IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 22 gennaio 2018

IL MISTERO DI HYPATIA



Una piccola roccia scoperta nel 1996 nel sud-ovest dell’Egitto contiene composti micro-minerali che non sono noti sulla Terra, né altrove nel Sistema Solare, o in meteoriti o comete note. E’ quanto emerso dallo studio dei ricercatori dell’Università di Johannesburg, che non escludono la possibilità che la misteriosa pietra provenga da fuori il nostro Sistema Solare. Il professor Jan Kramers e il dottor Georgy Belyanin del Centro di ricerca PPM dell’Università di Johannesburg hanno dichiarato che l’analisi della pietra Hypatia (nome datole in omaggio all’astronoma, filosofa e matematica Ipazia d’Alessandria) ha sollevato domande significative sulla formazione della Terra e degli altri pianeti.


 “Quello che sappiamo è che Hypatia si è formata in un ambiente freddo, probabilmente a temperature inferiori a quella dell’azoto liquido sulla Terra (-196° Celsius)”, ha detto Kramers. “L’ origine dovrebbe essere ben oltre la cintura di asteroidi presenti tra Marte e Giove, da cui (per altro) provengono la maggior parte dei meteoriti noti”. Già nel 2013 i ricercatori avevano annunciato che la pietra non apparteneva alla Terra. Due anni più tardi, aggiunsero che non si trattava di un frammento di un meteorite o cometa noti. Per comprendere l’origine di Hypatia, i ricercatori dovranno studiare la pietra confrontandola con tutti i campioni di oggetti interstellari disponibili. E’ evidente che il sasso proviene da un ambiente freddo in cui le temperature scendono ben al di sotto del punto in cui l’azoto passa allo stato liquido. Ciò dimostra che la pietra proviene da un luogo al di fuori della fascia di Kuiper, quindi esterno al Sistema Solare.


https://www.diregiovani.it/2018/01/11/146675-hypatia-misteriosa-pietra-extraterrestre.dg/

PER APPROFONDIMENTI:






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LA VERA "GENESI" DELL'UOMO E' COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO? OPPURE E' UNA STORIA COMPLETAMENTE DIVERSA?

"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
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mercoledì 17 gennaio 2018

DNA E PREISTORIA: LE VERE ORIGINI DELL'AMERICA DEL NORD


Dna di neonata riscrive la preistoria Usa:  i primi umani arrivarono 25mila anni fa dalla Russia.

ROMA – Il DNA di una bambina Nativa Americana, morta 11.500 anni fa ad appena sei settimane, riscrive la preistoria americana: il genoma completo rivela come i primi umani arrivarono 25.000 anni fa sul continente e poi si divisero in tre gruppi ancestrali di Nativi Americani. 



E’ la prima volta che vengono identificate tracce genetiche dirette dei primi nativi americani. La neonata apparteneva a un popolo, precedentemente sconosciuto, di antichi abitanti del Nord America noti come gli “antichi Beringiani”, un piccolo gruppo di Nativi Americani che risiedeva in Alaska e si estinse circa 6.000 anni fa, affermano i ricercatori. È ampiamente riconosciuto che i primi coloni siano passati in Alaska da quella che ora è la Russia, attraverso un antico ponte continentale sullo Stretto di Bering, che fu sommerso alla fine dell’ultima era glaciale. In precedenza alcuni scienziati hanno ipotizzato molteplici flussi migratori sul ponte continentale, fino a 14.000 anni fa. Ma il nuovo studio riportato dal Daily Mail, mostra che questa migrazione si è verificata in un’onda, con sottodivisioni di gruppi nativi americani che si sono formati in seguito. Dalla ricerca emerge inoltre che un gruppo precedentemente sconosciuto chiamato “Antichi Beringiani” fece parte di questa suddivisione, facendo passare da due a tre il numero conosciuto di gruppi ancestrali di Nativi Americani. “Non sapevamo che esistesse questo popolo”, ha affermato il coautore dello studio, Ben Potter, antropologo presso l’Università dell’Alaska Fairbanks. I dati forniscono anche la prima prova diretta della popolazione originaria dei Nativi Americani e gettano nuova luce su come queste popolazioni stavano migrando e stabilendosi in tutto il Nord America”. Il team internazionale di ricercatori, guidato da scienziati delle Università di Cambridge e Copenaghen, ha studiato il genoma completo della neonata Nativa Americana, Xach’itee’aanenh t’eede, o Sunrise Child-girl; i resti sono stati trovati nel 2013 nel sito archeologico dell’Alward Sun River in Alaska.  Sebbene la neonata avesse vissuto circa 11.500 anni fa, molto tempo dopo che le persone arrivassero per la prima volta nella regione, le sue informazioni genetiche non corrispondevano a nessuno dei due rami riconosciuti dei primi nativi americani. La bambina sembrava appartenere a una popolazione nativa americana completamente distinta, chiamata Antichi Beringiani. Ulteriori analisi hanno mostrato che il gruppo era separato dalla stessa popolazione fondatrice dei gruppi di nativi americani del Nord e del Sud. “Gli Antichi Beringiani si sono diversificati dagli altri nativi americani, prima che ogni popolazione nativa americana in vita fosse stata sequenziata fino ad oggi”, ha detto l’autore principale dello studio, Eske Willerslev, dell’University of Cambridge. “È fondamentalmente una popolazione relitta di un gruppo ancestrale comune a tutti i nativi americani, quindi i dati genetici sequenziati ci hanno offerto un enorme potenziale in termini di risposta alle domande relative su come si siano popolate le Americhe”. “Abbiamo potuto dimostrare che probabilmente le persone sono entrate in  Alaska prima di 20.000 anni fa. È la prima volta che abbiamo prove genomiche dirette che tutti i nativi americani possono essere ricondotti a una popolazione di origine, attraverso un singolo evento di migrazione”. Lo studio ha confrontato i dati provenienti dall’Upward Sun River con i genomi antichi e quelli di numerose popolazioni contemporanee. Secondo la cronologia dei ricercatori, la popolazione ancestrale dei nativi americani è emersa per la prima volta come gruppo separato, circa 36.000 anni fa nel nordest asiatico. Il contatto costante con le popolazioni asiatiche è continuato fino a circa 25.000 anni fa, quando il flusso genico tra i due gruppi terminò probabilmente per violenti cambiamenti del clima, che isolarono gli antenati dei nativi americani. A questo punto, il gruppo probabilmente iniziò ad attraversare l’Alaska su un antico ponte continentale sullo stretto di Bering poi sommerso alla fine dell’ultima era glaciale. Successivamente, circa 20.000 anni fa, quel gruppo si divise in due lignaggi: gli Antichi Beringiani e gli antenati di tutti gli altri nativi americani.


 Il gruppo ora scoperto, ha continuato a riprodursi con i loro cugini nativi americani almeno fino a quando la neonata del fiume Upward Sun nacque in Alaska circa 8.500 anni dopo. Jos Vctor Moreno-Mayar, dell’Università di Copenaghen, ha dichiarato: “Sembra che gli Antichi Beringiani si trovassero in Alaska, tra gli 11.500 e i 20.000 anni, ma erano già distinti dal più ampio gruppo nativo americano”. I ricercatori hanno anche dimostrato che i rami nord e sud dei nativi americani si divisero solo tra i 14.000 e 17.000 anni fa. Sulla base di precedenti ricerche ciò fa ipotizzare che quando si sono separati, si trovavano già nel sud del continente americano. La divisione si è probabilmente verificata dopo che i loro antenati hanno attraversato le calotte glaciali di Laurentide e Cordigliera, due vasti ghiacciai che coprivano quello che ora è il Canada e parte degli Stati Uniti settentrionali, ma hanno cominciato a disgregarsi in quel periodo. La calotta di ghiaccio ha isolato i viaggiatori diretti a sud dagli Antichi Beringiani in Alaska, che sono stati infine sostituiti o assorbiti da altre popolazioni native americane. Sebbene le popolazioni attuali in Alaska e nel Canada settentrionale appartengano alla ramo dei Nativi Americani del Nord, la nuova analisi mostra che derivano da una migrazione successiva a nord, molto tempo dopo gli eventi migratori iniziali. “Un aspetto significativo di questa ricerca è che alcune persone hanno affermato che la presenza di esseri umani nelle Americhe risale a prima, a 30.000 anni, 40.000 anni o anche più”, ha aggiunto Willerslev. “Non possiamo dimostrare che queste affermazioni non siano vere, ma se sono corrette, non potrebbero mai essere antenati diretti dei nativi americani contemporanei”.

Da:
https://www.blitzquotidiano.it/scienza-e-tecnologia/dna-neonata-preistoria-usa-2809080/

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sabato 13 gennaio 2018

IL SEQUENZIAMENTO DEL DNA SULLA STAZIONE SPAZIALE


Batteri alieni analizzati per la prima volta sulla ISS

Sono stati condotti con successo i primi esperimenti di sequenziamento del DNA sulla ISS.

Qualcuno ricorderà la questione dei batteri trovati all'esterno della ISS: a fine novembre un astronauta russo aveva dichiarato che questi batteri viventi provengono dallo Spazio e non da una contaminazione terrestre. Molti sollevarono perplessità, soprattutto alla luce del fatto che le affermazioni non erano avallate da dettagliati dati sulle indagini di laboratorio. Ebbene ora abbiamo le prove che c'è uno strumento in orbita sulla ISS che permette di condurre analisi attendibili in questi casi, e che forse un giorno consentirà di esaminare in tempi brevi forme di vita potenzialmente provenienti da altri pianeti. In passato infatti il sequenziamento del DNA veniva svolto solo a Terra, dallo scorso anno invece nella parte statunitense della ISS ci sono gli strumenti deputati per farlo, e gli astronauti della NASA  hanno sequenziato con successo il DNA di alcuni microbi trovati a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. A luglio 2016 l'astronauta statunitense Kate Rubins fu la prima a sequenziare il DNA nello Spazio, ma è stato nel corso della missione Genes in Space-3 condotta dall'astronauta della NASA Peggy Whitson che per la prima volta sono stati analizzati nello Spazio gli organismi. Whitson ha sequenziato il DNA sotto la guida dalla microbiologa della NASA Sarah Wallace e dal suo team al Johnson Space Center, e i campioni sono stati inviati sulla Terra a settembre 2017 per essere sottoposti ad altri accertamenti con strumenti convenzionali. Gli scienziati hanno sequenziato di nuovo i microbi e confermato che erano stati identificati correttamente da Whitson.


L'astronauta della NASA Peggy Whitson. Crediti: NASA

Il dato importante al momento è che gli strumenti a bordo della ISS funzionano bene e che il training condotto dagli astronauti consente effettivamente di condurre il sequenziamento del DNA in maniera corretta.

Da:


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martedì 9 gennaio 2018

ACRILAMMIDE: una lunga storia, raccontata ai consumatori…


di GIORGIO PATTERA (BIOLOGO)

Nel luglio 2014 (fonte: https://www.efsa.europa.eu/it/press/news/140701 ), l’EFSA (l’Autorità europea per la Sicurezza alimentare, con sede a Parma) lanciò l’allarme sull’impiego d’una sostanza comunemente diffusa nell’industria alimentare, in particolar modo nella produzione di patatine e biscotti. L’imputata risponde al nome di acrilammide e viene utilizzata per conferire un aspetto invitante ai cibi, mediante la caratteristica “doratura”. L’EFSA denunciò i sospetti che già da tempo gravavano sulla probabile correlazione fra l’acrilammide ed alcune tipologie tumorali, mediante un comunicato che riportiamo integralmente: “L’EFSA ha confermato le valutazioni precedenti secondo cui, sulla base degli studi sugli animali, l’acrilammide negli alimenti aumenta potenzialmente il rischio di cancro per i consumatori, in tutte le fasce d’età. L’acrilammide negli alimenti è prodotta dalla stessa reazione chimica che conferisce al cibo la “doratura” – rendendolo anche più gustoso – durante la normale cottura ad alta temperatura (+150°C), in ambito domestico, nella ristorazione e nell’industria alimentare. Caffè, prodotti fritti a base di patate, biscotti, cracker, pane croccante/morbido e alcuni alimenti per l’infanzia rappresentano importanti fonti alimentari di acrilammide. Sulla base del peso corporeo, i bambini sono la fascia d’età maggiormente esposta”. Diane Benford, presidente del gruppo di esperti scientifici impegnato negli studi sull’acrilammide, spiega che “… l’acrilammide consumata per via orale viene assorbita dal tratto gastrointestinale, si distribuisce a tutti gli organi e viene ampiamente metabolizzata. La glicidammide, uno dei principali metaboliti derivati da questo processo, è la causa più probabile delle mutazioni geniche e dei tumori osservati negli studi sugli animali”.

Nonostante questa autorevole presa di posizione, la stessa Efsa candidamente confessò “… di non avere poteri tali da poter cambiare le norme sull’uso di questa sostanza, ma auspica che i propri studi possano servire da supporto per i decisori europei e nazionali nella valutazione delle possibili misure per ridurre ulteriormente l’esposizione dei consumatori a questa sostanza negli alimenti…”.

La qual cosa si commenta da sola, se non con l’aggiunta “… e allora, l’EFSA, a cosa serve…?”. 
Ma se questa non è, purtroppo, una novità, c’è chi, oltre un anno prima, aveva già messo in guardia gli utenti del web circa la potenziale pericolosità della medesima sostanza, anche nella sua forma polimerizzata: la poli-acrilammide, appunto. Nella forma polimerizzata, questa risulta inerte e quindi non reattiva, ma nel caso (non impossibile) perdesse per qualsiasi causa la polimerizzazione, tornerebbe ad essere quella di sempre: una potente neurotossina, facilmente assorbibile anche attraverso la cute.
Come si vede, quindi, entrambe le sostanze sono accumunate dalla stessa pericolosità: quasi certa, la prima, potenziale la seconda.
Ma come è arrivato un Biologo parmigiano a precedere le conclusioni dell’EFSA?

  
Una ricerca datata 15 febbraio 2013:

(http://www.galileoparma.it/Caso%20Lugo%20di%20Romagna%20(RA)%203-09-2012%20-%20Efsa.pdf), supportata dalle relative analisi di laboratorio, giungeva alla conclusione che anche il “KRILIUM” (Peter Cordani, Patent US 6,315,213 B1 - 13/11/2001), un "condizionatore del suolo" (= ammendante), formalmente impiegato per uso agricolo e orticolo con vari nomi commerciali, è composto da acrilammide, anche se in forma polimerizzata (forma anionica = poliacrilammide-reticolata) e pertanto potenzialmente non tossica. Tuttavia quali potrebbero essere le conseguenze, dirette o indirette, se la poli-acril-ammide, per motivi ancora non indagati, DOVESSE PERDERE LA POLIMERIZZAZIONE, ipotesi da non poter escludere “a priori”? Questa eventualità suscitò l’attenzione anche da parte della COLDIRETTI:
(http://www.coldiretti.it/archivio/acrilammide-nel-2014-consultazione-pubblica-efsa), proprio in ragione della definizione stessa della sostanza in causa: "L'acrilammide è una potente neurotossina e, nella forma non-polimerizzata, è facilmente assorbita anche attraverso la pelle…".

RICADUTE sull'AMBIENTE

Molte riserve sono state sollevate circa l'uso di poliacrilammide in agricoltura: esiste un potenziale rischio di contaminazione degli alimenti con la neuro-tossina acrilammide.
La poliacrilammide è relativamente non-tossica, ma è noto che i prodotti commercialmente disponibili contengono alcune quantità di acrilammide, residuate dal suo ciclo di sintesi, di solito intorno allo 0,05%.
Inoltre, si teme che la poliacrilammide possa de-polimerizzarsi per formare acrilammide. In uno studio condotto nel 2003 presso il Central Science Laboratory di Sand Hutton, Inghilterra, la poliacrilammide è stata trattata al pari di alimenti da consumarsi previa cottura (= somministrazione di energia termica, circa 200 °C). E' stato appurato che tali condizioni non causano la de-polimerizzazione in modo significativo, ma lo Stato della California, in via prcauzionale, richiede ugualmente (dal 2010) che i prodotti contenenti acrilammide siano etichettati con l'indicazione secondo cui "...l'ingrediente è una sostanza chimica nota nello Stato della California come causa di cancro". (fonte : http://en.wikipedia.org/wiki/Polyacrylamide)

E così, (tanto tuonò che piovve), si è giunti al 20 novembre 2017.

In tale data, è stato (finalmente) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (304/24, 2017/2158) il Regolamento della Commissione Comunitaria che impone alle Industrie alimentari, a decorrere dall’11 aprile 2018, l’adozione di misure atte alla riduzione, se non all’eliminazione, della presenza di acrilammide negli alimenti (fonte: https://www.efanews.eu/it/item/1442-acrilammide-l-europa-la-riduce-nei-cibi.html).

Naturalmente, le Multinazionali alimentari hanno già annunciato insurrezioni, ricorsi e pressioni contro la disposizione europea ed allora la domanda sorge spontanea (parafrasando un noto conduttore televisivo): “Ma quando la Scienza (quella libera ed indipendente) riuscirà a non farsi oscurare dalla Politica economica?”. Forse mai…

Meditate, gente, meditate.

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venerdì 5 gennaio 2018

PROPULSIONE A "IONI" E FUTURI VIAGGI SPAZIALI



Il motore a ioni batte tutti i record, Marte è più vicino?
I ricercatori della NASA e dell'Università del Michigan hanno pubblicato i dati dell'ultimo test sul motore X3 a effetto Hall, che ha operato a oltre 100 kW di potenza. L'esplorazione umana del Sistema Solare è un po' più vicina.

Il prototipo di motore a ioni che è stato sviluppato nell'ottica delle future missioni NASA verso Marte durante i test recenti ha battuto diversi record, tanto da far pensare ai membri del progetto che questa tecnologia sia una delle papabili per il trasporto di equipaggi umani sul Pianeta Rosso entro i prossimi 20 anni. Stiamo parlando in particolare del motore a ioni X3 progettato dai ricercatori dell'Università del Michigan in collaborazione con la NASA e la US Air Force, e si tratta a tutti gli effetti di un propulsore a effetto Hall. Una tecnologia ad alto potenziale che dopo i primi studi degli anni '50 e '60 era stata abbandonata, per poi tornare alla ribalta grazie all'interessamento di molte aziende, fra cui appunto la NASA.

“Un propulsore a effetto Hall è un tipo di propulsore elettrico in cui il propellente viene accelerato da un campo elettrico. I propulsori a effetto Hall intrappolano gli elettroni in un campo magnetico e li usano per ionizzare il propellente, accelerandoli efficientemente per generare spinta e neutralizzandoli poi nello scarico. Tali propulsori vengono a volte definiti Propulsori Hall o Propulsori a Corrente Hall. Il propulsore Hall è stato studiato indipendentemente negli Stati Uniti e nell'Unione Sovietica negli anni cinquanta e sessanta. Tuttavia il concetto di propulsore Hall fu sviluppato in uno strumento efficiente di propulsione nell'ex-Unione Sovietica, mentre negli Stati Uniti gli scienziati si sono concentrati invece sullo sviluppo di propulsori ionici con griglie elettrostatiche”.


 Ai test condotti in precedenza si aggiunge una recente dimostrazione tenutasi presso il Glenn Research Center della NASA in Ohio, ed è proprio in questa occasione che l'X3 ha polverizzato i record precedenti relativi alla potenza massima, alla spinta e all'efficienza energetica finora registrati con un propulsore a effetto Hall. Il capo progetto Alec Gallimore ha spiegato ai nostri colleghi di Space.com che il suo gruppo di lavoro ha "dimostrato che l'X3 può operare a oltre 100 kW di potenza. Nella dimostrazione ha funzionato a potenze comprese fra 5 kW a 102 kW, con corrente elettrica fino a 260 Ampère e ha generato una spinta pari a 5,4 tonnellate, ossia il più alto livello di spinta finora registrato con qualsiasi motore al plasma". Il record precedente infatti era di 3,3 Newton. Ricordiamo che l'interesse dei ricercatori verso questa tecnologia è dovuta al fatto che utilizza 10 volte meno propellente rispetto ai razzi chimici di dimensioni equivalenti, è sicuro ed è altamente efficiente per la propulsione spaziale nelle missioni di lunga durata, perché si reputa che possa spingere le astronavi a velocità molto più elevate rispetto ai razzi a propulsione chimica: secondo i calcoli di Gallimore questi ultimi possono raggiungere una velocità massima di circa 5 chilometri al secondo, mentre un propulsore Hall potrebbe arrivare a 40 chilometri al secondo. Il risvolto della medaglia è che questi propulsori necessitano di tempo per accelerare una navicella spaziale alle alte velocità, quindi danno i loro benefici sui viaggi di lunga durata. In secondo luogo, i propulsori ionici non sono abbastanza potenti per portare una navicella fuori dall'atmosfera terrestre, quindi non possono essere utilizzati per il lancio. Quanto all'impiego di questa tecnologia nei viaggi verso Marte e in generale nell'esplorazione umana del Sistema Solare, Gallimore ha puntualizzato che occorrerebbe una potenza "attorno ai 500.000 watt (500 kW), o addirittura di un milione di watt o più, ossia 20, 30 o anche 40 volte la potenza dei sistemi di propulsione elettrica convenzionali". Per quanto i risultati dell'ultimo test siano entusiasmanti è quindi chiaro che la strada da percorrere sia ancora lunga. I ricercatori dell'Università del Michigan lavorano su questa tecnologia dal 2009. Nel febbraio del 2016 hanno collaborato con il produttore di razzi Aerogit Rocketdyne, che sta sviluppando il sistema di propulsione elettrica XR-100, di cui l'X3 è parte. Scott Hall, studente dell'Università del Michigan impiegato nel progetto X3 da cinque anni, ha spiegato che il lavoro è stato piuttosto impegnativo a causa della dimensione del motore, che "è pesante (227 chilogrammi e ha un diametro di quasi un metro", che obbliga a usare delle gru per qualsiasi spostamento. Il prossimo anno il gruppo di lavoro condurrà un test ancora più ambizioso, con l'obiettivo di dimostrare che l'X3 può operare a pieno regime per 100 ore. A tal proposito Gallimore e colleghi stanno progettando uno speciale sistema di schermatura magnetica atto a prevenire danni e a certificare quindi la stabilità del sistema anche per lunghi periodi. Secondo Gallimore l'X3 può funzionare senza schermatura per diverse migliaia di ore, ma ovviamente per poter funzionare per diversi anni a piena potenza è imperativo realizzare una versione magneticamente schermata.




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martedì 2 gennaio 2018

BATTERI SEMI-SINTETICI E NUOVE PROTEINE


Nuove proteine da un batterio semisintetico

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Un batterio semisintetico dotato di un DNA in cui sono presenti, oltre ai quattro nucleotidi del normale codice genetico, anche due nucleotidi non naturali, è in grado di produrre proteine che contengono amminoacidi diversi dai 20 che costituiscono le proteine naturali. La scoperta potrà portare allo sviluppo di nuovi farmaci, plastiche e altri materiali.

Un organismo semisintetico in grado di archiviare, recuperare e usare informazioni genetiche differenti da quelle naturali è stato messo a punto da un gruppo di ricercatori dello Scripps Research Institute a La Jolla, in California, che lo descrivono in un articolo pubblicato su "Nature". Il risultato apre la strada alla possibilità di creare nuove proteine con aminoacidi non naturali potenzialmente utili per lo sviluppo di nuove terapie, nuove materie plastiche e altri materiali.Fin dall'ultimo antenato comune di tutta la vita sulla Terra, le informazioni genetiche sono state codificate con un alfabeto di quattro "lettere" - i quattro nucleotidi adenina, citosina, guanina e timina. Il macchinario cellulare è in grado di leggere le istruzioni scritte con questo alfabeto e produrre, sulla loro base, le proteine formate con i 20 amminoacidi standard. Nel 2008, il gruppo di ricerca diretto da Floyd E. Romesberg, impegnato da tempo nel nuovo campo della biologia sintetica - la branca della biologia che tenta di progettare molecole e sistemi biologici non esistenti in natura - era riuscito a creare un ceppo semisintetico del batterio Escherichia coli che incorporava un codice genetico esteso, costituito - oltre che dai quattro nucleotidi naturali - anche da due altri nucleotidi, non naturali, chiamati i dNaM e dTPT3. Il DNA del nuovo ceppo era però relativamente instabile, ossia a volte espelleva i nuovi nucleotidi - e soprattutto il batterio si riproduceva poco e lentamente. Un importante passo in avanti è stato compiuto nel 2014, quando Romesberg e colleghi, modificando le procedure per creare il nuovo batterio, sono riusciti a farlo riprodurre con la normale efficienza, mantenendo anche stabile il suo DNA. Restava però un passaggio essenziale, cioè dimostrare che il batterio era in grado di compiere i due passi fondamentali per la produzione delle proteine: la trascrizione, ossia il processo con cui le informazioni genetiche del DNA vengono lette e trascritte sotto forma di RNA messaggero (mRNA), e la traduzione, il processo grazie a cui le istruzioni veicolate dall'mRNA vengono usate dagli appositi organelli della cellula, i ribosomi, per selezionare specifici amminoacidi con cui assemblare le proteine.


Raffigurazione schematica dell'incorporazione di un amminoacido non canonico (ncAA) in una proteina attraverso la decodifica da parte del ribosoma di un’istruzione contenente un nucleotide non naturale. (Adattato da un'immagine creata da Dennis Sun, Mezarque Design (www.mezarque.com); dennis.a.sun@gmail.com)

Il batterio ora ottenuto da Romesberg e colleghi è ora in grado di compiere questi due processi, costruendo proteine in cui sono incorporati anche amminoacidi non naturali, che i ribosomi selezionano e assemblano con gli altri proprio grazie alle istruzioni codificate con i nucleotidi non naturali dNaM e dTPT3.

Da:

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