenza, riconoscibile nel comportamento della molecola,quindi tutte le interazioni degli atomi che avvengono al suo interno. In questo modo è possibile conoscerla a fondo e sfruttare le sue caratteristiche in diverse applicazioni, ad esempio in ambito farmaceutico. L'implementazione del machine learning in ambito scientifico sembra avere un ottimo riscontro, come ad esempio il suo uso nel campo dell'astronomia. In ambito molecolare oggi si usano delle equazioni differenziali complesse che hanno bisogno di una potenza computazionale enorme confrontata ai risultati ottenuti da un modello di machine learning funzionante e soprattutto ben addestrato con molti esempi. I ricercatori hanno infatti dovuto allenare il proprio algoritmo intelligente usando diverse molecole, per far sì che potesse acquisire abbastanza dati per riconoscere interazioni sempre più complesse. Nell'immagine in fondo alla news potete osservare i risultati ottenuti con l'algoritmo: i punti blu all'interno di ogni atomo sono la predizione effettuata dall'algoritmo, estremamente precisa rispetto alla disposizione molecolare già nota.







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mercoledì 29 novembre 2017

GLI ESSENI E I TESTI DI QUMRAN


Rotoli del Mar Morto, gli scheletri di 2200 anni fa che "forse" svelano chi li ha scritti

A Qumran la scoperta di 33 scheletri risalenti a 2.200 anni fa collegati agli Esseni potrebbe avvalorare l’ipotesi che a scrivere e custodire i Rotoli del Mar Morto sia stata proprio la comunità religiosa ebraica. I resti umani, trovati vicino al luogo in cui sono stati scoperti i Rotoli, alcuni dei più antichi testi biblici mai ritrovati, si ritiene siano degli Esseni, una pacifica setta ebraica vissuta nell’antica Palestina, dedita al celibato e alla castità. I Rotoli del Mar Morto hanno affascinato studiosi e storici poiché, circa 70 anni fa, gli antichi testi furono trovati sparsi in una serie di grotte in Cisgiordania. 

Si pensava fossero stati scritti tra il 200 a.C. e il 100 d.C., le pergamene comprendono copie di testi dell’Antico Testamento. Nonostante gli esperti li ritengano come tra i più grandi ritrovamenti archeologici del XX secolo, le loro origini e la loro paternità per decenni sono rimaste avvolte nel mistero, commenta il Daily Mail. Fin dalla loro scoperta, sono stati proposte diverse ipotesi su chi avesse scritto o supervisionato i testi, inclusi soldati, artigiani, uomini dell’Età del Ferro o beduini. Un’analisi dei resti trovati nelle 33 tombe potrebbe aiutare gli esperti a comprendere la storia dei misteriosi Rotoli. Le analisi delle ossa sono a sostegno di una precedente teoria secondo cui i Rotoli erano scritti o custoditi dagli Esseni, il cui nome deriva da Essen, celibe, comunità ebraica esclusivamente maschile. Il misterioso gruppo fiorì in Palestina dal II secolo a.C. alla fine del I secolo d.C. Come le pergamene, anche le tombe sono state ritrovate a Qumran, una regione archeologica della Cisgiordania, lungo la costa nord-occidentale del Mar Morto. Gli antropologi dell’Israel Antiquities Authority a Gerusalemme hanno datato il radiocarbonio delle ossa, rivelando che hanno circa 2200 anni, più o meno la stessa età dei Rotoli. Ma non è solo l’età delle ossa a essere collegata agli antichi testi: tutti, tranne tre dei 33 scheletri, sono stati identificati come probabilmente maschi, sulla base della dimensione del corpo e la forma pelvica. Dei 30 scheletri identificati come maschi, al momento della morte ciascuno era di età compresa tra i 20 e i 50 anni o più. Data la mancanza di ferite sulle ossa, è improbabile che gli uomini fossero soldati. Gli indizi farebbero pensare a una comunità monastica che conduceva nel deserto una vita di ascetismo: appunto, una comunità di Esseni. Non si può dire (con assoluta certezza) che siano stati gli autori dei Manoscritti del Mar Morto, ma data la vicinanza fisica e temporale, può darsi che questi uomini ne custodissero il segreto, e ne portassero avanti la tradizione.

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